Ci sono dei libri che dovrebbero essere letti a prescindere. Non sempre, però, se ne ha l’occasione: nella migliore delle ipotesi finiscono in fondo alla libreria, nella peggiore, nel cassetto dei buoni propositi mai realizzati. Altre volte - per fortuna - capita l’occasione che ti apre le porte alla lettura.

E’ quello che mi è successo con La torre nera di Stephen King.

L’occasione è stata la pubblicazione dell’adattamento a fumetti della Marvel, opera di Peter David e Jae Lee. Bellissimo, davvero, impressionante. Ma non potrei mai andare avanti nella lettura delle tavole senza aver letto tutte le avventure di Roland di Gilead. Così ho preso in blocco tutti e sette i volumi della serie e mi sono immerso nella lettura. 

Ho sempre trascurato quest’autore, leggiucchiandolo qua e là, vuoi per cretineria adolescenziale (avete presente quando vedi tutto in bianco e nero: merda e oro, e quello che vende di solito rientra nella prima categoria), vuoi per pigrizia. Anche se, se non ricordo male, il primo contatto con la fantascienza è stato proprio grazie a King, con The Running Man, distopia orwelliana scritta sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Poi a distanza di anni lessi Colorado Kid e On Writing. Dei più acclamati romanzi del Re (tipo IT e Shining) non ne ho letto neanche uno, smozzicando gli adattamenti cinematogrefici o per la TV. 

Con i primi due volumi della Torre Nera, posso tranquillamente affermare che mi sono definitivamente ricreduto su King. Ed è stata una conversione sul campo. L’ultimo cavaliere è una puntata un po’ incerta, scritta da un ancor giovane King, ma getta basi solide per il prosieguo della narrazione. Con La chiamata dei tre invece è già palese la caratura dell’opera: un vero e proprio atto d’amore verso i “generi” di letteratura (un tempo)popolare: western, fantascienza, horror, noir e, perché no, anche rosa. Davvero, all’appello non ne manca nemmeno uno . 

Parafrasando Ballard, per The Dark Tower potremmo parlare di Inner frontier, la frontiera interna: ovvero, dove finisce il sogno epico, romantico e mitico che da Omero discende fino all’alba del ‘900 scorso e iniziano i canti di paranoia e alienazione dell’uomo moderno. C’è tutto l’incanto e il sense of wonder dei racconti orali e del fantastico più tradizionale, mischiato all’introspezione da romanzo psicologico e al pastiche postmoderno. Ben oltre la frontiera intesa come scenografia del mito: una vera e propria frontiera letteraria.

E il bello è che è tutto molto spontaneo. Non c’è niente di cervellotico, puro intrattenimento. Già, perché questa è sempre stata la vocazione di fondo della letteratura di genere. Se smettessimo di spararci enormi pipponi sulla morte di questo o quel filone, su complotti editoriali, sette, congreghe, logge e compagnia bella, forse ci renderemo conto che non c’è da tirar fuori nessun valore aggiunto o relativo per legittimare questo tipo di letteratura: c’è un valore assoluto che emerge da solo nelle opere degne di nota, ed è una specie di miracolo dei bassifondi: dalla massa di spazzatura (o presunta tale) nascono alberi carichi di frutti.