Pare che i minatori San José siano ora pronti a scavare nel tunnel del nostro immaginario come protagonisti di una storia che ha tenuto il mondo col fiato sospeso e la testa sottoterra.

WM2 ragiona sui totalitarismi narrativi: «Da cosa si riconosce una storia avvelenata? Prima di tutto, non sa usare i congiuntivi. Non per ignoranza grammaticale, ma perché non contempla l’eventualità, lo scarto imprevisto, l’ipotesi fantastica, quel cosa succederebbe se…»

Una storia che, in buona sostanza, non lascia spazio di manovra al fruitore, dirigendosi dritta dritta alle viscere della massa. Tra i nodi centrali, il tempo: «La fiction istantanea non è velenosa di per sé, ma quantomeno sospetta, poiché la fretta, la mancanza del giusto frattempo, privano il narratore di quel distacco dagli eventi che serve a metterli in prospettiva, cioè a orientarli verso il punto di fuga del futuro».

Ma è anche, credo, una questione di spazio: di quel gioco - inteso come spazio fra gli elementi - di cui era alfiere Raymond Queneau, quella terra di frontiera condivisa da mittenti e destinatari di un messaggio. È una meravigliosa terra di nessuno, in cui gli scambi (di idee) non seguono le regole di mercato e la proprietà privata (di pensiero) va a farsi benedire sul serio, polverizzando l’utopia.

È in atto una vera e propria colonizzazione di questa frontiera: sta a noi difenderla, perché la sua terra è fatta delle nostre sinapsi.