Era da un po’ che il DVD de Le tre sepolture gironzolava per casa, senza che mi decidessi a vederlo. A conti fatti, ne valeva proprio la pena, e resta il rammarico di non avergli dato una sbirciata prima.

Western moderno diretto da Tommy Lee Jones, uscito del 2006, acciuffa a Cannes i premi per la miglior sceneggiatura (Guillermo Arriaga) e migliore attore (lo stesso Jones). Storia di frontiera e amicizia, immigrazione e razzismo, raccontata con ritmi mutevoli - brusche accelerazioni e stupende frenate - pochi virtuosismi di regia, zero fronzoli, e con un uso sapiente dei flashback.

Un po’ di Leone e tanto Peckinpah, senza tuttavia citarli in maniera diretta. Soprattutto nella prima parte, il Texas che si vede è quello malinconico di Lansdale, una provincia americana sommersa dalla polvere, al confine con un altro mondo. Anche qui, come nei romanzi di Joe, tutto il mondo è paese e viene quasi da pensare che se prosciugassimo il Mediterraneo, noialtri potremmo vivere situazioni totalmente simili, compresi anche i landscape.

Bello vedere ambientata in Texas, che nell’immaginario collettivo è l’emblema della segregazione razziale, un’altra prova di forza contro il razzismo. Il nostro immaginario nazionale ci impone invece la padania (la minuscola è d’obbligo) - impegnata in film squinternati e cazzoni su Alberto da Giussano - come la patria dei campioni del razzismo nostrano. Nella mia testa ho sovrapposto le situazioni, i luoghi, le storie e sono giunto alla conclusione che dal Texas giungono canti di ribellione perché è una terra che esiste, dalla padania no, perché è un nonluogo che estende i propri confini dal tubo catodico fino alle tessere elettorali.