“Non sempre la vita dà soddisfazione e, al tirar delle somme,
carne e polvere finiscono per rivelarsi la stessa cosa”.
Buster Abbot Lighthorse Smith

Texas, 1958. Tempo sommerso: provincia e segregazione razziale, segregazione - a ben vedere - totale. Alla fine della storia resta solo, inesorabile, il canto dei grilli in una notte d’estate. Una melodia che ci fa pensare a una provincia in cui l’urbanizzazione è ancora in fase embrionale, di là del paesello c’è ancora la natura, che incombe come una sovrastruttura mentale (è comune l’idea di identificare la campagna - con le sue bestie d’ogni tipo e la sua vegetazione rigogliosa - con la vita; ed è anche vero, se non fosse che tanto più forte è l’urlo della vita, tanto più sibila l’alito della morte).

Puro Joe R. Lansdale. L’impianto narrativo è sorprendentemente semplice ed efficace: un romanzo mainstream cotto in salsa giallo-noir, pepato con un po’ di horror.

Buon Dio! Il Sud di Joe. La merda di piccione sulla statua del generale Lee mi ha fatto venire in mente il corrispettivo organico che orna le statue di Garibaldi in tutta Italia. Tutto il mondo è paese, anche se spesso capovolto. Miracoli del guano. Il Sud e la provincia come State of mind. E’ innegabile che al giorno d’oggi viviamo una situazione simile, tanto da farmi pensare che la deriva xenofoba che c’ammorba da Aosta a Lampedusa, passando per le lande padane, sia uno dei pochi fili che tiene unito il nostro Paese e che, in fin dei conti, sembriamo tutti dei terroni texani del 1958.