Questo racconto nasce da suggestioni rubate a Controinsurrezioni (Piccola biblioteca Oscar, 2008), il magnifico dittico pittato da Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Più che in una recensione, ho voluto cimentarmi in questa piccola esperienza di fan-fiction, non una novità per la comunità del Magister, come suggerito da WM1 all’epoca dell’uscita del libro. Dentro ci sono alcuni elementi presenti nell’opera dei due di cui sopra (e lo dico con la dovuta umiltà): saliscendi temporali, immaginario rivisitato e cacca di piccione (più elegantemente, dubbio) sui monumenti del Risorgimento. Viva l’Italia!

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Quanto segue è quello che le agenzie hanno riportato delle dichiarazioni di Erminio Ricciotti, ordinario di Storia medico legale all’Università di Firenze; la conferenza stampa fu indetta il 29 agosto del 2060, esattamente 198 anni dopo la battaglia dell’Aspromonte, che vide le truppe del Regio Esercito prendersi a fucilate per dieci minuti con gli uomini radunati da Giuseppe Garibaldi per la presa di Roma, ancora sotto il Papa: «La leggenda è presto sfatata: esaminando il malleolo destro è del tutto evidente che non c’è nessuna traccia di lesione del tessuto osseo».

«La palla è penetrata a tre linee al di sopra e al davanti del malleolo interno: la ferita ha una figura triangolare a lembi lacerocontusi del diametro di mezzo pollice circa. Alla parte opposta, mezzo pollice circa al davanti del malleolo esterno, si avverte un gonfiore che sotto il tatto è resistente».
Il professor Ferdinando Zanetti poggiò il referto sulla sedia accanto al letto del Generale: «Diamo un’occhiata».
Un giovane infermiere sollevò il lenzuolo con reverenziale cura, terrorizzato dall’idea di poter urtare Garibaldi che, di suo, non smise neanche per un istante di puntare i propri occhi in quelli del luminare fiorentino.
La gamba aveva perso tono muscolare. La ferita era fistolizzata, dai bordi violacei. E l’odore non era proprio quella della rosa.
Zanetti tastò i bordi prima con l’indice poi con uno specillo. Acciaio in carne viva. Gli occhi dell’eroe si appannarono.
«Ho da consultarmi coi colleghi», disse il professore. Poi girò i tacchi e uscì dalla stanza.

«L’ho mandato affanculo».
«Chi?», chiese l’infermiere, rimasto solo col Generale.
«Ma come chi? Il tenente Rotondo. Da come s’è comportato – neanche un saluto, la resa intimata senza scendere da cavallo – me l’ha tirata lui la palla, giù in Aspromonte. Te lo dico io, giovane».
Succede anche agli eroi, di sbagliarsi.
Il suo cecchino, in quel preciso istante, si trovava nella capitale dei suoi sogni. A Roma. E proprio a lui, all’uomo che poteva ucciderlo, stavano appuntando una medaglia sul petto. In gran segreto, si capisce. Senza pubbliche celebrazioni.
«Congratulazioni, tenente Ferrari».
«Dovere».
«Se adesso possiamo prepararci con calma al Bicentenario dell’Unità, è tutto merito suo».
«Merito dell’Ufficio tecnico, signore, che è riuscito a farmi sparare con una Remington di precisione una palla di una carabina del 1862».
«Ed è riuscita a portarla là, grazie a Dio».

Più tardi, il tenente Luigi Ferrari si sarebbe ritrovato di fronte lo stesso funzionario che gli aveva notificato l’onorificenza, giusto un po’ più di fuori.La festa in villa era stata organizzata per dare giusto merito ai nuovi eroi della Patria.Capitarono sullo stesso divano, entrambi a braghe calate, a condividere una marziale fellatio prodotta da un’annoiatissima ospite.
«Ferrari, se con la stessa precisione riuscisse a mettere una palla in culo a Erminio Ricciotti, giuro che la farei generale all’istante».
Sorrisi e applausi, all’alba di un nuovo giorno.
Quasi la stessa gioia e soddisfazione espressa dai medici radunati attorno a Ferdinando Zanetti, che era appena riuscito a estrarre la pallottola dalla gamba del Generale. Per poter dilatare la ferita, aveva immerso una spugna nella cera liquida e l’aveva lasciata nella carne dell’Eroe dei Due mondi per tutta una notte. La cera si sciolse e la spugna si dilatò, favorendo il passaggio del forcipe: la leggenda era appena nata.

Il giovane infermiere cui Garibaldi aveva esternato i suoi sospetti poche ore prima, ebbe fra le mani quella pallottola per qualche secondo, la prima metà dei quali aveva passato a fantasticare su quando, come, a quanto e a chi venderla.
Gliela strappò dalle mani il dottor Zanetti, interrompendo i suoi personalissimi e per nulla patriottici sogni di gloria: «Questa la faremo mettere in un museo, giovane. A futura memoria!»

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L’immagine dello stivale è di Ligabo, via wikipedia.