Una prospettiva di genere nell’universo della fantascienza

di Eleonora Federici

Eleonora Federici insegna Lingua e traduzione inglese presso l'Università di Napoli "L'Orientale". In questo ambito è autrice di The Translator as Intercultural Mediator (Trento, 2006) e curatrice di diverse raccolte di saggi. Nel campo del fantastico, oltre a numerosi articoli su autrici di fantascienza e utopia, ha tradotto romanzi di Barbara Vine e Doris Lessing e ha pubblicato il volume Quando la fantascienza è donna (Carocci, 2015).

Ursula Le Guin non può essere considerata solo come uno dei grandi nomi della fantascienza contemporanea, ma è la personificazione stessa della SF americana al femminile, che rappresenta nelle sue sfaccettature più critiche e controverse. Idealmente pronipote della madre del genere fantascientifico Mary Shelley, Le Guin non ne è solo la madrina, ma è stata fonte di ispirazione per molte scrittrici di generazioni più giovani. Se la radice sanscrita del termine ‘madre’ è ‘ma-‘, che significa misurare ma anche preparare e formare, Le Guin nella sua veste di precorritrice di una SF dai toni femminili è stata maestra di scrittura per studentesse che seguivano i suoi corsi di scrittura creativa alla University of Oregon. Oggi infatti alcuni suoi scritti formano una collezione importante nella biblioteca di questo campus. Conosciuta e tradotta in tutto il mondo è una delle autrici più lette nei corsi in cui la SF può far parte del programma, una delle scrittrici più amate dal grande pubblico nonché delle più studiate dalla critica del settore.

Le Guin va ricordata come antesignana di una fantascienza politica, critica e impegnata verso molti aspetti della vita contemporanea, quali l’attenzione verso le minoranze, la posizione anti-militarista e ecologista, la riflessione sull’importanza della spiritualità nella vita umana (e aliena), il biasimo per una materialità segnata dall’individualismo, e non ultima, la forte critica verso le ineguaglianze di classe, le disparità sociali e le differenze di ruolo basate sul genere sessuale. Fin dagli esordi il suo mondo narrativo è costruito attorno a un discorso sul genere (gender), sulla/e femminilità, sulla mascolinità e sulla/e sessualità. Il genere è una categoria centrale del suo pensiero ed è elemento fondante delle trame dei suoi romanzi, basti pensare all’ineguagliabile The Left Hand of Darkness in cui l’androginia degli alieni scuote il lettore degli anni Sessanta davanti alla complessità di unidentità e sessualità vissuta al di fuori di una logica binaria. Le Guin propone tra tanti altri un discorso sul transgender antecedente al dibattito odierno, una narrazione in cui la parola dell’altro si pone come specchio di una identità multipla, fluida, in continuo cambiamento, precorritrice di tante teorie sul soggetto nomade o fluido a noi contemporanee. L’identità sessuale, razziale e di classe è al centro di una storia in cui l’oppressione verso l’altro, che sia donna o alieno non identificabile secondo le categorie della sessualità occidentale, è condannata, in cui attraverso una profonda revisione dell’immaginario culturale americano Le Guin decostruisce tassello dopo tassello gli stereotipi legati al genere e al tempo stesso inventa nuovi modi di vivere non solo la sessualità ma anche la maternità e la cura della famiglia, mostrando al lettore un mondo basato sull’uguaglianza. Tale decostruzione e riappropriazione di ruoli sociali legati al genere viene portata avanti attraverso un nuovo linguaggio che possa rappresentare l’alterità in senso ampio, ovvero le donne, le minoranze, tutti coloro che vivono nel silenzio e rimangono inascoltati.

