Il 29 settembre 1944 le truppe della Wehrmacht guidate dal maggiore Walter Reder produssero uno dei più terribili massacri della Seconda Guerra: rastrellarono gran parte del territorio attorno a Monte Sole sull’Appennino bolognese, lasciandosi alle spalle più di 1800 vittime. Quegli avvenimenti sono passati alla storia come Strage di Marzabotto.

L’uomo che verrà, film diretto da Giorgio Diritti, racconta quei giorni dal punto di vista della gente dell’Appennino, contadini, persone umili per lo più, schiacciate dagli ingranaggi di una guerra che non volevano e di cui non comprendevano la ragione.

La regia di Diritti descrive quella tragedia con delicatezza morale, raccontando le vicissitudini di Martina - una bimba che dopo la morte di un fratellino ha deciso di smettere di parlare - e della sua famiglia di contadini. L’uomo che verrà è il nuovo fratellino di Martina, che nascerà proprio a ridosso della Strage e che la sorella cercherà in tutti i modi di strappare alla furia nazifascista.

Il mondo contadino è descritto con perizia quasi antropologica: usi, costumi, mentalità di quella gente cancellata dalla Storia non fanno che confermare che l’Italia rurale era una e una sola, da nord a sud. In questo senso, la Strage di Marzabotto appartiene al Paese intero, al di là di ogni ideologia e di ogni processo storico.

Quell’Italia - unita di fatto dai calli sulle mani delle persone, dalle loro speranze, dalla comune sete di sopravvivenza - non esiste più. L’uomo che verrà - il fratello di Martina - adesso avrebbe più di sessant’anni: chissà cosa ci racconterebbe sul futuro che ci attende.