Al sicuro dietro le sbarre. Potrebbe stare tutta qua l’anima di questa appassionante soap-zombie-opera: nel paradosso più profondo . Nessun gioco di prestigio, nessun divertissement; a tal proposito, Blaise Pascal, il nemico giurato del “divertimento”, scriveva: “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici”.

Hai ragione, Blaise, ragione marcia anche in questi tempi balordi, ma Kirkman genera un parodosso che forse ti avrebbe fatto vacillare: diverte raccontandoci qualcosa che, così fedelmente descritto, non è per nulla divertente. E in questo non c’è niente di morboso. Divertire: dal latino devertere, deviare, allontanarsi. Con Walking Dead, per quanto ti allontani dalla realtà, tanto più ti ci avvicini (che poi dovrebbe essere lo scopo di gran parte della letteratura di genere, no?). Gettandoci nella mischia con un manipolo di personaggi in questo psicodramma apocalittico, l’autore ci rende partecipi di un esperimento in cui crediamo di essere semplici spettatori, senza sospettare minimamente di essere sulla ruota a ballare col ratto da laboratorio.

Ogni vicenda di questa odissea sembra nascere da una fetta del nostro cervello, osservata nella controluce di un tomografo. E le volute della nostra corteccia non sono esattamente una passeggiata al luna park, benché imbevute di belle speranze: “A sentire Kirkman, che i suoi eroi così umani, picareschi e fragili li ama tanto da volerli torturare in ogni possibile modo, tutte queste buone intenzioni sono destinate a restare una pia iluusione” (Andrea Voglino, dall’introduzione al terzo volume di The Walking Dead).

Al sicuro dietro le sbarre, già: forse conviene svegliarci ed evadere, amici, prima che un secondino incazzato mulinelli il manganello per farci il culo. O prima che al nostro compagno di cella venga voglia mangiarci vivi.