L’altra metà del centauro: La ricezione della fantascienza di Primo Levi (1966-87)

L'articolo analizza la ricezione critica italiana della fantascienza di Primo Levi, dalla pubblicazione di Storie naturali (1966) alla seconda edizione di Vizio di forma (1987).

di Roberta Mori

Roberta Mori lavora presso il Centro Internazionale Primo Levi di Torino. Insieme a saggi su autori del Novecento italiano, è autrice di La rappresentazione dell' "altrove" nel romanzo italiano del Novecento (ETS, 2008) e curatrice, con Domenico Scarpa, di Album Primo Levi (Einaudi, 2017),

Il presente contributo si concentra sulla ricezione delle due raccolte Storie naturali e Vizio di forma, contenenti esclusivamente racconti fantascientifici, pubblicate da Primo Levi nel 1966 e nel 1971, soffermandosi anche sull’accoglienza ricevuta dalla seconda edizione di Vizio di forma del 1987. 

1.      Preludio fantascientifico: I mnemagoghi, un racconto del 1946 

A segnare l’esordio di Primo Levi nella narrativa fantascientifica è un racconto singolare, I mnemagoghi, scritto nel 1946 e pubblicato su L’Italia Socialista il 19 dicembre 19481 . Al centro della narrazione vi è il confronto fra due medici, il giovane Morandi e l’anziano Montesanto, in procinto di andare in pensione, sostituito dal primo nella condotta di un piccolo paese. Nel loro unico incontro Montesanto ripercorre le tappe della sua carriera scientifica per poi illustrare al collega i frutti di alcuni esperimenti coltivati segretamente per anni. Si tratta dei “mnemagoghi”, ovvero “suscitatori di memorie” (405), sostanze che consentono di riprodurre l’esatta sensazione olfattiva legata a determinate situazioni ed esperienze vissute in passato. I mnemagoghi sono contenuti in boccette a tappo smerigliato che via via Montesanto sottopone a Morandi. Quest’ultimo cerca di indovinare il collegamento fra odori ed esperienze, ma è un esercizio arduo perché le combinazioni sono strettamente personali. Montesanto è riuscito a conservare e a recuperare i suoi ricordi, che nella sua mente ricompaiono vividi e precisi a ogni inalazione. Appare evidente che all’origine di questa invenzione vi è un rapporto non pacificato con il tempo e con la memoria; afferma il vecchio: “Io, per mia natura, non posso pensare che con orrore all’eventualità che anche uno solo dei miei ricordi abbia a cancellarsi” (405).

Dopo aver inalato un ultimo mnemagogo corrispondente al ricordo di una persona, Morandi si congeda frettolosamente e si precipita fuori all’aria aperta. Avverte il bisogno di sentire il suo corpo funzionare a pieno ritmo e inizia a risalire il sottobosco lontano da ogni sentiero. Sebbene il racconto non lo espliciti, lasciando che sia il lettore a trarre le conclusioni, Morandi capisce di essersi addentrato troppo nell’intimità dell’altro e prova uno strano disagio nel constatare come la vita di Montesanto si sia arrestata nell’idolatria del passato. Non è estraneo a questa reazione un senso di ammirazione e al tempo stesso di sgomento per la scoperta dei mnemagoghi, i quali consentono di potenziare la memoria individuale ma anche di forzare, forse più di quanto non sia lecito, i limiti della natura ricreando artificialmente e traendo a forza dall’oblio ciò che è intrinsecamente caduco.

Si ritrovano in questo primo racconto motivi destinati a ritornare nella produzione fantascientifica successiva di Levi, primi fra tutti la scelta di un novum strettamente legato alla sua formazione scientifica e la fascinazione per improbabili visioni del tempo, che attenuano i confini tra passato, presente e futuro. Questo elemento compare già, secondo quanto dichiarato a Giovanni Tesio nel 1987, in una prova narrativa inedita scritta prima della deportazione: vi si trattava il caso di  un uomo “che viveva fuori del tempo, penetrava nel tempo, veniva trascinato nel tempo” (97). Il medesimo tema affiora nell’atto unico La bella addormentata nel frigo (1966, ma scritto nel 1952), storia di una donna ibernata che attraversa i secoli mantenendosi eternamente giovane, e nel tardo Scacco al tempo (1986), in cui il narratore immagina di depositare il brevetto relativo all’invenzione del “paracrono”, un trattamento in grado di modificare, attraverso “l’iniezione di dosi estremamente basse di maleato di rubidio nel quarto ventricolo cerebrale” (914), la percezione soggettiva del tempo conferendo durata maggiore alle esperienze piacevoli e rendendo quasi impercettibili quelle sgradevoli.

Il primo racconto fantascientifico pubblicato da Levi, dietro e oltre la trovata narrativa che fa da motore all’azione, è percorso dalla riflessione sulla memoria in quanto tale e sul rapporto del soggetto con essa. Proprio nel momento in cui attingeva ai ricordi dolorosi dell’anno di prigionia per scrivere Se questo è un uomo, l’autore portava avanti anche con il linguaggio “nuovo” e diverso della fantascienza l’indagine sul senso della memoria, un filone di ricerca di importanza capitale all’interno della sua opera, il cui esito più alto sarebbero stati, quaranta anni più tardi, i saggi raccolti ne I sommersi e i salvati. Anche per questa via sembra appurata l’esistenza di quello che Martina Mengoni ha definito “un legame viscerale” (119) tra Auschwitz e le Storie naturali, la prima raccolta di racconti fantascientifici edita nel 1966.

2.      “Ho scritto qualche racconto di genere maldefinibile”: La nascita del narratore centauro

Negli anni Cinquanta Levi continua a dedicarsi alla scrittura di testi fantascientifici arrivando alla pubblicazione solo nel caso del racconto dialogo Il sesto giorno, uscito su Questioni nel 1958 (Belpoliti 668). Nel 1960 inizia a pubblicare regolarmente su quotidiani e riviste alcuni racconti che confluiranno in Storie naturali; su Il Mondo, tra la primavera di quell’anno e l’anno successivo escono Il versificatore, Censura in Bitinia, Il centauro Trachi. Nel 1962 compaiono sulla stessa rivista L’amico dell’uomo e Angelica farfalla. Nel biennio 1964-1966 lo scrittore firma una collaborazione con il quotidiano Il Giorno, sul quale trovano collocazione L’ordine a buon mercato, La moglie in duplicato, La misura della bellezza, Versamina, Pieno impiego. Sul Giorno del 22 marzo del 1964, che ospita il primo racconto della serie, appare una sintetica presentazione dell’autore che ricorda Se questo è un uomo e La tregua; si legge poi che lo stesso “da qualche tempo ama scrivere racconti morali travestiti da racconti di fantascienza” (Belpoliti 213). In un’intervista dell’anno prima rilasciata a Pier Maria Paoletti per la medesima testata era stato lo stesso Levi a conferire ai suoi testi fantascientifici la patente di “racconti morali”:

Già, la fantascienza. Anche questa comporta una quantità di temi che mi divertono e appassionano. La vedo come dei racconti morali travestiti, mascherati. Ne butto giù parecchi, a tempo perso, meglio, a tempo ritrovato, faticosamente, dirigente tecnico permettendo. (104)

A quale genere appartengono dunque le prove narrative che Primo Levi consegna alle pagine di quotidiani e riviste nella prima metà degli anni Sessanta? E, soprattutto, quale posto occupano rispetto ai due libri “maggiori”, Se questo è un uomo e  La tregua? Per rispondere a questi due interrogativi proviamo a compiere uno scarto rispetto all’ordine cronologico lineare e a fare due passi indietro e due avanti.

In una breve intervista televisiva rilasciata a Luigi Silori per la rubrica L’approdo del 27 settembre 1963 (poco più di un mese dopo l’intervista con Paoletti  su Il Giorno), Primo Levi parla di Se questo è un uomo e di La tregua, data alle stampe proprio quell’anno, come di due opere nate dal bisogno di raccontare le esperienze vissute. Senza giri di parole, dichiara di aver scritto Se questo è un uomo “perché non potevo non scriverlo” (Silori), mentre il secondo libro è “la stesura dei racconti che ho fatto centinaia di volte […] agli amici e a tutti quelli che mi capitavano a tiro” (Silori). Verso la fine del dialogo, si lascia andare a quella che assomiglia a una timida confessione:

Ho scritto qualche racconto di genere maldefinibile, di genere fantastico direi, e mi diverto molto a scriverne. Penso che se ne avrò ancora voglia – non oso dire ispirazione, è una parola troppo grossa – continuerò e forse li pubblicherò. Per adesso sono ancora troppo pochi. (Silori)

È questa una delle prime dichiarazioni pubbliche di Primo Levi in merito a quella che potremmo definire la seconda vena della sua scrittura. Sebbene avesse già pubblicato racconti fantascientifici come Il versificatore, Censura in Bitinia e Angelica farfalla, Levi preferisce non pronunciarsi apertamente sul loro genere, ricordando la loro parentela con il fantastico, genere nobile codificato da quasi due secoli di pratica letteraria, in Europa e non solo. Si può forse leggere fra le righe, nella scelta dell’aggettivo “maldefinibile”, da un lato la volontà di ridimensionare una produzione “minore” in confronto ai primi due libri, dall’altro un accenno di consapevolezza rispetto all’originalità delle proprie invenzioni all’interno del panorama italiano coevo. Resta il fatto che, se Se questo è un uomo e  La tregua nascono sotto la spinta della necessità morale, i racconti di genere maldefinibile sono il frutto del piacere disinteressato della scrittura e provocano al loro autore una forma di divertimento.  Sembra che nel parlare dei propri racconti Levi usi il verbo divertire/divertirsi nell’accezione etimologica del vocabolo latino corrispondente: divertÄ•re, ovvero “volgere altrove” la mente, allontanarsi dai ricordi per lasciare spaziare la fantasia. Occorre però sottolineare che, pur allontanandosi dai suoi ricordi, Levi continua a considerare la memoria, nelle sue molte accezioni, un tema da esplorare anche nella narrativa d’invenzione. Indubbiamente la sensazione di leggerezza derivante dal creare dal nulla situazioni e personaggi anziché trarli direttamente dal proprio bagaglio di memorie è del tutto nuova per Primo Levi. È come se, dopo essere stato per quindici anni il testimone per eccellenza dello sterminio nazista, avvertisse di essere diventato uno scrittore tout court e sentisse il bisogno di schermirsi attraverso un atteggiamento di naturale ritrosia (se si adotta questa prospettiva, il rifiuto del termine “ispirazione” nel corso dell’intervista appare riconducibile a un sincero understatement).

