Li ho visti entrambi, su grande schermo e a sequenza temporale invertita, prima Herzog/Cage e poi Ferrara/Keitel, sospendendo il giudizio sul remake in attesa di vedere l’originale. Beh, è di dominio pubblico: i due film in comune hanno solo il soggetto - due tenenti della polizia di dubbia moralità a confronto col disastro crescente delle loro vite - per il resto, zero, nada de nada.

A chi, come me fino a pochi giorni fa, non aveva visto nessuno dei due, e a chi ne ha visto uno solo consiglio di vederli tutti e due. Werner Herzog non è ancora da buttare e la pellicola di Abel Ferrara è un capolavoro.

A distinguerli non è solo un giudizio di gradimento complessivo, ma la scelta di soluzioni di sceneggiatura e di regia che pongono i film su piani differenti. La perfetta interpretazione di una psicosi religiosa di Keitel non fa neanche capolino nella prova di Cage, alle prese con un personaggio quasi caricaturale, che entra ed esce da suo mondo allucinato e allucinatorio quasi senza soluzione di continuità. La droga, nello script di Ferrara, ha più la funzione di accumulatore/amplificatore dei conflitti interni/esterni del protagonista.

Si è tentati di pensare che i film siano complementari: Herzog sembra fare più attenzione allo sfondo (Lousiana post-Katrina) di quanto non faccia Ferrara (New Jersey a cavallo tra 80’s e 90’s), viceversa, il resista di New York ha una maggiore cura dell’impatto del fotogramma sullo spettatore, facendone un uso piratesco e dissacrante.

Ma la sensazione di complementarietà è una falsa impressione. In questo caso due cose costituite da legami molecolari e fondanti diversi non possono legarsi in nessuna maniera, con buona pace del magnetismo.

Alla fine, i Cattivi tenenti mi danno da pensare sul riciclaggio di soggetti. Nell’epoca in cui i remake si susseguono senza sosta, sintomo di una stasi dell’inventiva cinematografica, opere come quella di Herzog hanno una loro dignità. Esercizi di stile o interessanti variazioni da commedia dell’arte?