Ho trovato la pellicola di Rian Johnson più onesta del Django tarantiniano. L’onestà non la misuro né sulla tecnica cinematografica né sulla scrittura - altrimenti non ci sarebbe partita - ma sulla capacità di interrogare e divertire lo spettatore allo stesso tempo. Certo bisogna concedere alla banda di Joseph Gordon-Levitt una dose extra di sospensione dell’incredulità per digerire cliché e qualche buco narrativo che a Quentin Tarantino non si perdonerebbe mai, ma il risultato finale è molto più appagante. Quello che riconosco a Looper è la volontà di raccontare una storia nonostante i propri limiti, siano essi di budget o di capacità in fase di sceneggiatura. Vedere certi film di Tarantino (assieme all’ultimo ci metterei Kill Bill) può voler dire confrontarsi con una specie di Peter Pan postmoderno della celluloide, che si diverte in maniera maniacale col suo giocattolo preferito.