Non bisogna dimenticare che all’inizio degli anni Sessanta ancor più di oggi il sistema letterario italiano considerava la science fiction un genere minore di puro intrattenimento, privo di solide basi culturali. È comprensibile che Levi, anche per non deludere le attese del pubblico che aveva letto e amato le opere precedenti, cerchi di dire e non dire, rimandando al futuro una definizione più precisa dei propri racconti.  

Chi avesse letto con attenzione e con mente scevra da pregiudizi la produzione finzionale uscita in quegli anni non avrebbe certo colto elementi disdicevoli o contraddittori; anzi, avrebbe potuto individuare facilmente un nucleo di continuità tra la memorialistica e i racconti, se non a livello strettamente tematico, almeno a livello dei moventi che animano l’autore. La fantascienza di Primo Levi infatti pone sempre l’accento sul comportamento dell’uomo contemporaneo di fronte agli avvenimenti del suo tempo e alle sfide imposte dallo sviluppo scientifico e tecnologico. Ovviamente si registra un cambio di tono e di stile, perché il narratore fantascientifico ricorre volentieri all’umorismo e all’iperbole e ama mescolare scherzosamente i registri, scegliendo di volta in volta una nuova voce per i suoi personaggi. Si pensi, a titolo esemplificativo, al racconto Censura in Bitinia, immaginario resoconto da un paese stretto in un’asfissiante censura, scritto secondo il modello delle relazioni ufficiali, o all’atto unico Il versificatore, in cui è testato con esiti imprevedibili uno strumento capace di redigere poesie in vece degli esseri umani.

Il secondo passo indietro ci conduce al 1961. In quell’anno Levi aveva sottoposto a Italo Calvino, allora redattore della Einaudi, un gruppo di racconti di cui facevano parte sia scritti di ambientazione concentrazionaria sia racconti fantastici e fantascientifici (L’amico dell’uomo, Quaestio de centauris, I mnemagoghi) ottenendo su questi ultimi un giudizio positivo e il consiglio di proseguire in quella direzione (Calvino 696). Nella lettera di risposta a Levi Calvino conia per i racconti un aggettivo su misura definendoli “fantabiologici”. Il termine vuole alludere allo spunto “biologico” da cui prendono avvio gli intrecci:

Il tuo meccanismo fantastico che scatta da un dato di partenza scientifico-genetico ha un potere di suggestione intellettuale e anche poetica, come lo hanno per me le divagazioni genetiche e morfologiche di Jean Rostand. (695)

Calvino coglie precocemente il nesso fra i racconti e la cultura scientifica del loro autore scorgendo in ciò, oltre che una consonanza di intenti con le proprie ricerche, un elemento di novità rispetto a certa letteratura italiana arroccata su posizioni  anacronisticamente antimoderne, o legata a doppio filo a un realismo ormai esangue:

Tu ti muovi in una dimensione di intelligente divagazione ai margini d’un panorama culturale-etico-scientifico che dovrebbe essere quello dell’Europa in cui viviamo.
Forse i tuoi racconti mi piacciono soprattutto perché presuppongono una civiltà co­mune che è sensibilmente diversa da quella presupposta da tanta letteratura italiana. (696)

Si può ipotizzare che l’accoglienza positiva di Calvino abbia accresciuto la fiducia di Levi nelle proprie capacità di scrittore fantascientifico e lo abbia spinto a scrivere nuovi racconti e a rivedere quelli già scritti. Tuttavia soltanto dopo la pubblicazione di La tregua Levi inizia a pensare a una raccolta che li riunisca; parallelamente, compie delle scelte mirate ad abituare pubblico e critica a tener conto di un ventaglio di interessi molto più ampio del previsto, necessario alimento di una personalità sfaccettata.

Infatti, facendo un salto in avanti di quattro anni, nel 1965, Levi, con il racconto “Cladonia rapida”, partecipa (con altri contributi dal mercato mainstream come Alberto Moravia e Roberto Vacca) al numero 6 della serie di antologie di fantascienza Interplanet, curato da Sandro Sandrelli, Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, nel quale sono raccolti testi di nomi di punta della giovane SF italiana come Lino Aldani, Giulio Raiola e lo stesso Sandro Sandrelli. Nello stesso anno il racconto La misura della bellezza figura nell’antologia Quindici grandi racconti di fantascienza (a cura di Gigi Ganzini Granata e Folco De Petris) edita da Longanesi, nella quale compaiono, oltre a quello di Levi, altri due testi italiani, di Giorgio Soavi e Roberto Vacca. Dopo il successo della riduzione radiofonica di Se questo è un uomo, andata in onda sul Terzo Programma il 25 aprile del 1964, la Rai gli commissiona tre atti unici radiofonici, La bella addormentata nel frigo, Il versificatore (registrati alla Rai nel settembre-ottobre 1965) e Il sesto giorno – progettato nel 1947 e finito nel 1957 (Poli-Calcagno 34). All’inizio del 1966 i tre atti unici, riuniti sotto il titolo di Storie naturali, sono portati in scena dalla Compagnia del Teatro delle Dieci diretta da Massimo Scaglione.

In quell’occasione Primo Levi è intervistato dall’inviato del quotidiano L’Unità, Edoardo Fadini, il quale immediatamente afferma che da Levi, autore di Se questo è un uomo e La tregua, nessuno si sarebbe aspettato opere di fantascienza. La risposta di Levi è emblematica, perché se da un lato rifiuta un’etichetta giustapposta in modo  automatico al suo lavoro, dall’altro rivendica la serietà dei suoi intenti e la necessità di una riflessione che parta dai dati di realtà per poi sconfinare nei territori del possibile:

No, non sono storie di fantascienza, se per fantascienza si intende l’avvenirismo, la fantasia futuristica a buon mercato. Queste sono storie più possibili di tante altre. Anzi, talmente possibili che alcune si sono persino avverate. Per esempio quella del Versificatore (un poeta commerciale acquista una macchina per far versi, per servire meglio la clientela; la macchina è poi l’autrice della stessa commedia che ascoltiamo); sono noti i tentativi, anche interessanti, già realizzati in questa direzione. (106)

Interrogato sul legame esistente fra il Lager e le storie di fantascienza, Levi definisce con precisione il peso specifico di queste ultime all’interno del proprio percorso artistico e umano smentendo a priori ogni corrispondenza precostituita e tirando in ballo una complessità – di esperienze e di prospettive – pienamente in linea con la migliore tradizione novecentesca:

Io sono un anfibio, un centauro – ho anche scritto dei racconti sui centauri— e mi pare che l’ambiguità della fantascienza rispecchi il mio destino attuale. Io sono diviso in due metà. Una è quella della fabbrica: sono un tecnico, un chimico. Un’altra invece è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti. Sono proprio due mezzi cervelli. È una spaccatura paranoica (come quella, credo, di un Gadda, di un Sinisgalli, di un Solmi) […]. È l’altro mondo che si realizza nei miei libri. Quello che comprende le mie esperienze giovanili, la discriminazione razziale, i miei tentativi di non differenziarmi dai miei compagni di scuola, poi il mio recupero della tradizione ebraica e la guerra partigiana e infine il Lager e l’aver scritto di questa mostruosa distorsione dell’umano. […] Ma tutto si è svolto «al di fuori» della mia vita di tutti i giorni. Stando così le cose, mi pare, è naturale che uno scriva di fantascienza. Queste Storie naturali sono inoltre le proposte della scienza e della tecnica viste dall’altra metà di me stesso in cui mi capita di vivere. (107)

La lunga citazione ci consente di chiudere il cerchio dell’excursus cronologico fin qui descritto e di analizzare le ragioni per cui lo scrittore-testimone, spinto da un’esigenza quasi naturale, abbia deciso di dedicarsi alla stesura di racconti di fantascienza. Per la prima volta in questa intervista Levi ricorre alla figura del centauro — un centauro era stato protagonista del racconto fantastico Il centauro Trachi, uscito nel 1961— per descrivere la sua duplice identità di scrittore e di chimico impiegato in una fabbrica. È una metafora su cui egli sembra aver meditato, convinto com’è che l’ambivalenza sia la cifra più autentica della sua condizione: autore di scritti di testimonianza nati, come si è visto, dall’urgenza morale e al tempo stesso creatore di intrecci di  fantasia; uomo di lettere e uomo di scienza, imbevuto  di due culture  tradizionalmente separate e non comunicanti, almeno in Italia; italiano  di religione ebraica, portatore quindi di una tradizione culturale aggiuntiva e quantitativamente minoritaria, che va ad assommarsi a quella assorbita attraverso gli studi curriculari.

