Leonardo Sciascia ci lasciava giusto 20 anni fa, il 20 novembre del 1989. Leggerlo, per me, è valso a livello formativo più del corso universitario che ho frequentato. Mi ha disvelato le trame torbide del potere e la natura antropologica del malaffare; e poi fu anche maestro di scrittura insostituibile (il genere al servizio della speculazione e dell’azione civile, l’arte del “cavare”). Senza ombra di dubbio, uno degli intellettuali più cristallini dell’Italia del ‘900.

Mi accorgo di quanto è stato importante anche adesso, che ho fra le mani il dattiloscritto del romanzo scritto a quattro mani con Giovanni; un tentativo di tracciare i confini di un sud come regione mentale.

Pubblico qui, per ricordarlo, la scheda che preparai per il Dizionoir.

Grazie, signor Sciascia.

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Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto nel 1921. E questa volta data e luogo di nascita non sono puri dati anagrafici ma, come per tutti del resto, e per lui forse un po’ di più, sono segni del destino. Racalmuto, per gli arabi Rahal-maut, villaggio morto. A tal proposito, citava Borges: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. Mi pare cioè di sapere del paese molto più di quel che dalla memoria altrui mi è stato trasmesso. [1] Nascere nel ’21, poi, vuol dire crescere sotto il Fascismo.

Di origini arabe, cresciuto sotto Mussolini nelle zolfare care a Pirandello, nella terra del “pirandellismo reale”, l’isola nell’isola nell’isola uomo. L’isolamento, la diversità, l’oppressione del regime. Tutto questo bastò a segnare il ragazzo che diventò Leonardo Sciascia, l’uomo, lo scrittore, l’intellettuale cristallino, spesso scomodo per l’establishment. E necessario, come tutti i pensatori liberi e scomodi.

La sua opera è vasta, citeremo solo alcuni esempi della parte, per così dire, “gialla”. Il giorno della civetta, il romanzo che lo consacrò, A ciascuno il suo, Il contesto, Una storia semplice, Todo modo e il romanzo-inchiesta La scomparsa di Majorana.

Per Sciascia il giallo fu un modus operandi letterario, un’inchiesta senza giudici e senza boia, tanto per citare Dürrenmatt, scrittore a lui caro, un’indagine sulla realtà in cui la mafia viene chiamata per nome (prima di lui non era mai successo), il cui la giustizia vacilla e le trame del potere brillano nell’oscurità, spesso illuminate dalla luce fioca di una candela in una chiesa. In definitiva, un parte consistente della storia del nostro Paese nel secondo dopoguerra.

Lo stile poi, essenziale, che scaturisce dal lavoro che l’autore stesso definisce arte del cavare; un’astuzia, oltre che una modalità stilistico-narrativa, rivolta a “parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuol fare sul serio.” [2]

Leonardo Sciascia, una luce da seguire, non da spegnere nel buio delle accademie, una voce libera in un Paese dove la libertà spesso è solo una parola scritta. Di voci così ce ne sono state e ce ne saranno sempre di meno, voci che si spengono o che vengono spente, misteriosamente.

“Il popolo”, sogghignò il vecchio, “il popolo… il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se le appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna… Non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall’antichità, una generazione appresso all’altra…”

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta.


[1] Leonardo Sciascia, Opere vol. III, a cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano, 1991
[2] Nota presente ne Il giorno della civetta, Adelphi Edizioni, Milano 1993.