Con la recensione di questo film inauguro una nuova categoria, i “classici”. Lo Zingarelli definisce classico “opera o artista che, per l’alto valore dell’esperienza artistica e culturale che rappresenta, costituisce un modello esemplare”. Film da vedere e rivedere, libri da leggere e rileggere. Fuori da ogni retorica, cibo mentale di cui penso abbiamo bisogno.

Strategie delle tensione e della distrazione, industriali/editori, gruppi di potere, contestazione, informazione e deformazione giornalistica, sono questi nodi centrali di Sbatti il mostro in prima pagina, diretto nel 1972 da Marco Bellocchio, interpretato da Gian Maria Volonté e scritto da Sergio Donati con la collaborazione di Goffredo Fofi. Mentre l’Italia affonda nell’incertezza e nel caos sociale, in una Milano “capitale morale” scossa dalla contestazione studentesca Bizanti, il direttore de “Il Giornale” (quello che conosciamo oggi fu fondato due anni dopo), deve ribattere alle accuse mosse al suo editore/imprenditore di finanziamento illecito all’estremismo di destra. Approfitta così dell’assassinio a sfondo sessuale di una studentessa per creare una campagna mediatica ad hoc. C’è bisogno di un mostro da sbattere in prima pagina, un mostro perfetto: Mario Boni, un anarchico. E gli anarchici, si sa, sono professionisti con secoli di esperienza nel settore.

La pellicola è un vero e proprio manuale di giornalismo moderno nonché di tecniche d’inchiesta (redazionale e di commissariato) che vanno dalle sottili allusioni, ai più sonori “stai calmo che ti conviene”, fino alle ritorsioni e ai ricatti psicologici. Insomma, tutto quell’armamentario volto a manipolare l’opinione pubblica scavando nell’emotività dell’elettorato comune così da aprire intere dighe di voti, perché “la propaganda indiretta è sempre la migliore”.

Sceneggiatura coriacea, con personaggi comprimari spessi quanto i protagonisti; su tutti il giornalista Roveda -  Pinocchio tormentato nel mondo crudele della carta stampata, sprovvisto per gran parte del film di Grillo Parlante - e Rita Zigai, la superteste dell’inchiesta, carica di un’umanità tragica che spezza le ginocchia. La penna di Sergio Donati è riconoscibile dai dialoghi, fulminanti come quelli scritti per Sergio Leone. Per rendere l’idea cito il seguente e fugace scambio di battute tra la Zigai e Bizanti:

- Cerchiamo di non perdere il senso della realtà.
- Che bella frase.

Regia asciutta e concreta, al servizio della storia e delle idee che la attraversano.