Sembra passato un secolo dal giorno del giuramento di questo governo al Quirinale, o forse è passato davvero e non ce ne siamo accorti. Ventitré neoministri schierati davanti alle celle NRJ, Neural Remote Junction, simili a certe macchine per la Tac ancora in uso una cinquantina di anni fa, bersagliati dai flash delle unità reporter delle agenzie stampa.

Ministro delle Attività di Rete e Comunicazione. Io ero uno di loro. A venti celle di distanza dal Presidente del Consiglio, facevo la mia parte e assistevo con orgoglio allo spettacolo che avevo imbastito. L’idea di rendere pubblico il processo di connessione remota al Primo Ministro era stata mia. Neanche un grande colpo di genio, a dire il vero. Da qualche mese lo Stato era scosso – oddio, scosso è una parola grossa – diciamo infastidito dalle proteste insistenti di Democrazia Digitale, una frangia radicale dell’opposizione che, con le solite insinuazioni su dittatura, controllo delle masse e crisi finanziaria, cominciava a far un certa presa sul popolino.

Stronzate.

La verità era che il Presidente era sempre meno sopportato, anche dai suoi fedelissimi. Una personalità talmente espansa, da avere la sensazione di soffocare al solo passaggio della sua figura tra gli scranni del Parlamento. Serviva un rimpasto, e anche in fretta, come altrettanto urgente era una pubblica dimostrazione di forza.

Durante l’ultimo gabinetto del nascente Governo c’eravamo detti: Cosa c’è di così scandaloso a essere messo in Rete col proprio Superiore? Condividerne i progetti fin dentro il più piccolo neurone, diventarne parte? E allora beccatevelo in diretta questo misterioso rito massonico di cui andate farneticando. Sono più di centocinquanta anni che in Europa la merda si nasconde alla luce del sole.

Il primo a entrare fu il Presidente del Consiglio. I miei colleghi avevano invece insistito per fare il contrario, che fosse proprio lui l’ultimo a entrare. Coglioni. Il messaggio è sottile quanto importante: il leader è lui, siamo noi a seguirlo. È lui che guida, prima noi – è per questo che condividiamo pubblicamente le nostre cortecce, no? – e di conseguenza tutto il Paese.

Sono un maledetto genio, vero? Macché, questa è accademia, nient’altro che accademia e storia trita e ritrita.

Io fui l’ultimo a entrare. Volevo controllare che tutto filasse liscio sull’olio dei flash delle unità reporter. Poi fu il turno del Presidente della Repubblica, con un discorso in neuro-conferenza dal moratorium della Capitale dal quale espletava ancora le sue funzioni.

C’eravamo quasi. Ero stanco morto, da una settimana ormai lavoravo a quel circo del cazzo. Per svegliarmi dovetti ordinare al Pannello di Controllo Organico di rilasciare nel mio sistema nervoso un po’ di anfetamine ad azione immediata. In parecchi erano delle farmacie ambulanti, pronti ad auto-sintetizzare quanto bisognava al sistema corpo-mente. Ovvio che la sintesi di molecole endogene a scopo curativo era controllato e autorizzato, atomo per atomo, dal controllo rete-indotto del Ministero della Salute.

Ecco perché avevo una cara, vecchia ipodermica pronta a scivolarmi in mano dalla manica destra. Ci sono sostanze che il mio collega deputato al controllo e alla salvaguardia della salute non approverebbe, benché sia uno che in merito all’uso di ogni tipo di merda psicotropa non sia certo un bacchettone.

La prosopopea del Presidente della Repubblica era appena finita. Qualche istante e saremmo stati, per qualche secondo una sconfinata rete autostradale di dendriti, fibre mieliniche e neuroni.

Un’unica mente.

Ecco perché nella mia siringa c’era una neurotossina. Mi chiedevo se sarei morto assieme a loro. Non morii, questo è evidente, ma la frittata la feci bella grossa. Il Presidente, beh, era da un po’ che aveva frantumato i coglioni anche a me.

Il montaggio è di Francesca Dattilo. Merci!