Quarto volume della serie, terza sessione di appunti (un po’ alla volta, stanno sedimentando qui). C’è stata un’interruzione di cinque anni nella lettura. La coincidenza è che la stesura e la pubblicazione della serie si è interrotta proprio a questo punto (un vuoto che va dal 1997 al 2003) a causa del terribile incidente di cui Stephen King è stato vittima. Niente di così traumatico per me, in qualità di semplice lettore: solo un semplice trasloco da una città a un’altra. Un piccolo cambio di mondi. Le coincidenze non esistono, direbbe Roland di Gilead, è ka.

Come si fa a non perdere il filo mollando metà romanzo/saga in una città e riprendendolo, esattamente dallo stesso punto e senza difficoltà, cinque anni dopo in un altra? Beh, se i protagonisti della Torre Nera riescono a non perdere la testa surfando su mondi e piani di realtà non vedo cosa ci sia di così eccezionale… A parte le stronzate, qui il destino, il ka, la sincronicità o come diavolo volete chiamarlo non c’entra nulla. È il fatto puro e semplice che personaggi come questi scavano letteralmente nel tuo immaginario, anzi nel punto preciso in cui l’immaginario collettivo si incrocia con le esperienze personali, fissando i confini della propria realtà. Non è un miracolo, né una magia: è buona letteratura.

Il colore di questa puntata è il rosa: rosa come il genere pop predominante - qui vi si racconta la storia d’amore tra Roland e Susan Delgado - e rosa come la sfera citata nel titolo e che è il centro narrativo della vicenda. Non è proprio il colore che ci si aspetterebbe sulla tavolozza di questo autore ma, tant’è, a lui che pare riuscire tutto, riesce pure un harmony a ritmo d’apocalisse. Maledetto King. Il viaggio attraverso la psicologia del protagonista accelera bruscamente verso il profondo così, inaspettatamente, mentre preghi perché l’autore ti risparmi altre scene di amori fugaci in verdi praterie. Fare carta da cesso della riluttanza di un lettore senza perderlo è un passo oltre la semplice sospensione dell’incredulità. La sfera del buio è anche un romanzo sulla crisi della famiglia moderna: scopriamo che Roland - questo freddo pistolero dagli occhi di ghiaccio - è anche un ragazzo attraversato da sentimenti contraddittori verso i propri genitori; tutto questo mentre il mondo che lo circonda sta andando avanti, spezza i collegamenti con una rassicurante tradizione e cade in una forte distorsione, proprio come i legamenti sfilacciati di un’articolazione in un trauma. Gli ultimi quaranta anni di questa parte di mondo si sovrappongono spaventosamente col tempo diffuso e pazzoide del mondo della Torre Nera. Altro che storie per facili sospiri.