 Con la consueta umiltà, Levi afferma di inserirsi nel solco già tracciato da altri scrittori italiani (di qui la menzione di Carlo Emilio Gadda, Sergio Solmi, Leonardo Sinisgalli)2  e quindi rifiuta giustamente di sentirsi un’eccezione. Nondimeno, il riconoscimento del genere fantascientifico come costitutivo dell’identità individuale rivela  da parte sua l’acquisizione di una consapevolezza sempre più marcata e il conseguimento di un grado elevato di elaborazione teorica. L’ambiguità della fantascienza, il suo collocarsi in una zona indefinita fra ciò che è possibile e ciò che non lo è, fra ciò che è naturale e ciò che è innaturale, gli risulta particolarmente congeniale.

È indicativo di un serio interesse e di un’approfondita riflessione sul genere il fatto che Levi alla fine del suo intervento nomini “le proposte della scienza e della tecnica” che per ragioni professionali gli stanno particolarmente a cuore, ma che gli forniscono anche materia sempre nuova per le sue creazioni di fantasia: quasi a voler fornire un’istantanea dettagliata del laboratorio di idee originali, suggestioni intellettuali e osservazioni dirette in cui prendono forma i racconti. Con questa intervista nasce idealmente “il narratore centauro”, costruttore infaticabile di ponti che mettono in comunicazione la cultura letteraria e quella scientifica, testimone degli orrori del passato e curioso osservatore della contemporaneità. Come abbiamo visto all’inizio del paragrafo, l’esordio fantascientifico data in realtà molto prima: la novità, alla metà degli anni Sessanta, è la consapevolezza, il desiderio di uscire allo scoperto, la voglia di sperimentare e di esprimersi in piena libertà. E non a caso Storie naturali, la sua prima raccolta, è interamente fantascientifica e si apre proprio con I mnemagoghi, il racconto del 1946 nel quale si riconosce già quel felice connubio tra la trasposizione fantastica dell’elemento scientifico e l’analisi dei comportamenti umani che diventerà la qualità peculiare della fantascienza di Levi.

3. “Come puoi?”: Storie naturali

Le Storie naturali, nelle quali Levi raccoglie i testi fantascientifici in gran parte già comparsi su riviste e quotidiani3  sono pubblicate nel 1966 sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila. L’editore Einaudi consiglia l’uso dello pseudonimo e pone sulla prima edizione un teaser che reca l’interrogativo “Fantascienza?”. Primo Levi ha dichiarato (Luce 41) che Malabaila era il nome che compariva sull’insegna di un elettrauto davanti al cui negozio egli passava due volte al giorno per andare a lavoro; significa, in piemontese, “cattiva balia”.

Nella quarta di copertina è tracciato (probabilmente da Italo Calvino) un profilo biografico dell’autore dietro al quale è facilmente riconoscibile Primo Levi ed è riportato uno stralcio di una lettera inviata all’editore dall’immaginario Malabaila. Nel breve testo è evidente il timore che la svolta in senso fantascientifico possa ferire la sensibilità del pubblico che aveva apprezzato le prime due opere di memorialistica:

Io sono entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento; non sta a me giudicarne il valore, ma erano senza dubbio libri seri, dedicati a un pubblico serio. Proporre a questo pubblico un volume di racconti-scherzo, di trappole morali, magari divertenti ma distaccate, fredde: non è questa frode in commercio, come chi vendesse vino nelle bottiglie dell’olio?  (1434-5)

A rileggerla oggi si percepisce nell’excusatio non petita di Levi il peso dei pregiudizi che allora gravavano sul genere fantascientifico. Come vedremo, a una parte dell’opinione pubblica e della critica letteraria sembrò strano e persino sconveniente che Primo Levi, testimone del Lager e autore di opere di denuncia, avesse pubblicato una raccolta di fantascienza. È lo stesso scrittore a precisare, in un’intervista su Il Giorno dell’ottobre del 1966, a che cosa fosse dovuto il suo disagio:

In sostanza ho provato un leggero senso di imbarazzo, forse anche di pudore nei  riguardi di una certa parte dei lettori dei miei due libri precedenti: c’era chi, magari toccato di persona e nella famiglia dalla tragedia del Lager, leggeva i miei racconti sul «Giorno» e poi mi diceva: “Come puoi scrivere queste cose tu, che vieni da Auschwitz?” (L’ha ispirato, anche in Poli-Calcagno 36-7)

Pur rispettando l’opinione di una parte del suo pubblico, Levi afferma di non condividerla perché i racconti di Storie naturali, lungi dall’essere soltanto “divertimenti” peregrini, si inseriscono a pieno titolo nel suo percorso intellettuale. Sebbene abbia accettato di buon grado di firmare la raccolta con lo pseudonimo, non intende retrocedere dalla posizione teorica guadagnata sul campo attraverso una pratica del genere ormai quasi ventennale:

Per parte mia, non sento alcuna contraddizione fra i due temi, e onestamente non credo di aver tradito nulla e nessuno; credo anzi che non sia difficile ritrovare in alcuni racconti i segni del Lager, la malvagità accettata, il cosmo “prepostero”, la follia geometrica: ad esempio in Versamina e in Angelica farfalla, che non a caso mi sono venuti ambientati in Germania. (37)

3.1 “Una zona ‘italiana’ di fantascienza”: La critica generalista e la ricezione di Storie naturali

Uno sguardo alle recensioni ricevute da Storie naturali rivela, tranne qualche rara eccezione, una sostanziale incomprensione dei motivi e degli interessi di Primo Levi. Da un lato si rimprovera allo scrittore di aver “tradito” l’impegno delle due opere precedenti, dall’altro l’appartenenza dei racconti al genere fantascientifico è continuamente messa in dubbio, in modo implicito o esplicito, perché per la maggior parte dei critici sostenere senza mezzi termini che Primo Levi scrive fantascienza suona sconveniente e addirittura irrispettoso.

Claudio Marabini su Il Resto del Carlino del 16 novembre 1966 definisce con un giro di parole i racconti “una raccolta di favolette scientifiche, di moralità, meglio forse: di operette morali spesso in chiave fantascientifica”. Muovendo poi un’obiezione del tutto simile alle critiche che venivano sollevate da una parte del pubblico, il recensore afferma che l’aspetto meno riuscito dell’opera è da ricercarsi nel tentativo di Levi di infondere una vena comica e satirica alle sue creazioni. Lo scrittore, per storia personale e per statura morale, “è di quelli a cui  meno sembra concesso di fare letteratura: le sue ragioni sono molto al di là e la vita gli appare troppo seria e tragica perché sui suoi dati ci si possa divertire”.

Il pregiudizio culturale nei confronti della SF emerge chiaramente nella recensione uscita sulle pagine di Tempo presente a firma di Adriana Martinelli, nella quale il bersaglio polemico dello scrittore viene identificato con “i miti produttivistici della civiltà industriale di massa” (115). Tuttavia, sostiene Martinelli, “i risultati espressivi e allegorici cui egli approda presentano un quadro ben diverso da quello che può risultare da una lettura dei racconti in chiave fantascientifica”: la fantascienza difatti è “una forma letteraria di evasione e di assoluto disimpegno” (115), mentre Primo Levi mirerebbe a penetrare la logica alienante della contemporanea civiltà di massa e, per ciò stesso, sarebbe immune dal disimpegno.

Paolo Milano su L’Espresso scrive una lettera aperta a Damiano Malabaila nella quale le Storie naturali sono definite “racconti di fantasia tecnologica” (25). Secondo Milano, se racconti quali Trattamento di quiescenza e Versamina inducono a riflettere su alcuni mali dell’umanità contemporanea, una mezza dozzina di storie altro non sono che “trovate satiriche o scherzi di peso intellettuale assai vario” (25).  Milano ritiene però che l’autore non debba provare rimorso per aver scritto “storie semplicemente spassose” (25) e, a differenza di Marabini, riconosce che tutte, senza eccezioni, sono “documentate con una bella ironia scientifizzante” (25).

Si concentra sulla presenza di ironia nei racconti anche la lettura di Walter Pedullà su L’Avanti. Quella di Levi gli sembra “una comicità a volte sfavillante, a volte più tenue e ammiccante, qua spensierata là caustica, da una parte fine e quasi astratta, dall’altra più massiccia e realisticamente giocosa”. Tuttavia Pedullà rimprovera a Levi di aver voluto giustapporre in molti casi una “morale” a favole che non la richiederebbero, per paura di “essersi divertito troppo”, “per paura di non essere stato abbastanza drammatico, serio e impegnato”, senza avvedersi che così facendo ha finito con l’imitare “quei teorici dell’estetica marxista che aveva preso in giro con tanto gusto” .

Cerca di trovare invece nella raccolta l’aggancio fra “la materia fantascientifica” e “il vivo dell’esperienza e della coscienza del nostro tempo” la recensione di Walter Mauro uscita su Momento Sera. Il punto di partenza dell’analisi è costituito dalla lettera introduttiva di Levi, che avvalora l’ipotesi di una parentela fra i racconti e l’esperienza del Lager. La figura di Simpson, agente di commercio di una grande industria statunitense che compare in cinque racconti, è vista come esemplare delle tendenze in atto nel presente. Il racconto Angelica farfalla, ambientato nella Germania del secondo dopoguerra, è quello grazie al quale si riconosce, con una punta non dissimulata di meraviglia, che “il richiamo pauroso alla realtà del nostro tempo” può risuonare anche in “un innocente racconto di fantascienza scritto da un uomo che viene dai Lager nazisti”. Brevissime ma pienamente condivisibili le parole che Giancarlo Vigorelli dedica a Storie naturali in un contributo uscito su Il Tempo, in cui il “caso Malabaila” è accostato agli esordi di altri scrittori-scienziati (Lino Mezzacane, Domenico Garelli,  Paolo Barbaro, Ettore Luzzatto, Gian Luigi Piccioli, Sergio Ferrero). Secondo l’opinione di Vigorelli, sebbene non tutte le storie siano riuscite, si può affermare con sicurezza che “qui la fantascienza non è un’evasione ma una misura in più dell’uomo”.

