Senza retorica e senza morale bucata, questo racconto è per tutte le donne - di qualsiasi nazionalità e condizione - che nella nostra Italietta da basso avanspettacolo vedono ogni giorno calpestate le conquiste e le lotte degli anni passati e, al passare di ogni secondo, vengono private di interi pezzi di futuro. L’immagine è di Francesca Dattilo.

Addio belle spiagge, sogni vacanzieri, resort, impianti turistici, ecomostri e catapecchie abusive, tanti saluti a interi paesi e città: la Grande Barriera Adriatica aveva calpestato tutto un mondo costiero andato in malora già ai tempi della V Guerra Balcanica, quando l’emergenza profughi e rifugiati raggiunse il suo picco storico. L’avevano tirata su nel tempo record di dieci anni. Alla stessa velocità era mutato il mestiere dello scafista, adattandosi ai tempi. Niente più barconi pieni di gente, carrette del mare, scontri con la guardia costiera, annegamenti di massa. Il business della tratta di esseri umani viaggiava su scafi dalla capienza massima di sei, sette persone, progettati per dissolversi – alla lettera – entro un giorno dall’arrivo. Biotecnologie applicate alla nautica o impiego di materiali scarsi, fate voi.

Greta vide per la prima volta la Grande B. un mattino in cui il mare era calmo e docile come le sue speranze. La muraglia correva da Caorle a Siderno per più di millequattrocento chilometri, ma vista dal suo modulo nautico monoposto, il cemento di cui era fatta pareva trasparente: oltre, c’era la sua nuova vita. Alle sue spalle, l’Albania e la disperazione della XIII Guerra. Dall’altra parte della Barriera, l’ing. Marco Di Lena, un manager alto e secco, appena cinquantenne e dall’aria tranquilla, stava cuocendo la sua pelata al sole di mezza estate.
Aspettava Greta.
Già la immaginava stesa sul letto, sua moglie che le accarezzava con affetto una guancia e i due figli gemelli, suoi coetanei, che sorridevano con gli occhi lucidi di gioia. E poi c’era lui, che diceva: – Non ti preoccupare, piccola, sei a casa.
Ah, Greta, Greta, Greta…
E poi ancora, sempre più premuroso: – Questo è il tuo letto, bambina mia. Dormirai al caldo d’inverno e al fresco dell’aria condizionata d’estate. Com’era quella pubblicità? “Con i nostri condizionatori la vostra città cambia provincia, da Roma, Milano o Palermo diventa Copenaghen!”
Potresti restare con noi per tutta la vita.

A Greta avevano detto: – Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro che comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva. Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.

Chiuse gli occhi e sfidò i suggerimenti dello scafista abbandonandosi alla deriva di un sogno lucido, sotto la pioggia battente di desideri e speranze.
Dormire una notte senza il sibilare di bombe e proiettili, mangiare qualcosa che non piova dal cielo in quei cazzo di cassettoni dell’Onu, ma che sia già in casa, senza per questo dover litigare con tuo padre che, accecato dalla fame, durante quelle piogge di cibo in periodo di siccità, si dimentica di avere sei figli, fa a pugni coi vicini, prende la roba e se la va a sbafare sulle colline, sparendo per una settimana intera. E ancora: un lavoro onesto, una casa, una macchina e delle amiche. Poi avere un ragazzo, chissà, anzi dieci, cento ragazzi, e poi un compagno, uno solo per tutta la vita.

Scapperà di sicuro, la troietta. Prima o poi, si stancherà della casa, del condizionatore e, soprattutto, della famiglia. Dieci anni sarebbero un tempo sufficiente da “ospite” in casa Di Lena.
L’arco di tempo esatto in cui qualsiasi speranza andrebbe a farsi fottere. Con lo scorrere dei mesi, i sogni da lucidi si cristallizzerebbero in terra arsa, per poi svanire in un nugolo di polvere. Due lustri in cui Greta sarebbe diventata il chihuahua della signora Di Lena e la bambola di carne di suo marito e dei due gemelli.
Poi sarebbe finita in mezzo alla strada, sul marciapiede o sul ciglio di tangenziali sospese sul vuoto, aggrappata solo ai guardrail della disperazione e dello spirito di sopravvivenza.
Dulcis in fundo, l’unica maniera di scappare dai propri sfruttatori sarebbe stata ucciderli o essere comprata da altri, con la speranza di trovarne di più clementi. Magari prendere uno dei pochi treni disponibili per lasciare la fogna del
kipple, quello che portava alla BBF Spa, Bio-Beauty Farm, società che controllava i più grossi centri benessere del Belpaese, parte di una holding controllata dai soliti noti al governo della Repubblica. Centri di ristrutturazione totale, comprendenti tutta una serie di servizi che andavano dal pompino al refresh genetico delle cellule invecchiate.
L’ingegner Di Lena pensò che per Greta, in fondo, tutto questo non sarebbe stato poi così tanto male.
Un lavoro e tutti gli uomini del mondo. Cos’avrebbe potuto desiderare di meglio? E nel pensarlo ebbe un’erezione.

Quando Greta riaprì gli occhi, era a qualche centinaio di metri dalla Grande Barriera, poteva sentire le urla dei “pescatori”, impiegati nel mestiere infame di pescare esseri umani e non pesci.
Era il momento di premere il pulsante d’arresto, come aveva detto lo scafista.
– Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva.
Ma l’uomo di merda s’era dimenticato di spiegarle dove fosse.
– Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.
Era sotto il sedile, il pulsante. Se ne accorse quando già era a pochi istanti dall’impatto.
Dì la del muro del sogno, c’era la verità: l’ingegnere - che poi concluse quella giornata con una quasi insolazione e un buco nell’acqua: niente più bambolina, gliela avevano consegnata tutta manomessa e sanguinante, inservibile - l’aveva comprata in Rete, al mercato elettronico degli uomini-pesci, come miglior offerente, munito di partita I.V.A. e regolare licenza di Privato Soccorritore.
Greta non si sarebbe mai liberata del sibilo delle bombe, neanche oltre la cortina di cemento della Grande B., nel comodo letto dell’ing. Marco di Lena.