Anatra all’arancia meccanica è una raccolta di racconti di Wu Ming - alcuni già editi altri no - che coprono tutto l’arco temporale degli Anni Zero. Un’iperbole narrativa che smonta immaginario, linguaggio e storia di un decennio.

Un’ottima compilation. 16 tracce di un concept album che alza le barricate appena sotto le meningi che proteggono cervelli annichiliti da dieci anni di elettroshock somministrato a bassa ma continua – e per questo ancora di più insidiosa - frequenza. L’apocalisse sussurata del collettivo bolognese.

Nell’introduzione Tommaso De Lorenzis traccia una guida utile all’orientamento in questa terra desolata, sottolineando la totale assenza di catastrofismo da supermarket, visioni consolatorie e speranze a buon mercato: “I protagonisti di questa pagine sono dentro le cose, immersi fino al collo nel disastro collettivo, concentrati per far bene quello che devono fare, testardamente indisponibili ad assecondare le inique, rovinose meccaniche dello status quo. Si guardano intorno per rimediare il granello di sabbia dai inserire nel congegno distruttivo, il brandello di vita da opporre all’entropia, il percorso che li allontani da luoghi divenuti prigioni a cielo aperto. Malgrado tutto, restano nomadi e narratori. […] Dopo vicissitudini e traversie, trovano sempre la forza per continuare a calcare la strada e il fiato per raccontare un’altra storia. […] L’obliquità dei loro punti di vista diventa la risorsa d’un punto di fuga, mentre la capacità di guardare trasmuta nella possibilità di sottrarsi”.

La tracklist scorre spedita nella prima parte a botte di ultraviolenza letteraria, per virare a circa metà del percorso su suoni che fanno riecheggiare gli accordi più intimi dell’animo collettivo.

Fra i primi possiamo annoverare Benvenuti a ’sti frocioni 3 e Tomahawk dove, con la scusa di un viaggio nel fantastico mondo nostrano del cinema e dell’editoria, dal finestrino del Freccia di Piombo si osserva un paesaggio agghiacciante: crateri aperti da case editrici poco avvezze alla letteratura e boschi fatti di pellicole innocue come tante bottigliette colorate, piene di sedativo. Sulla stessa curva iperbolica ci sono Pantegane e sangue e Canard à l’orange mécanique. Parodie hard boiled, con scene e personaggi di Hammett e Chandler scaraventati in un universo Disney dilatato, esploso e rivelato. La rivoluzione dell’immaginario, i complotti della restaurazione, doppi, tripli intrighi fra piani di realtà, un universo globale che ha perso le sue dimensioni (a tre, a due, a una?), l’epica bizneiana e occidentale presa a sassate. Lo zio Walt non avrebbe approvato ma, fino a qualche pagina dalla fine, si sarebbe divertito un casino. Magnifique.

La musica comincia a cambiare tonalità e accondi con Bologna Social Enclave (Come eravamo un istante prima di Genova 2001. Come siamo milioni d’istanti dopo. Allo stesso punto?), La ballata del Corazza , I trecento boscaioli dell’Imperatore e In Like Flynn. Ironia e satira sfumano, il sole del grottesco cala all’orizzonte e comincia il crepuscolo del reale. Siamo già nella seconda parte cui accennavo prima.

Nel blocco che parte da Gap99 e Mamodou (tra i migliori della raccolta, dotato di un montaggio magistrale), passa per American Parmigiano, Come il guano sui maccheroni (vagamente mathesoniano) e fino a L’istituzione-branco e Roccaserena, il quotidiano viene sminuzzato, ingurgitato e digerito. E per quotidiano non intendo il problema della quest giornaliera per il parcheggio, ma temi come l’esasperazione razziale, l’eutanasia, il lento implodere delle nostre città, le manie securitarie di certe amministrazioni.

In mezzo alla polla sguazzava un pesce rosso e Arzèstula, i due racconti di chiusura, ci portano dritti dritti dove la prefazione di De Lorenzis ci aveva promesso: negli ingranaggi della distopia che ci preme le ossa del cranio e alla consapevolezza che il mondo non è roba che può stare tutto in una scatoletta composta da un mucchietto d’ossa; anche se dalle fessure di cui è composta lo si può guardare e sentire per restituirlo col racconto.