Esperimenti con la vita: L’opera di Ursula K. Le Guin

di Joseph McElroy

Joseph McElroy vive a New York, dove ha insegnato inglese per molti anni. Ha finora pubblicato nove romanzi, da A Smuggler's Bible (1966) a Cannonball (2013). Un'antologia dei suoi racconti è Night Soul (2011). In italiano sono stati tradotti Plus (1977, Bollati Boringhieri 2001) e la raccolta di saggi Exponential (Bollati Boringhieri 2003).

traduzione di Salvatore Proietti

In un tributo apparso nel 1985 sulla New York Review of Books poco dopo la morte di Italo Calvino, Gore Vidal aveva liquidato Ursula Le Guin in quanto scrittrice di genere – “sci-fi” (qualsiasi cosa credesse di intendere con quel termine). Come tale, diceva, Le Guin non aveva diritto a offrire, com’era successo, una sua “ultima parola” su uno scrittore della complessità di Calvino (l’aveva appena fatto, con modestia, in una raccolta di omaggi sul New York Times; e ricordo ora, in un articolo sulla NYRB del 1974, il frettoloso giudizio di Vidal, “semplicemente noioso”, su certe narrazioni di Calvino, originali e intricate, che situano in una capricciosa psiche individuale eventi decisivi descritti in biologia e altre scienze). Le Guin, una scrittrice diversa, spiccatamente creatrice di comunità, si è distinta in romanzi, racconti, saggi, libretti, sceneggiature, poesia, critica, discorsi, libri per l’infanzia e traduzioni (fra cui il Tao Te Ching di Lao Tzu, pubblicato nel 1997 ma rappresentando quarant’anni di lavoro).

Uno dei tardi racconti di Le Guin, “Seasons of the Ansarac” scruta dall’alto, in modo letterale, non condiscendente, un popolo da lei immaginato, il cui “Modo” si dimostra essere non soltanto nel nome dell’amicizia, della famiglia, di un insediamento prossimo all’affollamento, ma anche periodicamente in viaggio: “Immaginavo che se qualcuno avesse visto la migrazione dall’alto, visto quelle popolazioni tutte in fila lungo mille sentieri e piste, sarebbe stato come osservare la nostra costa Nord-ovest in primavera, uno o due secoli fa, quando ogni fiume, dal Columbia largo un miglio al ruscello più minuscolo, diventa rosso per la risalita dei salmoni”. Perchè come i falchi pescatori californiani che hanno ispirato il racconto, altre forme di vita sono vicine di casa di questo popolo, come per noi. 

Tipicamente (pur con ambiziose eccezioni), i personaggi di Le Guin sono gruppi, nei casi migliori non persone specifiche con cui identificarci per destini e conflitti individuali come nelle principali tradizioni narrative (diciamo, Dostoevsky, Faulkner, George Eliot), ma piuttosto tipi in una popolazione, ravvicinati in qualche modo dalla lente dell’arte (e della scienza, e di un’instancabile gamma di dettagli), non meno reali e toccanti, nel tempo reale come in quello futuro, spesso giocandosi tutto.  I suoi libri inventano società e culture, e scoprono esperimenti che noi potremmo svolgere, nel bene e nel male, con la vita – più ricchi e curiosamente più lenti e meno drammatici di quanto suggerirebbe l’etichetta SF con le sue urgenze razionali.

Originariamente un racconto che Le Guin non era riuscita a completare, The Dispossessed (1974) diventò un romanzo terso ed essenziale sulle utopie e i loro dolorosi limiti. Uno scienziato e il suo effettivo lavoro – una teoria del Tempo, anzi, più audacemente, dell’“incoerenza del tempo” e il modo in cui influenza una rottura di promesse. Tante questioni umane – il genitore per cui comunque “il lavoro viene per primo” vs il genitore sempre presente per il figlio. Un romanzo pieno di speculazioni enigmaticamente tecniche, tecnopolitiche, etiche, in cui nel corso degli anni mi sono immerso (traboccando in altri romanzi), lettore prolifico per quanto promiscuo.  Nei racconti del Ciclo dell’Ecumene, in cui non mi sono avventurato molto, la storia intesa come ciò che si presume sia avvenuto e si estende nel tempo forse appare meno determinante rispetto alla storia intesa come ciò che distilliamo e cristallizziamo attraverso una contemplazione mirata che diventa realtà in forma di nuove domande. In The Dispossessed e in altri suoi romanzi, i muri tra mondi e tra persone si diffondono tra abitudini, cervelli, snobismi, gerarchie sociali, sessualità, bellezze, desideri, logiche, in cui tentiamo di vivere; muri che limiterebbero chi siamo inviterebbero all’evasione ma poi ci ingannerebbero nell’alienazione, muri che accettiamo; così come per anni, con meno signficato nonostante le ambiguità storiche, crescendo a Brooklyn Heights guardavo, sull’altra sponda dello East River, le torri finanziarie di Wall Street senza mai pensare che quel nome si riferiva al muro costruito dagli olandesi contro la minaccia di britannici e pirati, anche se probabilmente non contro i loro vicini nativo-americani. 