Esemplare di una critica politicizzata e afflitta da un inguaribile schematismo ideologico è la stroncatura riservata al volume da Quaderni piacentini, che si scaglia contro l’esistenza di una linea di continuità che unisca Storie naturali e i libri sul Lager, pure accreditata dallo stesso Levi nel già citato risvolto di copertina. Per l’anonimo recensore la raccolta è “un ibrido fallimentare: cattiva letteratura, pessima fantascienza” (Libri da leggere 88). Nell’aprile del 1967 a prendere le difese di Primo Levi sulle pagine della stessa rivista è Cesare Cases, il quale ritrova nei racconti una forma di impegno al passo con i tempi, ribadendo il diritto degli scrittori in generale ad “adeguare se stessi ai tempi, trasformarsi senza tradirsi, anzi per non tradirsi” (139). Levi secondo Cases è riuscito a “ritaglia[rsi] una zona italiana di fantascienza” (138) e a “mantenere il nesso con l’esperienza del Lager pur modificando il suo angolo visuale, ad accorgersi che il Lager non era soltanto ad Auschwitz, ma dappertutto” (139).

Dello stesso avviso è anche Ferdinando Virdia, il quale su La voce repubblicana scrive che in Primo Levi le qualità dello scrittore di razza, già evidenti nelle prime due prove, risaltano nei racconti fantascientifici al centro dei quali vi è “un’angoscia non tanto per il destino esistenziale dell’uomo, quanto per la sua stessa qualità d’uomo in un futuro carico di enigmi”.

Con buona pace dei critici Storie naturali vince nel 1967 il Premio Bagutta grazie a una giuria presieduta da Riccardo Bacchelli di cui fa parte anche Dino Buzzati, un altro scrittore italiano mainstream che a più riprese, nel corso della sua carriera, si è accostato alla fantascienza.

Il Giorno del 15 gennaio 1967 dà la notizia della vittoria di Primo Levi in un articolo firmato da Mario Costa. Sebbene lo stesso quotidiano avesse pubblicato in passato alcuni racconti fantascientifici poi inclusi nella raccolta, Costa si limita a rilevare frettolosamente che Storie naturali si può considerare addirittura “il prolungamento di Se questo è un uomo e La tregua” (3). Come se non bastasse, all’autore dell’articolo sembra legittimo pensare che i giurati premiando Storie naturali abbiano voluto “consacrare l’opera intera di uno scrittore autentico” (3), lasciando intendere velatamente che forse il volume di per sé non avrebbe meritato un simile tributo.

Sulla Fiera Letteraria del 26 gennaio 1967 è pubblicato un breve resoconto della serata. Secondo quanto dichiarato dal presidente della giuria, il premio è un tributo alla mentalità scientifica di Levi che nella raccolta si esprime per paradossi, fino “a toccare una forma di poesia alta e malinconica” (Il Bagutta 1). Detto questo, scatta immediatamente il confronto fra questo tipo di poesia (della quale non viene fornita nessuna descrizione) e quella che i lettori hanno potuto già apprezzare nelle prime due opere. Si passa poi a parlare dello pseudonimo dietro cui si è celato Primo Levi, riportando una sua battuta, senza soffermarsi ulteriormente sulla novità dell’opera: la mentalità scientifica, riconosciuta come motore generatore dei racconti, è subito accantonata in favore di un confronto molto superficiale e quasi di circostanza fra memorialistica e fantascienza e dell’ennesimo botta-e-risposta sul nom de plume Damiano Malabaila. 

Dal panorama sin qui tracciato si evince nel complesso l’inadeguatezza degli strumenti critici e teorici a disposizione dei commentatori. Manca del tutto una visione approfondita della raccolta, uno sguardo d’insieme capace di abbracciarne la complessa varietà e di darne conto. L’attenzione dei critici si appunta prevalentemente su singoli elementi riconducibili a una posizione in senso lato ideologica (scelta dell’impegno contro letteratura del disimpegno, atteggiamento ironico versus serietà nei confronti della materia trattata, denuncia dell’alienazione come male del presente contrapposta alla presunta superficialità dell’interpretazione fantascientifica). Un’analisi che centra il bersaglio come quella di Cesare Cases nasce comunque in un contesto di scontro ideologico tale per cui si può ipotizzare, in modo forse un po’ paradossale, che avrebbe potuto essere ancora più incisiva se accolta all’interno di uno studio di maggiori dimensioni sulla fantascienza di Primo Levi,  e non affidata a una replica polemica, e per forza di cose sintetica, sulle pagine di una rivista.

4. “All’Arcadia non si ritorna”: Vizio di forma

Nel 1971 Primo Levi pubblica nella collana Einaudi «I Coralli» la raccolta Vizio di forma, che riunisce venti racconti scritti tra il 1967 e il 1970 e non usciti prima di allora su rivista. Il titolo della raccolta avrebbe dovuto essere Disumanesimo (Belpoliti 233) ma fu poi sostituito da un’espressione che compariva già nel testo di presentazione di Storie naturali, dove si parlava della “percezione di una smagliatura nel mondo in cui viviamo, di un ‘vizio di forma’ che vanifica uno o un altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale” (1434-5). Il risvolto editoriale di Vizio di forma, più che descrivere i racconti, pone alcuni interrogativi riguardanti il destino del mondo contemporaneo e il ruolo del progresso scientifico nel futuro del genere umano:

Nel giro di pochi anni, quasi da un giorno all’altro, ci siamo accorti che qualcosa di definitivo è successo, o sta per succedere: come chi, navigando per un fiume tranquillo, si avvedesse ad un tratto che le rive stanno fuggendo all’indietro, l’acqua si è fatta piena di vortici, e si sente ormai vicino il tuono della cascata. Non c’è indice che non si sia impennato: la popolazione mondiale, il DDT nel grasso dei pinguini, l’anidride carbonica nell’atmosfera, il piombo nelle nostre vene. (1442-3)

Se le constatazioni che fanno prospettare a Levi un cambiamento epocale sembrano in linea con un sentimento molto comune in quegli anni, ovvero la preoccupazione per le conseguenze nocive di un progresso scientifico e tecnologico incontrollato, la chiusa del testo pone invece l’accento sulla fiducia che l’autore continua a riporre nell’uomo fabbro” artefice di un destino migliore per sé e per i posteri:

Mentre metà del mondo attende ancora i benefici della tecnica, l’altra metà ha toccato il suolo lunare, ed è intossicata dai rifiuti accumulati in pochi lustri: ma non c’è scelta, all’Arcadia non si ritorna, ancora dalla tecnica, e solo da essa, potrà venire la restaurazione dell’ordine planetario, l’emendamento del “vizio di forma”. È questo il clima in cui, letteralmente od in ispirito, si collocano i venti racconti di Primo Levi che presentiamo. Aldilà del velo di ironia, è vicino a quello dei suoi libri precedenti: vi si respira un’aura di tristezza non disperata, di diffidenza per il presente, e ad un tempo di sostanziale confidenza per il futuro: l’uomo fabbro di se stesso, inventore ed unico detentore della ragione, saprà fermarsi in tempo nel suo cammino “verso occidente”. (1443)

I testi di Vizio di forma rivelano una maggiore omogeneità rispetto a quelli raccolti in Storie naturali. In essi si riflette chiaramente l’attenzione di Levi per il dibattito scientifico contemporaneo e il suo interesse per discipline quali l’etologia e l’antropologia. È stato dimostrato dal critico letterario Enrico Mattioda che in molti casi la prima molla dell’invenzione deriva dalla lettura di articoli specialistici usciti sulla versione italiana (Le Scienze) della rivista americana Scientific American, di cui tanto Levi quanto Calvino erano lettori in quegli anni (Belpoliti 219). Grazie allo spoglio compiuto da Mattioda sulle annate di Scientific American dal 1966 al 1983 si è riusciti a risalire alle fonti scientifiche di alcuni racconti acquisendo una conoscenza più esaustiva del metodo di lavoro dell’autore. Ad esempio il racconto A fin di bene, nel quale si immagina che la rete telefonica si trasformi in un’entità dotata di una propria coscienza e decida autonomamente di mettere in comunicazione fra loro due o più utenti, è probabilmente nato dopo la lettura del numero monografico della medesima rivista del settembre 1966 dedicato al tema “Information”, in cui erano affrontate, tra l’altro, le applicazioni del concetto di retroazione alla cibernetica e alle reti neurali (Mattioda 90).

Un caso emblematico di rielaborazione creativa delle notizie scientifiche è rappresentato dall’ultimo racconto della raccolta, Ottima è l’acqua, descrizione di un futuro prossimo in cui l’acqua si trasforma in un fluido altamente viscoso con conseguenze drammatiche per l’ambiente e per il genere umano. Mattioda ha messo in luce il nesso che lega il racconto a uno dei più clamorosi errori della storia della scienza novecentesca: la presunta scoperta, da parte di alcuni ricercatori sovietici, di una poliacqua, un’acqua con caratteristiche peculiari capace di polimerizzarsi (Mattioda 94), poi rivelatasi del tutto infondata. Ebbene nel 1970 su Scientific American erano stati pubblicati tre articoli che potrebbero aver influenzato la fantasia di Levi: l’articolo sulla poliacqua intitolato Superdense Water di Boris Deryagin, e due altri testi che sembravano corroborare l’ipotesi, uno sull’apporto dell’acqua al sangue umano, e  uno  intitolato Negative Viscosity sulla corrente del golfo del Messico (Mattioda 95).

