Durante il mio percorso dissestato di lettore, qualche volta mi capita di agguantare qualche filo che finisco per seguire nella macro-matassa letteraria. Ce n’è di piccoli e trasversali a diversi luoghi espressivi, altri scoperti dopo averne percorso, a mia insaputa,  già un bel pezzo, altri ancora suggeriti, alcuni agganciando un libro a un altro, come accade tirando fuori dal cesto le ciliegie, e infine non c’è il filo, ma una cima; e cioè quando hai l’impressione di aver pescato un pesce talmente grosso che non sai se riuscirai a tirarlo in barca.

Stronzate da “vecchi e il mare” a parte, ho acchiappato un filo veramente chilometrico: narrativa e musica. Ultimamente me la ritrovo sempre tra le orecchie e gli occhi, la musica; tra gli ultimi rintocchi della campana: ho ripreso fra le mani In fondo al nero, una vecchia antologia Urania curata da Gianfranco Nerozzi, ho comprato dopo anni di esitazione Metallo Urlante di Valerio Evangelisti e Arancia Meccanica di Anthony Burgess, incuriosito anche dal passato di compositore dell’autore. E poi, in questo momento, ho giusto piantati tra udito e vari strati di corteccia i blues di Hugues Pagan. Nell’ultimo anno ho pure seguito le fughe musicali di Nick Chianese, impegnato a suonare la batteria con in mano la penna mia e Sir John Van Matthews, giusto mentre pizzicavo Phil Dick a suonare la musica del dopobomba assieme a Kim Gordon.

Forse un’ossessione latente, più che un semplice percorso di lettura-ascolto, più o meno programmato.

Intuisco un legame indissolubile, che non sta solo nella condivisione del mezzo “parola”, ma fonda la sua peculiarità sull’arte di raccontare storie, affabulare, colpire, stordire e spingere al ragionamento, all’associazione e alla creazione di idee.