Alessandra Calanchi. Alieni a stelle e strisce: Marte e i Marziani nell’immaginario USA

di Salvatore Proietti

Salvatore Proietti insegna Letterature anglo-americane all'Università della Calabria, ed è direttore di Anarres. Fra i suoi lavori più recenti, la cura di Henry David Thoreau, Dizionario portatile di ecologia (Donzelli 2017), e saggi su Samuel R. Delany (Leviathan, A Journal of Melville Studies, 2013) e sui conflitti razziali in Philip K. Dick (in Umanesimo e rivolta in Blade Runner, a cura di Luigi Cimmino et al., Rubbettino 2015), e una panoramica storica della SF italiana (in Science Fiction Studies, 2015), oltre alla riedizione della traduzione di Paul Di Filippo, La trilogia steampunk (Mondadori 2018). 

Alessandra Calanchi. Alieni a stelle e strisce: Marte e i Marziani nell’immaginario USA. Fano: Aras, 2015. 346 pp. € 28,00.

Questo libro, dichiara l’autrice nell’introduzione, è la testimonianza di una passione, un entusiasmo per la scienza e la fantascienza legato a un “desiderio di alterità” che dopo le prime scoperte infantili (letterarie e musicali) passa “da un piano ontologico identitario (essere un marziano) a uno interculturale (incontrarne uno)” (14). La garbata autoironia di Alessandra Calanchi, adeguata in uno studio all’insegna del tono leggero (mirato anche a studenti e a lettori in cerca di un’originale introduzione alla storia culturale Usa), è una partenza da sé e una premessa di metodo. Anche Alessandro Portelli, come lei americanista, ha intitolato una sua recente “memoria in forma di articoli” Desiderio di altri mondi (Donzelli, 2012): “desiderio” è un bel modo di definire quel mito democratico dell’America che, inaugurato da Pavese e Vittorini, si trasmette a nuovi soggetti emergenti nella società italiana. Ma la storia della SF non è in fondo la storia dell’ampliarsi del pubblico di un genere che riesce, althusserianamente parlando, a interpellare via via nuove voci che rivendicano una capacità di desiderare?

Questo rimanda alla pratica dell’americanistica in Italia, da sempre più vicina al concetto statunitense di “studi” americani che alla mera “letteratura”, ponendosi istituzionalmente l’obiettivo di un ampliamento del canone delle belles lettres tradizionali: a fine anni 1960, l’apertura alla letteratura femminile/femminista, operaia, etnica, nativa e afroamericana porta anche (con Carlo Pagetti, o lo stesso Portelli) a un’attenzione per i generi popolari. È dunque giusto l’uso ironico del termine “Canone marziano”, mutuato dal lessico sherlockiano: non la punta dell’iceberg, che consenta l’oblio del resto, ma la totalità del campo letterario, rispettando l’autonomia dell’ambito studiato piuttosto che ricercando essenze o riduzionistiche riaffermazioni della superiorità dell’osservatore.

È la pura e semplice quantità del materiale affrontato a rendere Alieni a stelle e strisce uno studio scientifico degno di nota. Nella SF come in ogni altro campo, nessuna generalizzazione è lecita senza ricognizione approfondita. L’ambito specifico è la letteratura statunitense, narrativa e saggistica, riguardante il pianeta Marte, nella prospettiva di una “storia culturale” che si ponga fra gli obiettivi “l’avvicinamento di science e humanities  e la redistribuzione […] dei confini tra discipline e tra saperi” (18) – un avvicinamento che la cultura letteraria italiana ha troppo spesso visto con sospetto.

Di Marte nella SF americana mi ero occupato in sede non accademica, in un articolo (America marziana, online in Delos, 2004) che prendeva spunto da uno speciale marziano della britannica Foundation (n. 68, Aut. 1996), in cui spiccava un saggio di Stephen Baxter. È bello vedere, a distanza di anni, che abbiamo mappato lo stesso territorio, anche se il background critico è in parte diverso dagli studi sulla SF (qui ignorati eccetto gli author studies). Nella panoramica letteraria, qui c’è una grande attenzione verso la hard SF: un ulteriore segno di cura per il dettaglio. Le nostre conclusioni mi sembrano compatibili. Se nella SF europea, alla quale si accenna brevemente (127-29), il discorso su Marte resta legato all’esperienza coloniale, negli Usa diventa più flessibile, in grado di articolare da punti di vista diversi, talvolta opposti, una riflessione sulla storia e sul presente della nazione, colta nel suo divenire. Marte e l’America sono nozioni che si rifrangono a vicenda in un prisma dalle sfaccettature infinite, fatte di somiglianze, differenze, alternative; in Marte la cultura americana vede sia il passato della “frontiera”, sia una possibile rifondazione futura in altri termini.