Primo Levi dunque, come Italo Calvino, attraverso quella che è considerata pregiudizialmente la sua “produzione minore” conduce un dialogo serrato con la cultura scientifica del suo tempo. Oltre all’esigenza di aggiornamento che deriva dal suo mestiere di chimico, a muoverlo è l’impegno di una battaglia culturale necessaria per gettare un ponte tra la cultura umanistica e i saperi tecnico-scientifici. Sotto questo aspetto è utile mettere a confronto Le cosmicomiche di Calvino e le due raccolte fantascientifiche di Primo Levi. Benché entrambi gli scrittori si rifacciano a contenuti scientifici, questi ultimi innescano processi creativi sensibilmente diversi. Come è stato osservato (Belpoliti 219), infatti, mentre Calvino dichiara apertamente i propri debiti nei confronti della materia scientifica e poi la trasforma in immagini suggestive, Primo Levi si comporta da uomo di scienza sviluppando in maniera consequenziale le premesse contenute nei dati scientifici di partenza fino a condurle a esiti paradossali. Si può ipotizzare (ibid.) che proprio a causa di questa sua maggiore aderenza ai presupposti scientifici, Levi abbia preferito nella maggior parte dei casi dissimulare le fonti dei suoi racconti lasciando ai lettori e ai critici il compito di ritrovarne le tracce. 

4.1 “Una visione indulgente”: la critica generalista e la ricezione di Vizio di forma

Quando si considerano le recensioni pubblicate dopo l’uscita del secondo volume sorge il dubbio che i commentatori dell’epoca non abbiano letto con attenzione i testi ma si siano occupati più che altro del risvolto di copertina, facendone l’oggetto di discorsi ideologici e di attacchi mossi contro il presunto disimpegno dell’autore. Come si vedrà, poche voci si discostano da questa tendenza.

Il più critico è, dalle pagine di Paese Sera, Daniele Del Giudice, il quale si scandalizza del fatto che Levi dopo aver mostrato i mali provocati dalla tecnologia ricerchi la soluzione di quei mali nella stessa tecnologia, e chiosa:

Così agli errori si ripara con gli errori, alle violenze si aggiungono le violenze, in un circolo vizioso o in un vizio di forma, se volete, al quale sembra impossibile sottrarsi.

Sulla stessa lunghezza d’onda è Paolo Milano su L’Espresso, secondo cui Primo Levi, più che vera fantascienza, scrive non meglio precisati “racconti di anticipazione” dai quali si evince la sua “sostanziale confidenza per il futuro”. Rispetto alle precedenti Storie naturali la sua ultima fatica sembra “di peso più lieve” perché di fronte a quella che è definita “la maligna sostanza dei nostri mali”, Levi propone una “visione indulgente”. Primo Levi, insomma, sarebbe troppo poco “catastrofista”, e per questo si può affermare, senza impiegare troppo tempo in un’analisi puntuale, che “le sue fantasie tecnologiche appaiono […] troppo blande […]: il lettore ne esce, dopo momentanee apprensioni, in sostanza purtroppo rassicurato”. Entrambe le recensioni sono contrassegnate da una concezione apocalittica del progresso, secondo la quale esiste necessariamente una forma di “continuità” fra il Lager e la condizione contemporanea. Levi, parlando dell’esistenza di un “vizio di forma” insito nella natura umana e insistendo sull’unicità storica del genocidio perpetrato nei Lager, spiazza e in certa misura delude i suoi commentatori, che da lui si sarebbero aspettati probabilmente un atteggiamento di anacronistica chiusura. In linea con questa tendenza Enzo Siciliano su La stampa appunta direttamente la sua attenzione sul rapporto di continuità che esiste tra il mondo della tecnica avanzata e quello del Lager per poi criticare l’approccio di Levi, senza avvedersi invece che lo sforzo di evitare un’anacronistica demonizzazione del progresso è da ricondurre a una concezione impegnata e militante della SF. Secondo Siciliano il suo fondamentale ottimismo inficia la forza della rappresentazione e vanifica il legame esistente tra l’universo concentrazionario e la presente società tecnologizzata e massificata:

Levi, di fronte all’intuizione di una catastrofe, preferisce ripiegare sull’ipotesi di un uso buono della tecnica, mediante l’ironica rappresentazione del suo cattivo uso: e dunque il suo raffronto fra «il vizio di forma» che fu della concezione nazista della vita e i vizi cui la tecnologia può condurci risulta fuori fase, o per lo meno riduttivo, e ogni continuità tra essi annullata. 

Specularmente, Rinascita, la rivista culturale del Partito Comunista Italiano, non apprezza che nei racconti siano assenti soluzioni positive in grado di arginare la crisi dell’uomo contemporaneo. Una recensione di Mario Spinella del giugno 1971 imputa all’“incertezza di Levi tra denunzia totale e bisogno di credere” la mancanza di passione e l’astrattezza che renderebbero la raccolta un mero esercizio di stile, sostenuto solo da “un’abilità tecnica nel narrare e dall’impegno della lingua”. Secondo il recensore nei racconti mancherebbe quel “brivido esistenziale” che molta science fiction regala ai lettori, ma in realtà non viene perdonato a Levi un atteggiamento di “delusione e sfiducia” che non prevede la nascita “della fiducia e della speranza” a partire “dall’orrore e dalla vergogna” – come accedeva in Se questo è un uomo e La tregua – e che soprattutto  “nega la politica senza tuttavia sostituire ad essa un’altra possibilità di salvezza”.

Giulio Nascimbeni sul Corriere d’informazione afferma che vi è continuità sia tra Storie naturali e Vizio di forma, sia fra questi due e le opere sul Lager nei segni dell’ “incessante distruzione dell’uomo”. Gli sembra che “per Primo Levi l’uso della parola fantascienza sia piuttosto precario (almeno nell’accezione più comune del termine)”, ma riconosce che molti racconti possiedono un fondo di ironia e “offrono un notevole margine al divertimento del lettore”. Ugualmente scettico sull’attribuzione di Vizio di forma al genere fantascientifico è dalle pagine del Giornale di Brescia Gino Nogara, il quale puntualizza che Levi è “dichiaratamente per la ‘science fiction’, ma tutt’altro che autore di evasione” (il che forse deve sembrargli una contraddizione in termini). Fulcro della raccolta sarebbe infatti “il discorso sull’uomo minacciato, violentato, represso” dal progresso tecnologico incontrollato, e la denuncia “di forme di annientamento o di annichilimento all’apparenza meno esecrabili o dolose” rispetto allo sterminio perpetrato nei Lager, ma “in realtà più fatali”. Dopo aver calcato la mano in paragoni di questo tenore, Nogara alla fine della recensione sminuisce la fiducia che Primo Levi dimostra nei confronti della ragione riducendola a “un ottimismo molto cauto, di uno che vuole poter ancora credere nell’uomo”. Interamente basato sull’analogia fra il mondo della tecnologia avanzata e il Lager è, su Il telegrafo, il commento di Walter Mauro, il quale addirittura arriva a dire che “come il Lager distruggeva ogni possibilità di reattività individuale” nella stessa misura “la scienza e la tecnica tendono a disarticolare ogni possibile facoltà razionale dell’uomo” .

Giuseppe Bonaviri in un pezzo uscito sul quotidiano ticinese Libera Stampa dichiara che Primo Levi con Vizio di forma ha “mancato il bersaglio” proponendo per la rappresentazione del continuo “regresso tecnologico” un antiquato “modulo narrante protestatario che trova la sola autenticità in una giusta turbata dimensione etica”; il rischio è di cadere in una “narrativa nuovamente eticizzante”, “in chiave ancora una volta documentaria”, a discapito dell’efficacia della pagina scritta, in cui gli sembra di ravvisare “un torpore insolito, anzi […] un grigiore di sonnolenta scrittura”. Bonaviri, stigmatizzando la narrativa “eticizzante” sembrerebbe fraintendere la dimensione “attuale”, moderna e contemporanea, dell’impegno fantascientifico di Levi.

Acuta e ricca di sfumature è invece la lettura di Carlo Bo in un articolo intitolato Il vizio di vivere, pubblicato sul Corriere della sera. Bo inizia commentando la lettera all’editore che compariva all’inizio di Storie naturali, nella quale coglie un percorso unitario dell’autore che da Se questo è un uomo  arriva fino alle raccolte di fantascienza. Senza insistere in confronti dal tono apocalittico fra lo sterminio nazista e la disumanizzazione messa in atto dal progresso tecnologico, il recensore considera con la massima serietà l’evoluzione dello scrittore, individuando l’elemento dirimente di novità “negli strumenti e nella struttura della prosa” e nell’adozione di un nuovo “sistema di ricerca”. Bo nota che in questi racconti Levi si presenta nella veste di scienziato e non, come accadeva nei primi due libri, in quella di storico. Il narratore-scienziato esercita una forma di ironia che “non è mai assoluta, non chiude le porte dietro di sé, non distrugge”, anzi si trasforma in fiducia nell’essere umano e nella sua capacità di “correggere i vizi di forma”. Sebbene, come è normale, la voce di Levi non abbia subito una metamorfosi tale da risultare irriconoscibile,  si constata che la fantascienza segna una fase  diversa nella sua esperienza umana e artistica:

Non c’è alcun dissidio fra chi faceva ritorno dai campi della morte e naturalmente trovava il tono esatto della voce e chi rientrato in una nuova dimensione della vita ne scorge le contraddizioni, i pericoli, le insidie. Levi, cioè, non viene meno a quella che è la sua sostanziale virtù di scrittore, il senso dell’equilibrio.

