C’ho messo un po’ a procurarmi il secondo volume della zombi saga orchestrata da Robert Kirkman, ma alla fine ce l’ho fatta, Dio benedica le ristampe!

Il lungo cammino presenta una novità più che palese: la serie ha cambiato disegnatore. Diciamo addio a Tony Moore e diamo il benvenuto a Charlie Adlard. Non saprei dire chi dei due preferisca, ma questo è del tutto secondario, non solo perché si tratta di una mia opinione, ma anche perché la forza di The Walking Dead è la storia. E non me ne vogliano i fumettari più incalliti, se dico che la narrazione è così coinvolgente che forse funzionerebbe lo stesso anche se disegnata da un bambino di cinque anni. No, questa volta l’ho sparata grossa, la cazzata. Cercavo di trovare una frase a effetto tipo quella di Ammaniti su Lansdale, e cioè che bisognerebbe imparare a leggere solo per il gusto di leggere i romanzi dell’autore texano.

Vabbé, il senso è quello: con questo volume sui morti che camminano Robert Kirkman ci convince. Ciò che stiamo leggendo è una vera e propria epopea zombesca.

Questa puntata, in particolare mette a fuoco un aspetto tipico dell’animale uomo: la sua capacità di “sovrarazionalizzare” i propri istinti fino a farli diventare sentimenti. L’amore, per esempio: quello che ci sforziamo di credere che sia per sempre, quello che si dimentica, quello che si costruisce, quello che ci rovina, ci delizia, ci fa scomparire o emergere nel lago delle nostre esistenze.

Walking Dead, i morti che camminano: verrebbe facile dire che i veri morti a camminare siamo noi e non loro, gli zombie. Ma l’ennesima cazzata è presto evitata: il mondo di questo fumetto è talmente verosimile che ci si sforza di tenere delimitato bene il confine tra noi e loro. Tale è l’immedesimazione che ci si convince di questo per forza di cose, per non impazzire come qualche personaggio ha già fatto, o forse perché l’estinzione, la fine della specie, in fin dei conti è qualcosa di molto più pauroso di una teoria o di una profezia dell’apocalisse scritta. E’ qualcosa che ti toglie ogni speranza. La cancellazione totale del senso della nostra persistenza sul pianeta.

Ah, eccola un’altra caratteristica tipica della bestia uomo: la presunzione di essere necessari e indispensabili. Non è detto che alla fine saremo noialtri a spuntarla. Prima o poi, tanti saluti e tante belle cose, homo sapiens. Ma non c’è da meravigliarsi, su cosa debba o non debba essere necessario e indispensabile abbiamo fondato le nostre esistenze. Sul bisogno abbiamo (O hanno? Chi, poi?) regolato le nostre vite.

Aveva ragione il vecchio Zio Billy Burroughs, quando diceva: “The face of evil is always the face of total need”. Sante parole.