Nel frattempo i due fondamentali volumi di Robert Markley, Dying Planet: Mars in Science and the Imagination (Duke UP, 2005), e Robert Crossley, Imagining Mars: A Literary History (Wesleyan UP, 2011), hanno reso visibile un’articolazione culturale davvero gigantesca; e in italiano c’è stata un’importante rassegna della storia del concetto di alienità grazie ad Annibale Fantoli (Extraterrestri: Storia di un’idea dalla Grecia a oggi [Carocci, 2008]). Questi lavori, pressochè enciclopedici, rendono possibile una ricostruzione di queste dimensioni.

I primi capitoli si concentrano sulla saggistica, oscillando fra sfondo globale e cultura Usa, dall’antichità alla storia delle scoperte scientifiche e astronomiche, con brevi note sull’arte (43-44). Tra fascinazione per la pluralità dei mondi e antropocentrico addomesticamento dell’alienità si muovono tutti questi discorsi. In America, la retorica dominante è quella del Destino Manifesto e della Frontiera, descritta come “coesistenza” di istanze democratiche e volontà di espansione coloniale/imperialistica (57), generalmente declinata al maschile (127). Per questo “gli alieni (e in particolare i marziani) rappresentano un’arena significativa di incontro/scontro ideologico”: in uno “spazio ‘destinato’ a espandersi senza limiti”, incarnano “la tipologia più estrema di ‘Altro’ che si possa immaginare” (58-59). Fra questi poli retorici si dipana tutto il discorso spaziale: da un lato le aperture kennedyane, dall’altro le chiusure della Guerra Fredda (che nella ricerca spaziale coinvolge anche ambigue figure di ex-nazisti) e degli anni di Reagan (in cui le “Guerre stellari” escono, purtroppo, dagli ambiti culturali). Sin dall’era puritana, ricorda Calanchi, tutto un filone della cultura Usa in fondo ha descritto un territorio alieno (il continente nordamericano) e l’incontro/scontro con i suoi abitanti; fra gli autori di fantasie astronomiche spicca Poe, soprattutto con l’esplorazione del concetto di infinito in Eureka (134-40). Un’interessante digressione ripercorre la fascinazione americana per i linguaggi alieni, dal memorabile dizionario narragansett di Roger Williams (1643) alle tante lingue inventate dalla SF letteraria e visuale (112-17). Se forse avrei preferito, pensando anche a un ipotetico studente davanti a queste pagine, un’esposizione più lineare di periodi, provenienze nazionali e settori del discorso (e che distinguesse la scienza dalle pseudoscienze esoteriche e ufologiche, peraltro assolutamente pertinenti alla ricostruzione storica), questi capitoli fanno emergere quanto l’ambiguità (e talvolta la malafede) ideologica non invalidi l’efficacia del “sogno marziano”: il valore d’uso del desiderio di alterità.

A partire dagli anni 90 Marte riacquista gradualmente una centralità prossima a quella dei tempi di Schiaparelli e Lowell, con progetti ufficiali della NASA e privati, e perfino una dichiarazione di intenti del presidente George W. Bush. Gli ultimi decenni di esplorazione (da parte di lander, rover, sonde, ecc.) portano a una crescente comprensione del paesaggio e dell’ambiente naturale marziano. Sorge inevitabile una domanda: che l’immaginario marziano, anche nel discorso scientifico, stia acquisendo una componente ecocritica?

