«E direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e privata, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone, la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare - e in un certo senso e fino a un certo punto è - fantasia. In una società ben ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica e mansione di “impiegati d’ordine”; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati - non resistendo alla competizione con gli intelligenti - come poveri “cavalieri d’industria”; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che  il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia».

Il Globo, 24 luglio 1982

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Quel 24 luglio in cui è stato pubblicato l’articolo da cui ho tratto questo passaggio distava poco più di un mese dal ritrovamento del cadavere di Roberto Calvi sotto al Blackfriars Bridge sul Tamigi. Ed è sulla morte del “Banchiere di dio” - soprattutto dei movimenti mediatici sulla stessa - che il testo riflette, lasciando aperta ogni ipotesi (suicidio/omicidio), ma scagliandosi contro l’univocità irrazionale nel sostere l’ipotesi di un Calvi al centro di intrighi senza fornirne le prove, per così dire, “scientifiche”. Ad anni di distanza, il caso Calvi non ha trovato ancora una soluzione definitiva (ultimo atto: maggio 2010), ma certo le considerazioni di Leonardo Sciascia sulla corruzione italiana restano chiare e lampanti.

L’Italia dei Sindona e dei Calvi sembra lontana, seppellita nella storia recente, ma la tendenza che ha qualche illustre italiano di cosiderarsi «buon cittadino del sistema di corruzione» che conosce, accetta e incrementa è rimasta immutata, così come la «follia» che s’impadronisce di questi personaggi quando il suddetto sistema è investito da scosse di terremoto. Anche se, di questi tempi, siamo sempre più insensibili ai terremoti, in tutti e per tutti i sensi.

A margine, a proposito di uomini che sguazzano nel sistema corrotto che alimentano, segnalo una considerazione che nell’articolo in questione Sciascia mette tra parentesi: «Tutti gli uomini che in Italia si fanno da sé è evidente che si fanno piuttosto male». Parole che oggi hanno valicato il recinto delle parentesi e si fanno paradigma ironico e amaro della cosa pubblica italiana.