“La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto”. La massima del Vecchio Buk è inconfutabile. L’ho sempre considerata una regola da seguire. Banale, vero? Osservare il mondo, prima di scriverne. Così nella quotidianità capita di imbattersi in sorprendenti perle narrative. Scopri cose che ti aspetteresti di cogliere sulle pagine di un libro e non da un dialogo rubato per strada.

Avete mai pensato, per esempio, a quanta roba sospesa c’è in un dialogo, quanto materiale resta incagliato tra una battuta e l’altra?

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- Sai che ci manca per essere davvero una potenza? - dice l’uomo davanti la pizzeria d’asporto, sfoggiando l’accento campano come un distintivo. Si porta appresso i suoi cinquant’anni suonati come una valigia piena di ricordi.
- No che non lo so. - risponde il suo compare, fino a un momento prima in religioso ascolto da sotto il pulpito improvvisato che è lo scalino su cui s’accrocchia la serranda.
In mezzo a loro ci stanno una trentina di centimetri di distanza e un’infinità di risposte possibili per la stessa domanda. Tutte egualmente valide.
- Sai che ci manca per essere davvero una potenza?
- Un centrocampista che faccia da regista.
- Una classe politica di esseri umani.
- La grappa a fine pasto.
Tutte perfettamente sensate, ma sbagliate. Perché questo secondo che contiene un’infinità di risposte, in un attimo si scongela e partorisce la risposta esatta, reale.
- Sai che ci manca per essere davvero una potenza?
- No che non lo so.
- Un esercito europeo. Allora sì che siamo potenti. Come la Cina.