Come si evince da questi brevi cenni, la seconda opera di fantascienza non riceve un’accoglienza migliore della prima: i giudizi sono generalmente tiepidi, i racconti vengono ricondotti a macrotematiche grossolanamente definite, l’attualità della proposta leviana passa del tutto inosservata  e ben pochi commentatori  analizzano seriamente le radici culturali e letterarie che la sottendono.

4.2 La terra vista dalla luna: La seconda edizione di Vizio di forma (1987)

Negli anni che seguono la pubblicazione di Vizio di forma Primo Levi continua a scrivere fantascienza: racconti fantascientifici sono inseriti nella sezione “Futuro anteriore”4  della raccolta Lilít e altri racconti del 1981 e nei Racconti e saggi5  usciti nel 1986.

Nel 1987 Einaudi decide di ristampare Vizio di forma. Il volume è preceduto da una lettera di Levi all’editore nella quale sono ricordati tanto il clima culturale in cui la raccolta ha visto la luce per la prima volta, quanto l’accoglienza poco entusiasta della critica. Tuttavia lo scrittore non perde l’occasione per sottolineare che alcune sue “anticipazioni” fantascientifiche sono ormai diventate realtà:

Caro Editore

la tua proposta, di ristampare dopo più di quindici anni Vizio di forma, mi rattrista e mi rallegra insieme […]. Mi rattrista perché si tratta di racconti legati ad un tempo più triste dell’attuale, per l’Italia, per il mondo, ed anche per me: legati ad una visione apocalittica, rinunciataria, disfattista, la stessa che aveva ispirato il Medioevo prossimo venturo di Roberto Vacca […]. Mi rallegra perché rivive così il più trascurato dei miei libri, il solo che non è stato tradotto, che non ha vinto premi, e che i critici hanno accettato a collo torto, accusandolo appunto di non essere abbastanza catastrofico. Se lo rileggo oggi, accanto a parecchie ingenuità ed errori di prospettiva, ci trovo qualcosa di buono. I bambini sintetici sono una realtà, anche se l’ombelico ce l’hanno. Sulla luna ci siamo andati, e la terra vista di lassù deve proprio assomigliare a quella che io ho descritta; peccato che i Seleniti non esistano, né siano mai esistiti. (571-2)  

Nel 1987 i tempi sono cambiati e il timore per le sorti del pianeta così come i rischi legati al terrorismo interno e al perdurare di tensioni internazionali hanno lasciato il posto a un cauto ottimismo.

In occasione della seconda edizione una recensione di Laura Mancinelli su L’Indice dei libri del mese interviene a ristabilire le giuste proporzioni tra il testo e la sua ricezione. Mancinelli evidenzia tanto la dimensione multidisciplinare di racconti che spaziano dall’elettronica all’astrofisica, alla chimica, con incursioni nella zoologia e nella botanica, quanto l’apporto fondamentale di un’immaginazione vivace e divertita. Sebbene affiori spesso “una vena di amarezza e di pessimismo”, il libro non può essere inscritto in quella che negli anni Settanta era “la letteratura impegnata sul fronte apocalittico” (6), ed è probabilmente per questa ragione che la critica dell’epoca non seppe valutarlo in modo equo:

Forse è questo che critica e pubblico non hanno accettato in quell’inizio degli anni Settanta, quando si diffondeva in Italia la minaccia di un terrorismo eversore, quando, crollate le illusioni di una prosperità economica, si andava incontro ad anni di crisi, mentre la cultura americana propinava ai suoi fruitori visioni di catastrofi nucleari o soluzioni millenaristiche all’infelicità umana. (ibid.)

Ma le ragioni dell’indifferenza della critica sono da ricercare anche nel rifiuto di riconoscere a Primo Levi un talento letterario indipendente dal suo ruolo di testimone. La critica e i lettori avrebbero dovuto accettare gradualmente il fatto che Primo Levi, oltre che testimone, è anche un letterato dagli interessi molteplici, uno “scrittore tout court”. Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni commentatori è assente nella raccolta un atteggiamento moralistico o ammonitore, mentre è palpabile il “gusto della narrazione” (ibid.). Per non sovrapporre ai racconti schemi interpretativi manichei a essi del tutto estranei, sarebbe stato necessario accostarli con spirito aperto:

Vizio di forma è un libro in cui bisogna abbandonarsi al piacere della lettura, come l’autore si è abbandonato al piacere della scrittura, e non chiedere giudizi, profezie o ammonimenti. (ibid.)

L’intelligente contributo di Mancinelli traccia il profilo di un intellettuale capace di servirsi con disinvoltura di diversi registri stilistici e di usare, oltre ai toni riflessivi e tragici, anche quelli ironici e satirici. Tutto ciò ha reso Primo Levi uno scrittore difficile da incasellare all’interno di griglie predefinite e quindi destinato più di altri a essere frainteso o sottovalutato dalla critica italiana.

5. Il parere della critica specialistica

A questo punto, può essere utile soffermarsi sui giudizi della critica “specialistica”, riunendo per comodità sotto questa etichetta sia critici che si sono occupati specificamente del genere fantascienza, sia critici che, pur lavorando anche in altri ambiti, scrivono su riviste specializzate. Le recensioni che prenderemo in esame riguardano tutte Storie naturali (con la sola eccezione di Luce D’Eramo, che scrive anche di Vizio di forma)  poiché negli anni Settanta sembrerebbe registrarsi un crescente disinteresse verso Levi da parte dei critici che più avrebbero dovuto apprezzare l’impegno dello scrittore nella fantascienza. Di conseguenza, sulla base delle indagini compiute, si può affermare con uno scarso margine di errore che Vizio di forma passa del tutto inosservato sulle pubblicazioni specialistiche.

Si delinea così un quadro abbastanza sconfortante, contrassegnato dalla diffidenza espressa dalla critica generalista e, spesso, dall’indifferenza di quella specialistica. Significativo a questo proposito è il giudizio di Carlo Fruttero su Storie naturali riportato da Ian Thomson nella biografia Primo Levi (il biografo però non specifica né la fonte né le circostanze): “it was as if after Macbeth Shakespeare had written only fantasy bagatelles, pleasurable little pièces” (319). Ancora una volta la statura eccezionale delle due prime opere di Levi sembra coprire come un’ombra incancellabile la produzione successiva, condannandola a priori a occupare una posizione di secondo piano.  Su posizioni analoghe, anche se più sfumate, si attestano come vedremo altri commentatori.

Vittorio Spinazzola, commentatore attento alle peculiarità dei generi popolari e autore di recensioni sulla rivista Gamma, a proposito di Storie naturali parla di “trovate azzeccatissime e assai esilaranti” (153) e riconosce nei racconti la lezione di Isaac Asimov, osservando inoltre che la lingua di Levi è pienamente matura per l’uso fantascientifico. L’autore è però criticato per essersi fermato al comico, senza pervenire a una satira graffiante rivolta contro la società contemporanea, come è tipico degli autori americani di science fiction: per questa ragione Spinazzola afferma in conclusione che, da questo punto di vista, “a farsi avanti è soltanto un moralismo alquanto generico e vecchiotto” (154). Si può notare en passant che Spinazzola sembrerebbe riecheggiare una critica che abbiamo già incontrato più volte: Primo Levi avrebbe in sostanza un atteggiamento troppo indulgente nei confronti dei mali del presente. Vale la pena ricordare che questa recensione, prima di essere ripresa da Gamma, due mesi prima era già uscita con un altro titolo su Vie Nuove, il settimanale che rifletteva la linea culturale del Partito Comunista Italiano.

Lo studioso di science fiction Gianfranco de Turris dalle pagine di L’Italia che scrive rivendica per Levi il titolo di narratore fantascientifico, in polemica con quanti ritengono che il termine sia sinonimo di “mancanza di serietà e di bassissimo livello culturale” (166), e individua nella formazione scientifica dello scrittore il punto di partenza di molte invenzioni. L’appunto che viene mosso riguarda il mancato approfondimento di queste “trovate”, che secondo de Turris avrebbero potuto essere ampliate e svolte compiutamente e che invece rimangono a livello di intuizioni (166).

