Evito sempre di prendere delle sbronze con i vini migliori, ne sprecherei ogni goccia bevuta in eccedenza. Allo stesso modo faccio con gli autori eccezionali, evitando di bermeli tutti d’un fiato. Di cotte ne ho avute parecchie: Ellroy, Hammett, Lansdale, Leonard, King, Ballard, Sciascia, Burroughs, Dick… Tutta gente che ha scritto parecchio e della quale - per fortuna - non ho letto per intero la produzione. Così, quando mi viene voglia di un autore “d’annata” scendo in cantina e mi stappo un bel libro. Direte voi, anche leggendoli tutti di fila, ci si può sempre fare una ripassatina. Giusto. Ma il tempo è quello che è, sto invecchiando e comincio a essere vittima di strane malinconie.

Ed eccomi qua, a consacrare un’altra settimana di vacanza al vecchio Phil Dick, con la lettura quasi contemporanea delle Cronache del dopobomba e della biografia di Emmanuel Carrère (ancora in itinere). Che dire di questo amabile barbuto? Che magari era uno scrittore che formalmente non faceva cantare la sua penna ma che ha “solo” costruito un immaginario nel quale sguazziamo quotidianamente, come i personaggi dei suoi libri, quasi senza rendersene conto. Il fatto poi che negli ultimi tempi immaginario e realtà tendano a confondersi e a completarsi, certo non è l’ennesimo requiem alla fantascienza, ma - ne sono convinto - la conferma della genialità di un autore come Philip K. Dick.

Dopo aver letto le Cronache, ho avuto la netta sensazione che le bombe non hanno mai smesso di cadere, ma solo di fare rumore. Ordigni psichici per devastazioni su larga scala. Radiazioni di paranoia che hanno imparato, oltre a mutare la vita delle persone, a mutare se stesse, come un virus.  Ecco perché nell’epoca in cui tutto (e niente) è urlo, rumore ed esplosione, le bombe (di ogni tipo) hanno la capacità di cadere in silenzio.

Di tutti i personaggi del romanzo, quello a cui mi sono affezionato di più è Walt Dangerfield, pioniere spaziale mandato a colonizzare Marte assieme alla moglie. Rimasto in orbita attorno alla Terra dopo un’improvvisa devastazione atomica planetaria, diventa suo malgrado una via di mezzo tra un dj e la voce consolatoria di Dio. Walt intrattiene i superstiti che lottano per riorganizzare una società civile leggendo romanzi, proponendo musica dal suo enorme archivio e soprattutto immolandosi all’occhio dello spettatore (forse sarebbe meglio dire all’orecchio dell’ascoltatore, ma la sovrapposizione con l’attualità mediatica  provoca delle interferenze), in un’eucarestia in cui la transustanziazione della nuova divinità avviene via etere.

Ora, immaginate quest’uomo in orbita attorno a una terra devastata dalle bombe H. La moglie, con lui nello spazio, s’è suicidata ed è solo - anzi, di più - è un monumento vivente alla solitudine. Ed è in fin di vita, un male (o forse la pazzia) lo sta divorando poco a poco. Un dio al crepuscolo, pronto a essere sacrificato.