L’Allen Ginsberg raccontanto Rob Epstein e Jeffrey Friedman - registi e sceneggiatori di Howl (Urlo) - è Il Poeta della beat generation, quello con la “p” maiuscola: pioniere, guida e ispiratore di uno degli ultimi movimenti artistici che hanno lasciato il segno.

La pellicola è un misto tra reading filmico dell’omonimo poema, interviste rilasciate da Ginsberg e verbali del processo per oscenità aperto dopo la pubblicazione dello stesso per la City Lights Bookstore di Lawrence Ferlinghetti. In Howl, Ginsberg cantava l’epopea dei beat, le loro esperienze al limite tra droghe, amore, omosessualità, scrittura, isituti di igiene mentale, provocazioni pubbliche, strada e vita sincopata a ritmo di jazz.

Tra trip animati, ricostruzione storica e racconto appassionato, viene raccontato il Ginsberg prima figlio, poi poeta e infine essere umano libero. Il film può anche essere visto - nelle sequenze del processo per oscenità - come un legal thriller letterario, in cui le arringhe scivolano dalla critica letteraria alla lotta per i diritti civili primari, quali libertà di espressione e di stampa. La maschera profetica di Ginsberg per fortuna non invade troppo il campo, facendosi largo a suon di versi. La celebrazione avviene attraverso le parole e non solo attraverso la biografia. Meno male, il rischio di pisciare fuori dal vaso - e di suonare le trombe d’oro per Allen - era altissimo: per fortuna il duo Epstein & Friedman si tiene alla larga confezionando un film equilibrato.

James Franco fa rivivere sullo schermo il poeta che cantò “le migliori menti” della sua generazione, “che sognavano e aprivano brecce incarnate di Tempo & Spazio tramite immagini giustapposte”. Come giustapposte sono i fotogrammi del film a fotografie, parole e pensieri di un’epoca, quella dello strapotere yankee, che forse oggi aspettiamo alla sua ultima stazione, su un binario morto.