La sfortuna non esiste. È un’invenzione dei falliti… e dei poveri.
Titta Di Girolamo

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Una nuova società

All’inizio, era come un punto che oscillava in fondo al corridoio tra i padiglioni B e C. Si spostava da un muro all’altro con ritmo regolare.
Destra sinistra, sinistra destra.
Sciacquo, strizzatina.
Sinistra, destra.
Poi, con la lentezza delle grandi opere, il puntino diventò la sagoma di una donna che disegnava miraggi lucidi sul pavimento. Lo straccio non bastava: in pochi secondi il linoleum riguadagnava il grigio stagionato dei pestoni di medici, parenti e malati.
Primo mattino. L’orario delle visite ai degenti era ancora lontano e all’inserviente ch’era un’oscillazione all’orizzonte visivo rimaneva da lavare solo il corridoio, il bar che si trovava a metà del tunnel e, alla fine, l’atrio.
La donna conosceva bene il suo mestiere. Era metodica come un orologiaio.
Ci voleva altro detersivo. Profumo chimico che sovrastasse le centinaia di caffè e chili di panini bruciati sulle piastre, l’odore della preoccupazione e del dolore della malattia, la puzza dell’indifferenza del personale medico.
Entrò nel bar del policlinico universitario e, mentre sollevava le sedie sui tavoli, fece l’inventario delle persone nella sala: un medico che mostrava orgoglioso al barista un’appendice in formalina dalle dimensioni spropositate e un uomo e una ragazza, costretti dal primo autunno a indossare sopra la divisa da infermiere un cardigan nero. Tutta gente appena smontata dal turno di notte.
Mirella, la giovane tirocinante, era pronta a iniziare un pressing stretto su Santino, navigato caposala di geriatria, mammasantissima del corpo infermieristico. Si era vicini al calcio d’inizio d’una partita nervosa, difficile. In palio, un trofeo pieno di soldi sporchi.
Sciacquo, strizzatina. Sinistra, destra.

Il resto del racconto su Thriller Magazine.
Illustrazione di Ray Oranges