Per evitare di sparare cazzate, ho aspettato a dire la mia su Avatar, cercando di mondarmi da ogni pregiudizio. Ora, sul film di James Cameron se ne sono dette e scritte di cotte e di crude. I giudizi più frequenti sono: spettacolare, ma la storia è una boiata; è una puttanata pazzesca; è il capolavoro del secolo. Anche Eugenio Scalfari, su L’Espresso, gli ha decidato una puntata della sua rubrica uscendosene con un giudizio che suona più o meno così: - L’ho visto, è spettacolare, i contenuti ci sono (spirituali, sociali, ecologisti), ma io sono un po’ anziano per ’ste cose ipermoderne.

Hum, tutte opinioni ugualmente condivisibili o palesemente smontabili. Il plot è semplice ma non è una cazzata totale, i contenuti ci sono ma di certo non sono rivoluzionari, la tecnica, beh, non è il 3D l’innovazione più shoccante, ma la computer grafica. Alla fine della fiera, la visione più lucida ce l’ho a portata di mano, ed è quello dell’amico Sir sullo Strano Attrattore. Come pure l’interrogativo più stimolante è quello di Iguana Jo: “Ma Avatar piace così tanto perché è tecnicamente perfetto o perché è così rassicurante?”

Tecnicamente perfetto, alla fine non lo è. E scritto e diretto con precisione, ma alcune scelte sono quantomeno discutibili (certi altri personaggi tagliati con l’accetta e qualche altra pulce…). Consolatorio? Sì, decisamente. Ma tutti i colossal lo sono, e ho smesso di scandalizzarmi per questo almeno una quindicina di anni fa, quando ero un adolescente in piena lotta col mondo.

Può cambiare la percezione del genere fantascientifico, regalargli una nuova giovinezza e portarsi a traino anche la letteratura che langue negli scaffali delle patrie librerie? Non penso, perché il nodo sta tutto qua: la fantascienza in Avatar è un registro, un canone, nulla di più, nulla di meno. Cameron ha tirato su un ottimo colossal - di fantascienza - ma pur sempre un colossal. E’ così che si dovrebbe guardare a questa pellicola, credo. Almeno per non perdersi in terre limitrofe, ma fuori giurisdizione.