Ora, in un tempo, il nostro, di contagiose inimicizie tra gruppi diffuse da demagoghi, e di un nuovo moltiplicarsi, semi-mascherato e imbottito di informazione, di censure contro immagini e parole, il cui scopo è incoraggiare le popolazioni a liberarsi dall’abitudine di pensare, le narrazioni di Ursula Le Guin, che lei chiamava “esperimenti del pensiero”, sembrano ricche quasi con umiltà per il loro indagare i modi in cui potremmo vivere. Parrebbe che, se definire è anche limitare e separare, la massima sfida, spinta e realizzazione del pensiero sia inseparabile dal raccogliere e collegare. Nell’opera di Le Guin ciò che a volte può sembrare blando e mondano, in contrasto con la SF classica o con le condensazioni mozzafiato delle sfaccettate, oppure spesso più sbalorditive, perfino più profonde, narrazioni di Calvino nelle Cosmicomiche e in T con zero, diventa completo e rivelatore.

Le Guin è spesso stata una viaggiatrice in una sorta di antropologia. Di finzione, e lo intendo nel senso migliore di “fatta”; poiché l’antropologia stessa è fatta di ciò che sappiamo (più o meno come diceva Hemingway della narrativa). Per portarmi dove sono stato senza pienamente saperlo. Per incontrare Le Guin arrivando da un’altra direzione. E ancora più di altre fra le opere che conosco, un romanzo, nel suo raccogliere, molto meno lineare e in qualche modo autenticamente improvvisato, rapporti e informazioni, alfabeti, parentele, leggende, canti, danze, documenti medici, nomi di cose – “il solo fulgido libro della vita”: D.H. Lawrence chiamava il romanzo “forma” (ma piuttosto è, forse, un’opportunità di forme) – Always Coming Home (1985), il capolavoro di Le Guin, è antropologia: un resoconto di una società moderatamente tribale, in una certa misura basata sul potlatch o sul dono, rappresentato da fatti e misteri, da una seria magia cerimoniale  e, per il suo popolo, i Kesh, dal simbolo della doppia  spirale, Heyiya-if.

I due bracci non s’incontrano l’un l’altro – terra e cielo; mammiferi e uccelli; la concreta vita domestica e, in prossimità o forse neanche tanto, uno spirituale o astratto luogo dell’essere (e anche dei morti); eppure tra questi binarismi, o nel loro reciproco rispondersi, sembra esistere un cardine, che può essere una cosa o uno dei tanti vividi luoghi descritti da Le Guin.

Oppure una persona, questo cardine nel mio modo di pensare proteso di volta in volta, con la profondità dell’esperienza, ad abbracciare, comprendere, essere. Cosa sarà di The Left Hand of Darkness (1969), romanzo su un pianeta, una cultura, in cui le differenze di genere si sono in gran parte dissolte nell’androginia o nell’ambisessualità? Tra le femministe, suscita ancora controversia.  Come letteratura, potrebbe durare precisamente perchè è ancorato al suo tempo.

Immagino di vivere con e grazie alle differenze – Calvino e Le Guin; il mio Calvino nella sua più plurale e singolare leggerezza e rapidità, nella sua opera più delicata, Le città invisibili, e il mio acido, defunto connazionale, eminente saggista, popolare romanziere, e altro, Vidal – lui stesso una volta (c’era una volta…) un migrante stagionale.