Luce D’Eramo, autrice in prima persona di testi di fantascienza e reduce a sua volta dai Lager nazisti, su Nuova Antologia nel dicembre 1966 cura un’Introduzione alla fantascienza in cui sono ricordate le origini del genere in Russia e negli Stati Uniti e le sue diverse fasi. Un certo spazio è dedicato ai giudizi – spesso diametralmente opposti – espressi in proposito da critici, scrittori e intellettuali italiani (ad esempio, sono ricordate le posizioni di Piovene, Solmi, Fruttero e Lucentini, Citati, Ferrata, Rambelli). D’Eramo cerca di inquadrare teoricamente il rapporto fra genere e società e di fornire ipotesi interpretative per motivare il fiorire del genere nel secondo dopoguerra. L’opinione della scrittrice, a proposito delle Storie naturali, è che Levi  sia stato spinto verso la letteratura fantascientifica dall’incapacità di accontentarsi della rappresentazione di un presente sentito come “troppo fievole, feriale, sbriciolato in confronto alle recenti lacerazioni” (511). Secondo D’Eramo dunque Levi “solo nel futuro soddisfa il proprio bisogno d’interezza, la propria esigenza d’una visione globale della realtà, e vi trova il suo distacco emotivo” (511). Ancora più convincente è la lettura che D’Eramo dà di Vizio di forma sulle pagine di Studi cattolici, dove afferma che Levi nei suoi racconti trapassa “l’apparenza addomesticata della quotidianità per cogliere […] i motivi di fondo dell’inquietudine dell’uomo” riuscendo così a esprimere il “carattere minuto del male, così minuto che può sfuggire a un occhio disattento e risultare naturale”. (119)

Nella seconda metà degli anni Sessanta la rivista torinese Pianeta si occupa a più riprese di Primo Levi. Nel numero 10 del gennaio 1966 si trova una breve recensione dei tre atti unici portati in scena dalla Compagnia del Teatro delle Dieci di Massimo Scaglione. Sebbene l’anonimo commentatore, in linea con quanto affermato dallo stesso autore definisca i testi “divertimenti”, rinviene in essi una serietà di fondo e conclude:

Già si sente, nel rigore del linguaggio, nell’attenzione agli aspetti più alienanti che la civiltà futura potrebbe riservarci, che Levi non pensa con leggerezza alle sue creazioni fantastiche, che le ritiene, insomma, veicolo adatto a riguardare in controluce e in tutta libertà problemi già oggi sul tappeto. (La fantascienza 152)

Quando però si tratta di recensire Storie naturali all’interno di una rassegna intitolata In libreria dove si dà notizia delle opere appena uscite, il recensore (questa volta il trafiletto è firmato con le sole iniziali G.B.) sembra mettere in dubbio l’appartenenza dei racconti al genere:

Queste quindici «storie naturali» hanno del racconto di fantascienza soltanto la cornice, e sovente neppure quella. Molto di più, ci rammentano certi racconti di Kafka fra quelli meno dolorosamente impegnati, quelli in cui non è propriamente in gioco la condizione umana ma alcune condizioni umane. (157)

Infine, nel numero di settembre-ottobre 1969 Gianfranco de Turris nell’ambito di una  panoramica della fantascienza in Italia nomina Primo Levi, assieme a Roberto Vacca, come autori  “non specialisti in senso stretto” (152) che però “inseriscono le cognizioni delle loro discipline [chimica e ingegneria] in scritti di science-fiction” (152), distinguendosi in questo modo da quegli autori italiani che prediligono la parte puramente fantastica rispetto a quella scientifica.

In seguito i cenni all’opera fantascientifica di Primo Levi si fanno sempre più sporadici all’interno di studi e monografie. Emblematico di questa tendenza è il giudizio sbrigativo che Inìsero Cremaschi riserva a Storie naturali e a Vizio di forma nell’introduzione all’antologia Universo e dintorni (1978); a proposito del primo libro scrive che i racconti sono “divertimenti ricavati dal tradizionale repertorio fantascientifico” (23), mentre il secondo gli sembra una raccolta di testi “più satirici che fantascientifici” (28). Poco prima, Vittorio Curtoni, nel suo Le frontiere dell’ignoto (1977), dedica agli scrittori italiani mainstream che si sono avvicinati alla fantascienza un capitolo nel quale Primo Levi è solo menzionato (201); molto più spazio è riservato nello studio ai testi di Dino Buzzati e Italo Calvino, autori all’epoca più noti per i loro scritti di fantascienza. Minimo lo spazio dedicato all’autore torinese in Anatomy of Wonder a cura di Neil Barron (1981), nella sezione riguardante la SF italiana, scritta da Gianni Montanari (459), e nel Catalogo generale della fantascienza in Italia: 1930-1979, a cura di Gianni Pilo, del 1980 (nessuno dei due volumi prende in considerazione Vizio di forma). Si può ipotizzare che le opere non memorialistiche di Levi siano state colpite da un parziale oblio all’inizio degli anni Ottanta forse perché non considerate abbastanza “fantascientifiche” dalla critica specialistica, una parte della quale in ultima analisi sembra aver fatto proprio il giudizio non entusiastico espresso dalla cultura “alta”.

6. Primo Levi scrittore di fantascienza

Per comprendere appieno l’intersezione tra storia personale, formazione scientifica e bisogni espressivi all’origine della fantascienza di Levi, conviene affidarsi alle dichiarazioni dello stesso scrittore e alle scelte di campo da lui compiute.

Negli anni Sessanta Levi instaura un intenso dialogo con Italo Calvino sul rapporto tra scienza e letteratura, di cui è rimasta traccia, oltre che nella corrispondenza editoriale di Italo Calvino raccolta poi nel volume I libri degli altri nelle opere dei due scrittori (il racconto Il fabbro di sé stesso, in Vizio di forma  pp. 702-9, è dedicato a Italo Calvino, il quale a sua volta si sarebbe ispirato al racconto-dialogo di Levi Il sesto giorno per scrivere Le Cosmicomiche).

Intervistato dal programma televisivo Tuttilibri nell’aprile 1971, poco dopo l’uscita di Vizio di forma, all’intervistatore che gli chiede se la fantascienza si possa considerare una forma di narrativa sociologicamente impegnata, Levi risponde con equilibrio e lucidità:

La fantascienza è un linguaggio fondamentale per l’impostazione di problemi sociologici, in generale di tutti i problemi; di conseguenza, quantunque io abbia qualche dubbio sull’opportunità di catalogare un’opera, non mi sento affatto sminuito se i miei due ultimi libri verranno incasellati sotto la casella “fantascienza”. (Nascimbeni)

L’anno successivo, in un passaggio dell’intervista rilasciata ad Alfredo Barberis per il Corriere della sera, Levi chiarisce ulteriormente le ragioni della scelta del genere fantascientifico e insieme il rapporto fra quest’ultimo e le opere autobiografiche:

Mi sono accorto di non poter insistere troppo sul registro autobiografico, e insieme di esser stato troppo “segnato” per poter scivolare nella narrativa ortodossa: mi è sembrato allora che un certo tipo di fantascienza potesse soddisfare il desiderio di esprimermi che ancora provavo, e si prestasse ad una forma di moderna allegoria (33).1#

Levi opta dunque dall’inizio per una fantascienza di tipo allegorico, che gli consente di esprimere in forme futuristiche e immaginifiche, di volta in volta dolenti o ironiche, motivi che gli sembrano particolarmente rappresentativi dell’epoca contemporanea. L’allegoria si salda con la dimensione dell’analisi sociologica poiché al fondo delle figure emblematiche in cui essa si condensa si intravede il confronto costante con il presente.

Primo Levi, a differenza di molti altri scrittori italiani della sua generazione, non ha pregiudizi di casta e non esita a autodefinirsi anche in seguito “scrittore di fantascienza”. Ad esempio nell’articolo Tecnografi e tecnocrati, uscito sul Corriere della Sera del 20 gennaio 1974, parlando della crisi energetica di inizio anni Settanta afferma: “[la crisi energetica] ha brutalmente chiamato in causa noi scrittori di fantascienza, che tutti, consapevolmente o no, abbiamo dato colore di profezia ai nostri racconti” (1183). La sua concezione della letteratura è moderna e anticonvenzionale: lettore curioso e onnivoro, Levi nella sua antologia personale La ricerca delle radici, inserisce François Rabelais e Carlo Porta, Lucrezio e Arthur  C. Clarke,  Fredric Brown6  e Jonathan Swift. Interrogato nel 1978 sul ruolo dello scrittore “impegnato” nell’ambito di un’inchiesta sulla Letteratura come contestazione di Mario Miccinesi, Levi risponde andando ben al di là degli stereotipi e dichiarando il diritto all’esistenza per un tipo di letteratura che incida di fatto sul reale e proponga nuove prospettive pur sfuggendo alle facili classificazioni e alle parole d’ordine delle ideologie:

È senza dubbio da lodare e da approvare lo scrittore che, nelle sue opere, e con il suo esempio di vita, dimostra di aver saputo raggiungere una posizione di lucida critica, o per lo meno di consapevolezza, di fronte ai grandi problemi del mondo di oggi. Tuttavia non credo che questo indirizzo debba assumere la forma di una prescrizione o di una preclusione: la partecipazione è bene che ci sia e che sia «chiara e consapevole»  ma perché non potrebbe essere anche inconsapevole e indistinta, o consapevole e allusiva, o definibile con qualsiasi altra coppia di aggettivi? Ogni divieto è pericoloso, e l’umanità non deve mutilarsi […]. L’ingegno umano è vario e imprevedibile: fra la letteratura di consumo e l’impegno puro esiste una vasta terra di nessuno, da cui può scaturire il libro valido e vero, al di fuori e contro ogni schema precostituito (51-2).

Levi non respinge a priori l’impegno, ma constata l’esistenza di una gamma di ipotesi all’interno delle quali tale impegno può dispiegarsi: non è difficile cogliere tra le righe un riferimento alla fantascienza, genere ibrido di origine popolare che ha saputo trasfigurare le tensioni e i sogni dell’umanità del XX secolo.

