La Cineteca di Bologna nel mese di settembre omaggia Sam Raimi proiettando alcuni dei suoi film, giusto per rispolverare il genio del regista statunitense prima della visione del suo ultimo Drag me to hell, uscito in Italia proprio in questi giorni. Ne ho subito approfittato per andare a vedere Soldi spochi (1998) (un noir simil Cohen Bro, un agosciante quasi-capolavoro) e rivedere, questa volta su grande schermo, L’armata delle tenebre.

Dei film che compongono la trilogia di Evil Dead, Army of darkness viene generalmente considerato il più cazzone, quello in cui emerge con più forza la vena comica del regista e vengono esaltate le doti da slapstick del protagonista Bruce Campbell.

Vero, ma non del tutto.

Rivedendolo dopo tanti anni, mi sono accorto che la pellicola può essere considerata uno psicodramma in salsa fantastica degno del Phil Dick più paranoico. La celebre battuta che Campbell recita nel finale, “Mi chiamo Ash, reparto ferramenta” - in questo senso - diventa una vera e propria chiave di lettura. E questa non è certo una finezza, dato che viene lasciato intendere palesemente che il tutto potrebbe essere un trip del protagonista.

Il punto è: che trip!

Non solo il semplice parto fantasioso di un americano medio, erotomane, gradasso e machista, ma un viaggio in una paranoia in cui una personale e canonica battaglia tra l’Io e l’Es sconfina nella collettività, diventando paranoia di massa (da sempre, i fantasmi che inseguono Ash nelle sue avventure, assomigliano di più a delle ossessioni autoprodotte piuttosto che a ectoplasmi).

Di più, il gusto per la parodia e la commedia di Raimi delle volte sconfina nel sarcasmo e forse addirittura nella satira (memorabile è la scena il cui il Necronomicon, il Libro/la Conoscenza Assoluta, tenta di mangiare la testa ad Ash/Campbell).

Insomma, da rivedere. E da non prendere troppo sottogamba. A modo suo, Army of darkness è un piccolo film d’autore.