Grazie all’amico Jarok, mefistofelico tentatore col suo Bazaar, sono ventuto in possesso di una raccolta di articoli di Kurt Vonnegut, Divina idiozia, pubblicata da e/o nel 2000 nella collana Piccola biblioteca morale. Il primo articolo, guarda un po’, è quello famigerato in cui il buon Kurt prende le distanze dalla fantascienza.

Gli scrittori di fantascienza si incontrano spesso, si confortano e si lodano a vicenda, si scambiano fitte lettere lunghe più di venti pagine, si prendono sonore sbronze in compagnia, e in un modo o nell’altro si fanno grasse risate o si commuovono tutti insieme appassionatamente.

Bé, commovente è commovente, e anche un po’ terrificante: di ritorno da una Con - e su un libro comprato là - fa un certo effetto leggere queste parole. Ma andiamo avanti, il succo deve ancora venire.

Per un po’ ho scorrazzato insieme a loro, e ho avuto modo di apprezzare le loro anime generose e divertenti, ma adesso devo fare una dichiarazione sincera che li farà saltare sulle sedie: sono dei gregari. Sono una cricca. Se non fossero così gratificati dall’idea di far parte di una banda tutta loro, non esisterebbe una categoria chiamata fantascienza. Provano un gusto particolare a rimanere svegli la notte per cercare una risposta alla domanda: “Che cos’è la fantascienza?”. Tanto varrebbe chiedersi: “Che sono i massoni? E cos’è l’odine della Stella Orientale?”.

Parole tenere e durissime allo stesso tempo. Si può essere d’accordo o no, rimanere indefferenti o addirittura offesi, ma sono righe su cui vale la pena perdere un po’ di tempo a riflettere. Personalmente non le trovo poi così terribili, anche se il tempo - questa è la speranza - potrebbe smentire la tesi dell’uomo migrato su Tralfamadore sull’esistenza della fantascienza solo come loggia. Per la crime fiction, ad esempio, qui in Italia si potrebbe dire che è successo il contrario: che è cominciata a venire meno proprio quando si è amalgamanta sotto l’etichetta di “Giallo italiano”.

Eh, se ne possono pensare di cose così… a bizzeffe. Tanto varrebbe continuare a chiedersi nella notte: “Cos’è la fantascienza italiana?”.

Vonnegut conclude così, riferendosi ai pulp magazines: Nel frattempo, se si scrivono storie che sono deboli a livello di dialogo, motivazione, caratterizzazione e buon senso, si potrebbe fare di peggio che buttarci dentro un pizzico di chimica, fisica, e volendo anche un po’ di stregoneria, mescolare bene, e inviare il tutto a qualche rivista di fantascienza.

Oserei di più, buttamoci anche tutto il resto dello scibile. Da parte mia, Mr Vonnegut, le prometto che suderò sette camicie d’inchiostro per padroneggiare dialogo, motivazione e caratterizzazione. Di buon senso invece ce ne vorrebbe un intero diluvio universale che dissetasse il mondo.