Oltre a coltivare in proprio la fantascienza per oltre quaranta anni, Primo Levi dedica saggi critici a scrittori fantascientifici, compie incursioni estemporanee nel cinema di genere e stringe rapporti con scrittori e divulgatori italiani. Tra gli scrittori di science fiction che hanno pesato di più nella sua formazione ci sono i “pionieri” di  fine Ottocento-inizio Novecento, Jules Verne e H.G. Wells su tutti (Belpoliti 234) ma mancano riferimenti espliciti a scrittori a lui contemporanei, soprattutto a quegli autori di fantascienza sociologica degli anni Cinquanta (Sheckley, Bradbury, Pohl, Matheson) a cui, seppure in maniera molto personale, si  avvicinano diversi suoi racconti. Una parziale eccezione è rappresentata da Aldous Huxley, al quale dedica il saggio omonimo poi raccolto in L’altrui mestiere (637-40), e su cui ritorna nel saggio intitolato Romanzi dettati dai grilli (689-93). Levi stabilisce un confronto cordiale con Roberto Vacca, ingegnere e autore di fantascienza, di cui recensisce diverse prove narrative, a cominciare dall’antologia Esempi di avvenire nel 1966 (1152-1154), per poi proseguire con due romanzi come Greggio e pericoloso (1196-8) e La suprema Pokazuka (1328-9). Riferimenti alle opere di Vacca si trovano nel racconto Trattamento di quiescenza (548-67) e nella Lettera 1987 anteposta dallo scrittore alla riedizione di Vizio di forma. Nel 1978 interviene su La Stampa con l’articolo intitolato Incontri ravvicinati con astuzia (1231-2) sul film di Steven Spielberg Incontri ravvicinati del terzo tipo, in amichevole polemica con lo scrittore Mario Soldati, il quale aveva sostenuto che gli effetti più suggestivi del film derivavano dall’aver descritto l’incontro con l’altro, con gli alieni, in modo poetico e ispirato. Per Levi, invece, il film “è opera più di astuzia e di ricerca di mercato che di ispirazione profonda” (1231) e presuppone uno spettatore ingenuo, più americano che europeo, portatore di una religiosità elementare che “confonde il cielo del Padre Nostro col cielo delle galassie e delle astronavi” (1232).

Appare evidente la necessità di una riconsiderazione critica della produzione fantascientifica dell’autore e di nuove prospettive interpretative che da un lato applichino strumenti teorici innovativi e dall’altro sappiano valorizzare la ricchezza dei testi aprendoli al confronto con il più ampio contesto letterario e culturale in cui furono concepiti. Si registrano già alcuni segnali positivi che sembrano andare in questa duplice direzione di ricerca. Un primo importante studio monografico dedicato alla fantascienza di Levi, intitolato Primo Levi’s Narratives of Embodiment, è stato pubblicato nel 2011 dall’americana Charlotte Ross. L’autrice analizza i racconti fantascientifici soffermandosi in particolare sulle rappresentazioni del corpo alla luce della teoria cyborg di Donna Haraway e degli studi sul posthumanism di N. Katherine Hayles e indagando le interconnessioni tra scienza, letteratura ed epistemologia.

Un risultato incoraggiante e foriero, molto probabilmente, di ulteriori sviluppi, è stato conseguito in Italia dallo storico della scienza Francesco Cassata, il quale nel saggio bilingue Fantascienza?, pubblicato da Einaudi nella collana “Lezioni Primo Levi”7 , ricostruisce le fonti scientifiche di Storie naturali e Vizio di forma, riconducendo in particolare quest’ultimo nell’alveo dell’ambientalismo scientifico che muoveva i primi passi alla fine degli anni Sessanta con la pubblicazione di Operating Manual for Spaceship Earth (1968) di Richard Buckminster Fuller. La gran mole di materiali inediti citati e i sottili nessi individuati tra i racconti e momenti specifici del dibattito scientifico e culturale degli anni Sessanta e Settanta offrono ai futuri interpreti di Levi terreni d’indagine ancora inesplorati, determinando una moltiplicazione delle prospettive teoriche dalle quali considerare i racconti:

Il laboratorio di Levi non è uno solo, ma attinge a diverse «miniere» di diversi materiali narrativi, stilistici, memoriali. La fantascienza […] si colloca al crocevia tra questi differenti giacimenti minerari. (25-7)

Cassata individua nei racconti ambientati in Germania il tema della sperimentazione medica coercitiva su cavie umane, nel quale si riscontra “il trauma del Lager” (25) che è spesso presente “sprofondato fra le righe” (25). Quest’ultimo è da collegare a un discorso più ampio sull’etica della scienza, anzi più precisamente sulla “curvatura”8  che la scienza ha subito sotto il Terzo Reich, e che potrebbe di nuovo subire in futuro:

Per Levi, Auschwitz non è soltanto un universo immerso nel passato e riattivato di volta in volta dai processi memoriali, ma è un prisma etico e cognitivo attraverso cui analizzare la «curvatura» della razionalità contemporanea e riflettere sulle «smagliature» e i «vizi di forma» del presente e del futuro. Quale miglior strumento, allora, della fantascienza per esprimere questa complessità, questo straniamento cognitivo? (57)

La fantascienza non sarebbe dunque per Levi un mero divertissement, o un’evasione, bensì “una sfida intellettuale e letteraria, perseguita con coraggio e consapevolezza” (57).

Come forse mai prima d’ora si restituisce al legame fra la fantascienza e il Lager profondità  tridimensionale riconoscendo la complessità del percorso compiuto da Levi e sgombrando il campo dalle semplificazioni e dalle letture riduttive che la critica italiana ha fatto proprie negli anni. L’approccio adottato al contrario fa della visione non asfittica dello specifico letterario il suo punto di forza aprendo a suggestioni e a contributi originali provenienti dalla storia della ricerca scientifica e del costume: vi sono tutte le premesse perché  il volume di Cassata segni una pietra miliare negli studi italiani sulla fantascienza di Levi e dia impulso a una riconsiderazione critica complessiva dei testi meno compresi e più trascurati.

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Note dell'Autore

1 Le notizie sulla composizione e sulla storia editoriale di I mnemagoghi sono tratte da Belpoliti, Primo Levi (87, 203-4, 211, 214, 239) e Mengoni (118-21).
2

In questo passo Levi menziona tutti autori che, come lui, possedevano una formazione scientifica o esercitavano un secondo mestiere: Carlo Emilio Gadda e Leonardo Sinisgalli, ingegneri, e Sergio Solmi, impiegato nella Banca Commerciale Italiana.

3

Storie Naturali comprendono quindici racconti: I mnemagoghi, Censura in Bitinia, II Versificatore, Angelica Farfalla, «Cladonia rapida», L'ordine a buon mercato, L'amico dell'uomoAlcune applicazioni del MimeteVersaminaLa bella addormentata nel frigo, La misura della  bellezza, Quaestio de Centauris, Pieno impiego, II sesto giorno, Trattamento di quiescenza. Di questi, tredici sono comparsi su rivista prima della pubblicazione della raccolta. Risultano inediti soltanto Trattamento di quiescenza e La bella addormentata nel frigo (quest’ultimo è la riscrittura radiofonica di un racconto precedente realizzata per la Rai nel 1961)

4

La sezione Futuro anteriore comprende 12 racconti; tra di essi quelli che si possono ricondurre al genere fantascientifico e non a una vena fantastico-surreale sono: Disfilassi, I figli del vento, Tantalio.

5

All’interno di quest’ultima silloge sono ascrivibili al genere fantascientifico i racconti L’intervista, Erano fatti per stare insieme, La grande mutazione, Scacco al tempo.

6

Nell’antologia personale La ricerca delle radici (1981) nella quale Primo Levi ha riunito testi e autori da lui ritenuti particolarmente significativi per la sua formazione sono  contenuti  un brano di Joseph-Henry Rosny âiné tratto da La guerre du feu. Roman des âges farouches, il  racconto Sentinella di Fredric Brown ed un testo tratto da Profiles of the Futures di Arthur C.Clarke.

7

La collana è curata dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi, un’associazione fondata a Torino nel 2008, che si propone di diffondere la conoscenza dell’opera dello scrittore nel suo complesso attraverso un lavoro di ricerca ramificato in molte direzioni e attraverso una serie di servizi messi a disposizione degli studiosi di Primo Levi e dei suoi lettori. Ogni anno in autunno il Centro Studi organizza a Torino la Lezione Primo Levi, una conferenza su un tema strettamente legato agli interessi e all’esperienza dello scrittore, che viene poi pubblicata a stampa dall’editore Einaudi. Una sezione del sito www.primolevi.it è dedicata all’approfondimento del rapporto di Levi con il mondo scientifico (della Chimica in primo luogo, ma non solo) e allo studio dei risvolti scientifici del suo pensiero e della sua opera. Nel 2015 il Centro Studi, in collaborazione con il Mufant (Museo della Fantascienza di Torino), ha promosso un progetto didattico incentrato sui racconti di Storie naturali e Vizio di forma al fine di favorire lo studio della narrativa fantascientifica di Levi nelle scuole. Per la stesura di questo articolo chi scrive ha consultato il “Fondo bibliografico Primo Levi” depositato  presso la biblioteca del Polo del '900 di Palazzo San Celso a Torino. Il fondo raccoglie, oltre a varie edizioni italiane e straniere degli scritti di Primo Levi, numerosi testi critici (volumi, saggi, atti di convegno, articoli su periodici) per lo più in italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo. Gli articoli citati in questo lavoro fanno parte della cospicua “letteratura grigia” raccolta dal Centro e conservata in fotocopia; nelle fotocopie relative ad articoli usciti su quotidiani in alcuni casi non è visibile il  numero delle pagine.

8

Come ricorda Cassata (49), lo stesso Primo Levi in un articolo intitolato Anniversario, uscito su Torino. Rivista mensile della città del Piemonte, XXXI (aprile 1955), n. 4 (ora in P. Levi - L. De Benedetti, Così fu Auschwitz. Testimonianze 1945-1986, a cura di F .Levi e D. Scarpa [Torino: Einaudi, 2015) parla del Novecento come del “secolo in cui la scienza è stata curvata, ed ha partorito il codice razziale e le camere a gas” (52).