Anche nelle riflessioni critiche in The Language of the Night l’autrice esplora nuove modalità per un linguaggio al plurale da opporre a quello “patriarcale” attraverso discorsi sull’alterità, sulla femminilità/mascolinità e suoi ruoli sociali. Tutti i romanzi di Le Guin sono una riflessione metalinguistica sul potere della parola, in un linguaggio anarchico, forte e libero come il suo pensiero, che mira alla decostruzione del pensiero binario, guardando all’unione tra yin e yang a lei così cara. Questa riflessione è espressa anche nel saggio Is Gender Necessary? in cui non ci sono “neutri”, ci dice l’autrice, solo potenzialità. Nel più recente Dancing on the Edge of the World (1987) Le Guin formula una risposta alle critiche di autrici come Joanna Russ, per la sua posizione non radicale sul femminismo e per il suo uso di un linguaggio al maschile. Riferendosi a The Left Hand of Darkness Le Guin parla di questo testo come di un esperimento dell’immaginazione, una osservazione critica verso la cultura e la società di quel tempo. Da allora la riflessione di Le Guin sulle tematiche legate al gender è stata ampia e ricca, a partire dalla rappresentazione dei personaggi, acuta disamina delle differenze sociali e culturali tra i due sessi, dai temi scelti nei romanzi, sempre focalizzati su tematiche centrali nella vita delle donne, e dalle innovazioni linguistiche e culturali mirate a proporre un mondo oltre il pensiero binario. Questo ripensamento è stato per Le Guin un processo in divenire, un continuo sviluppo di tematiche care alla SF delle donne nel tempo della sua lunga e prolifica carriera, con considerazioni date dalla sua personale esperienza e dalla propria ricezione delle teorie femministe nel tempo. Per Le Guin non è solo la creazione di una lingua al femminile, ma è la continua riflessione su usi, costumi, ideologie che si rispecchiano nella lingua del quotidiano, messa a confronto con un linguaggio diverso, nuovo, che spiazza il lettore e racconta un mondo alternativo, non più dettato dal dualismo di genere.

Non a caso un altro elemento narrativo centrale è il personaggio-traduttore, come l’emblematico Shevek di The Dispossessed, traduttore tra due mondi, viaggiatore nelle differenze, conoscitore di lingue aliene che dalla sua esperienza mette in discussione il concetto stesso di sapere e verità. La rappresentazione di un mondo migliore, legato al femminile, diventa sempre più chiaro con Always Coming Home (1985) in cui l’utopia della valle è esplicitata in primo luogo dalla lingua Kesh, ricca di neologismi che decantano una cultura democratica e basata su valori come il pacifismo, l’uguaglianza, l’ecologia e la spiritualità. La lingua Kesh traduce un’oralità perduta e riconquistata, parte di un mondo in cui la cultura della musica è centrale così come quella della poesia e del folklore. L’autenticità della lingua Kesh è data dall’ausilio di musiche che il lettore può ascoltare, per udire e non solo leggere un’utopia linguistica che cancella il concetto di “differenza” e introduce il concetto di traduzione come atto di comunicazione e al tempo stesso metafora di un vivere democratico. Il concetto stesso di traduzione permea questo romanzo, a partire dai temi proposti, ai personaggi traduttori, alla struttura meta-traduttiva del testo. Uno dei significati del termine traduzione è spostamento da un luogo a un altro, una traduzione “fisica” evidente nel topos del viaggio al centro di queste storie in cui i personaggi si auto-traducono, muovendosi tra più culture, acquisendo una maggiore capacità comunicativa. Tradurre e tradursi significa riflettere sulla propria (e altrui) identità.

I personaggi leguiniani rappresentano la forza della loro autrice, la sua capacità di dialogo con il lettore, la sua caparbietà nell’affrontare temi difficili e controversi ante-tempo, la sua fermezza come donna a riscrivere un passato, un presente e un futuro in cui la femminilità e la mascolinità diventino concetti plurali e fluidi, la sua attenzione al linguaggio come elemento fondante di ciò che siamo e comprendiamo. Leggere Le Guin significa capire i sottili meccanismi in cui le differenze di genere si annidano nella parola, e ringraziarla per averci mostrato che un futuro diverso sarebbe possibile.