Il cap. 5 affronta la SF letteraria, a partire dalla fine 800 (i riferimenti alla Guerra dei mondi wellsiana sono ovunque). Il primo romanzo “marziano” è un’utopia femminista del 1893, Unveiling a Parallel di Alice Ilgenfritz Jones ed Ella Merchant (151-53); a cavallo del secolo, Marte appare spesso come visione pastorale, mentre iniziano le “edisonate” di Garrett P. Serviss e altri, e le variazioni sul tema esoterico, dalla presunta sensitiva Sara Weiss al più noto Louis P. Gratacap. I motivi “spiritualistici”, sonni misteriosi che portano a una reincarnazione in corpi marziani (il cui prototipo, scrive giustamente Calanchi, è il Rip Van Winkle di Irving) compaiono anche nelle opere che rilanciano lo scenario marziano a inizio 900, dal pastiche swiftiano di Edwin L. Arnold all’infinita saga di Edgar Rice Burroughs (176) e dei suoi imitatori. Un primo tentativo di sfuggire allo stereotipo colonialista è A Martian Odyssey di Stanley Weinbaum (178 sgg.), e il vero rinnovamento sono i racconti di Leigh Brackett (184-85): un Marte deserto intorno ai canali, scenario da noir più che da avventura vecchio stile. Calanchi prosegue cronologicamente, decennio per decennio. Se gli anni Cinquanta sono nel segno di Ray Bradbury, altre opere importanti escono a firma di A.E. van Vogt, Isaac Asimov, C.M. Kornbluth & Judith Merril, Lester Del Rey, Fredric Brown, H. Beam Piper e, a cavallo del 1960, Robert Heinlein. Negli anni Sessanta il più continuo revisionista del mito della frontiera è Philip Dick (191-93), ma si segnalano anche romanzi di James Blish e Algis Budrys. In un canone marziano sempre affollato, negli anni Settanta delle informazioni delle sonde Viking cruciale è Man Plus del veterano Frederik Pohl (1976), romanzo su un corpo chirurgicamente modificato che passa dall’alienazione all’integrazione (195-96). Negli anni Ottanta, se la Guerra fredda domina ancora il Marte di Lewis Shiner, inizia il lavoro di Kim Stanley Robinson, dal terraforming fallito di Icehenge (1984) fino al complesso affresco di storia futura della Mars Trilogy (1993-96), che unisce riflessione economica, ecologica, politica e culturale (203-04), mentre nel Marte cinese in China Mountain Zhang di Maureen F. McHugh (1992) la “memoria storica dell’emigrazione in terra americana” incontra la consapevolezza del sorgere di un’“arena globale” in cui gli Usa sono una componente fra le tante (205). A cavallo del 2000, anche la hard SF di Greg Bear, Ben Bova, Gregory Benford e Geoffrey Landis, appare più problematica, per quanto fiduciosa. Questo vale anche per il recente best-seller di Andy Weir, The Martian (2011), che è stato l’immediata occasione per questo libro (chiuso da una postfazione del traduttore Tullio Dobner), diario di un novello Robinson in cui ai tropi wellsiani e burroughsiani si sostituisce “un nuovo concetto di cittadinanza o nazionalità (o planetarietà) legato allo jus [sic] soli”, in cui “il ‘marziano’ non rivendica possesso […] ma diritto di appartenenza” (209): sospetto che molti altri dei nomi qui coperti avrebbero sottoscritto questa frase.

Il cap. 6 è dedicato al cinema (con un breve excursus su altri media visivi). Anche le versioni filmiche dei marziani rifuggono qualsiasi reductio ad unum: tra immagini “del profugo, del rifugiato, dell’essere in fuga da un mondo che muore” e uno sguardo straniante che ci fa scorgere “il riflesso dei nostri stessi progetti di invasione e dominio” (214-15), consenso e critica sono di norma compresenti. Fra i primi esempi, alcuni richiedono grande innovatività tecnologica, dal primissimo The Man from M.A.R.S. (Roy William Neill, 1922) allo straordinario musical Just Imagine (David Butler, 1930); a fine decennio, anche Flash Gordon incontra su Marte un Ming chiaramente riconfigurato come Hitler.  Negli anni 50-60, il legame fra America e paesaggio marziano si fa indissolubile, radicato nella Guerra fredda, nelle paure nucleari e ambientali e nel mutamento dei ruoli sessuali (217). Il film più celebre è The War of the Worlds (Byron Haskin, 1953) che, dopo Welles (alla radio nel 1938), riporta Wells in America, modificandolo in diversi punti: i primi importanti alieni a colori. Nell’ultima parte del millennio, Calanchi sceglie Capricorn One (Peter Hyams, 1978), che rilegge il western marziano come truffa mediatica, e Total Recall (Paul Verhoeven, 1990), che nell’improbabile finale mette in scena l’auspicio reaganiano di un ritorno al rugged individualism (trascurando forse il ruolo della comunità mutante: l’ideologia c’è, ma anche qualche contraddizione). Nel 2000, si apre un’era di grandi produzioni e maggior accuratezza scientifica, inaugurata da Mission to Mars di Brian De Palma, Red Planet (Antony Hoffman, 2000) e Ghosts of Mars (John Carpenter, 2001): Marte si fa metafora complessa, dal conflitto economico al sacro. Anche nel cinema un punto di svolta è il 9/11, e nel 2005 War of the Worlds di Steven Spielberg torna al marziano come nemico da cancellare.

