Di solito si dice: “non si muove neanche una foglia”. In questo caso, sarebbe più preciso dire: “si muovono solo le foglie”. Per Bologna siamo solo io, loro e il vento.  Ho deciso di andare in stazione a piedi. Oggi non è un giorno come un altro. Oggi è il 2 di agosto. Considero la passeggiata come un piccolo pellegrinaggio laico.

Le mura della città mi inghiottono all’altezza di porta San Felice. Entro nelle sue viscere fatte di mattoni rossi, un ventre attraversato e sorretto dai portici. Percorro le strade come un corpo estraneo che si è inoculato nel sistema circolatorio di un organismo vivo, caldo. E mentre percorro le arterie che si chiamano via Riva Reno e via Galliera, il bollore per le strade non fa che confermare questa mia sensazione.

In giro non c’è più quasi nessuno. Il silenzio viene rotto solo da un gruppetto di immigrati davanti a un circolo del PD; pare che discutano di qualcosa di molto importante o che se la ridano sonoramente. Ad ogni modo, dopo averli incrociati - e mano a mano che mi avvicino alla stazione - le presenze umane aumentano di numero e si dirigono tutte nella mia direzione, come attratte da un magnete. Guardando due uomini anziani che camminano davanti a me (tutti e due con le mani dietro la schiena, entrambi con la stessa andatura di poco ciondolante, vestiti con la stessa divisa poloarighepantalonedicotoneemocassinoestivo), mi chiedo se loro c’erano, 29 anni fa (io non c’ero, non ero stato neanche concepito), e alla stessa maniera mi guardo attorno e mi interrogo su uomini e cose; vorrei avere qualche testimonianza anche da una bicicletta arrugginita parcheggiata in piazza XX Settembre.

Arrivo davanti al piazzale Delle Medaglie d’Oro. La facciata della stazione è interamente ripulita, ristrutturata e agghindata di manifesti pubblicitari sgargianti. A fronteggiarsi, uno davanti all’altro come in un duello leoniano, ci sono l’orologio che segna sempre le 10.25 e il cronomentro del conto alla rovescia per la fine dei lavori dell’alta velcità ferroviaria sulla tratta bolognese; una sfida tra nozioni del tempo così diverse che ognuna delle due dovrebbe avere un nome tutto suo.

La gente entra ed esce dalla stazione, ignara. Degli addetti stanno finendo di smontare il palco da cui oggi si sono tenuti i discorsi di commemorazione della strage, caricano su un camion le assi che ha calcato il ministro Bondi; non so, ma quel legno ai miei occhi ha qualcosa di osceno.

Mi avvicino al marmo su cui sono scritti i nomi delle 85 vittime. Con me, ci sono solo un ragazzo che, valigia in mano, scorre i nomi e scuote la testa e un cane che fa le bizze e saltella attorno alla sua padrona. Non che mi aspettassi la stessa fila alla lapide di Giovanni Paolo II ma… inutile farsi meraviglia. Punto.

* * *

Entro in stazione e controllo sul tabellone che il mio treno sia in orario, mentre le persone mi sfrecciano attorno come atomi impazziti.

Primo binario, sala d’aspetto, quella sala d’aspetto. L’aria è rarefatta dai condizionatori e dal profumo dei fiori alla memoria. Sulla parete dove è scoppiata la bomba sono state poggiate delle corone funerarie, tra le quali spunta come un fungo giallo un’obliteratrice: una signora - sul volto un’espressione di imbarazzo - sposta la corona e timbra un bigliletto. Dall’altra parte della sala è stato allestito uno spazio per fare giocare  bambini. In mezzo è pieno di gente. Come da copione c’è chi dorme e chi legge, altri che non fanno nulla di nulla, in attesa che il loro treno parta.

Prendo posto e cerco in quei volti una traccia, un segno che rimadi a ventinove anni fa esatti. Per fortuna, ne trovo: non sono l’unico a guardarmi attorno, ad annusare l’aria. Nel mezzo di questa panoramica, metto a fuoco l’uomo che mi siede davanti: è molto anziano, quasi del tutto sdentato, ha la camicia aperta sul petto e indossa dei sandali lisi. Ma non è nessuno di questi dettagli a impressionarmi - neanche i suoi occhi rossi lo fanno sul serio - piuttosto è il fatto che è l’unico a non avere alcun tipo di bagaglio appresso, o almeno io non ne vedo di nessun tipo. Potrebbe essere solo un vecchietto in cerca di un po’ di fresco, ma quel suo sguardo fisso sulla parete delle corone e dei fiori alla memoria, quel suo rimuginare saliva in un ritornello di deglutizioni che sono come un pendolo in accelerazone, tutto questo mi suggerisce un’ipotesi così straziante che - rimanendo lì, paralizzato dll’idea - quasi perdo il treno: e se questo uomo, esattamente qui, ventinove anni fa, alle 10.25 avesse perso qualcuno?

E’ tardi, il mio treno è in partenza, mi guardo per l’ultima volta attorno e poi esco fuori, verso i binari, attraverso il caldo e l’indifferenza della gente.