Sulla quarta di un vecchio Urania (Ciao Futuro, n° 1406 del 2001) si legge: «Cos’è un maestro della sf? Uno scrittore capace di stupire i lettori per almeno due generazioni». Quello scrittore era Vittorio Curtoni. Se n’è andato ieri, lasciando il vuoto dei grandi.

Lo conobbi a una delle sue famose cene/con piacentine. Era la prima volta che entravo in contatto con la fantascienza italiana “in carne ed ossa”. Vittorio, manco a dirlo, fu quello che mi colpì subito: ironico, disponibile, enciclopedico. Consapevole di andare a cena col “mostro sacro”, mi portai appresso un numero 1 di Robot d’epoca che avevo scovato per miracolo. Venni presentato a lui come connettivista e firmò quel numero con una dedica indimenticabile: «A Fernando, in connessione retrospettiva. Vittorio». Ed ecco le due generazioni subito unite con una battuta.

Da allora non ho più avuto occasione di rivederlo di persona, a causa delle sue condizioni di salute. Nel frattempo, il “mostro sacro” aveva compiuto nella mia testa un volo paradossale: verso il basso, perché l’avevo conosciuto come uomo coi piedi per terra, per niente gonfio delle sue imprese, e verso l’alto, perché era diventato il metro di paragone dell’approccio alla fantascienza e alla letteratura tutta: un approccio concreto e mai sofistico, un misto di disincanto e meraviglia.

Ciao, Vittorio.

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Altre ricordi in rete: S*Emanuele Manco, Vanamonde, X, Valerio Evangelisti.