Il libro si conclude con tre virtuosistici close reading, concepiti come guide per gli studenti. Il cap. 7 analizza War of the Worlds di Orson Welles come punto d’arrivo e svolta nell’intertesto wellsiano, che Calanchi lega all’emergere di un’intellettualità di sinistra negli Usa post-Depressione; Welles tra quei dissidenti, e la sua riscrittura radiofonica enfatizza la fragilità della nazione. Un’osservazione importante viene ripresa da Guido Fink, un critico da riscoprire, che negli anni 80 parlava di un testo che dimostra la capacità metanarrativa di tutta la SF, in grado di inglobare media e discorsi (251), parlando sia del mondo possibile che del presente. È importante anche l’enfasi sull’invisibilità degli alieni di Welles, come in Wells (260).

Il cap. 8 legge The Martian Chronicles di Ray Bradbury (1950), senza dubbio il testo più famoso nel canone marziano. Reagendo a un’epoca che molti (anche se, direi, non tutti) percepiscono come di paralizzante pace sociale, Bradbury presenta un Marte premoderno, basato su concezioni ottocentesche più che contemporanee, in un libro che, in effetti, l’autore chiamò fantasy, non SF. Il suo Marte è dichiaratamente specchio del presente (273), letteralizzato nella scena finale di The Million-Year Picnic. La struttura frammentaria, che moltiplica i punti di vista terrestri e marziani, espande anche la portata del romanzo: oltre alla costruzione dell’“atmosfera”, rende possibile (in senso jamesoniano) una storia del futuro che ricapitola passato e presente della storia Usa, dai Padri Pellegrini al razzismo, passando per tanti omaggi letterari. Dell’atmosfera fanno parte anche un’estrema attenzione al “soundscape” (276), dalla musica (come sarà nella trilogia di Robinson) agli effetti sonori, e i continui momenti allucinatori: forse anche in questa dimensione multisensoriale risiede la grandezza di Bradbury.

Il cap. 9 è dedicato a un film, Mars Attacks! di Tim Burton (1996). Quando ci si avvicina al presente, le scelte sono inevitabilmente soggettive, ma l’irresistibile humor di Burton probabilmente avrebbe convinto anche me. Calanchi vede nel film una consapevolezza dei nuovi media, un “citazionismo assunto a cifra stilistica”, con una “volontà di scioccare il pubblico divertendolo insieme” che avvicina Burton a Tarantino e ai Cohen (308), in cui “gli unici a salvarsi (e a salvare il pianeta) saranno i disadattati e gli emarginati” (311). Nella presentazione di un’America inetta nella sua fiducia clintoniana, mi chiederei però se non ci sia un’anticipazione di tanta retorica post-9/11.

Il canone marziano, ovviamente, continua a svilupparsi: le antologie curate da Peter Crowther, Jonathan Strahan, George Martin & Gardner Dozois mostrano una varietà di approcci che è la miglior garanzia di vitalità.

A margine della discussione americana, è piacevole trovare una manciata di riferimenti al Marte italiano; in letteratura, si va dal futurista Enzo Benedetto, passando per Flaiano, a sommari accenni a contemporanei; nella musica, dallo Zecchino d’Oro a Mingardi e Grignani; nelle pseudoscienze, da Kolosimo a recenti esempi francamente rozzi; nel fumetto, da Pedrocchi a Nathan Never; nel cinema, da Un matrimonio interplanetario di Enrico Novelli/Yambo, nel 1910 davvero un inizio (214-15), a Fascisti su Marte (Guzzanti e Skofić, 2002). Marte ha ancora molte storie da raccontare, e spero che Calanchi abbia altre occasioni di farsene portavoce.

Qualche sbavatura di editing, forse inevitabile, va comunque segnalata: una manciata di errori in nomi e titoli; la descrizione di Bova come autore navajo (205), mentre lo è il protagonista del suo Return to Mars (1999); il Viaggio al pianeta Marte di Enzo Benedetto fu pubblicato su Il Popolo di Calabria, non “di Cabiria” (17).  In conclusione, Alieni a stelle e strisce è una risorsa per chi abbia ambizioni di studio e una lettura piacevole per un approfondimento oltre i luoghi comuni, magari anche per quegli studenti che, mossi oggi dal desiderio di alterità, forse in futuro, dice Calanchi, andranno su Marte (21).