Il capitolo finale? Leggendo Brian Stableford

Considerazioni sul ruolo e sui possibili sviluppi futuri della SF all'interno di un mercato letterario dominato - in maniera crescente - dalla fantasy, o meglio dalle sue forme piu' commerciali.

di Darko Suvin

Darko Suvin (McGill, Emeritus) vive a Lucca. Tra i suoi ultimi volumi vi sono Defined by a Hollow: Essays on Utopia, Science Fiction and Political Epistemology (Lang, 2010), A Life in Letters (Paradoxa, 2011) e Splendour, Misery, and Possibilities: An X-Ray of Socialist Yugoslavia (rist. Chicago: Haymarket, 2018).

traduzione di Gemma Castelli, a cura di Salvatore Proietti

1. Il formidabile Brian Stableford, nel n. 79 (2000) di Foundation, ci ha fornito molti argomenti di riflessione sulle “alterne fortune” della fantascienza in quest’ultimo quarto di secolo. Vorrei riflettere in questa sede sui suoi dati e sulle sue conclusioni (cfr. soprattutto pp. 49-55) riguardo il futuro della SF, specialmente in concomitanza con l’invasione della heroic fantasy e dell’horror, generi che si rivolgono a quello che in passato era stato il suo pubblico più fedele. Poiché, per ragioni analoghe, ho trattato di tale invasione in un articolo apparso recentemente su Extrapolation, mi piacerebbe, basandomi su quel saggio, riutilizzare dati e argomentazioni per affiancarli a quelli di Stableford e in qualche modo modificare le sue cupe conclusioni.

Stableford ci racconta una storia stupefacente, con gravi conseguenze per la nostra comprensione della SF. In parole mie, il suo racconto sostiene che la fantasy (nel 20° secolo, un genere letterario o un insieme di generi letterari dal pubblico e dalle caratteristiche in rapporto stretto anche se confuso - molteplice, indefinito, d’amore-odio, complementare e contraddittorio -con la SF) è passata da una condizione di “parassita della sua cugina più popolare, la fantascienza” (Scholes 12-13) a un’indubbia vittoria commerciale e, vorrei aggiungere, ideologica sulla SF. Come ha sintetizzato David Hartwell: “Nella seconda metà del ventesimo secolo, con alcune eccezioni di successo, la fantasy è prodotta da scrittori di fantasy e fantascienza, curata da editor di fantascienza, illustrata da artisti di SF e fantasy, e letta da un pubblico di onnivori lettori, maniaci della fantasy e della SF, che ne hanno retto il mercato. La fantasy non è la SF, ma è parte del fenomeno che abbiamo di fronte” (20). L’enorme fioritura della fantasy cominciò alla fine degli anni Sessanta, quando si affermò anche il termine, coniato da Tolkien, di “Fantasy”. Ed è significativo che, dalla metà degli anni Settanta, questa fioritura sia affiancata da una crescente stagnazione quantitativa della SF (Hartwell 185-92), e certamente anche da una stagnazione qualitativa della sua gran parte.

Nel 1987 il ben informato John Clute calcolò che, eliminando ristampe e antologie, fra i 650 romanzi apparsi negli USA come “letteratura fantastica”, 298 sono SF e 352 “romanzi fantasy e horror” (18; simpaticamente, Clute aggiunge: “Per il sottoscritto la cattiva SF è riconoscibile come spazzatura, e la si può buttare subito via. La fantasy scadente è invece junk-food, un alimento sofisticato, una contraffazione irresistibile che invade lo stomaco e lo divora”). I dati che tutti noi usiamo provengono dal resoconto sull’editoria pubblicato ogni fine anno su Locus; questo resoconto, secondo me, non è del tutto affidabile, poiché considera come SF un numero d’opere che a me sembrano - parzialmente o del tutto - fantasy. Clute stima comunque che secondo i dati del 1992 i nuovi romanzi siano: 308 di SF, 275 di fantasy e 165 di horror (e-mail inviatami il 30/1/2000). Poiché ho spesso sostenuto che la fantasy comprende sia le storie heroic sia quelle horror, la proporzione è di 440 titoli di fantasy contro i 308 di SF. Dal verticale calo delle opere di SF negli anni Novanta (un terzo in meno dal 1991 al 1994!) e dal fatto che nel 1994 la proporzione fra i romanzi era di 204 di SF contro 234 fantasy più 178 (!) di horror, l’altrettanto ben informato Stableford trae questa conclusione: la SF — che secondo me ha maggiori possibilità di condurre ad approcci cognitivamente validi alla storia — “sarà ben presto la meno prodotta fra i tre generi” (49). Un’occhiata in una qualunque libreria mostra la continua e sicura ascesa di questa traiettoria decennale, che nel 1994 aveva raggiunto il rapporto di 2:1 in favore della fantasy. Ancora, i best-seller più importanti — da un punto di vista economico e della psicologia del consumo — sono venuti molto più spesso dal genere fantasy che dalla SF. Pessimisticamente, Stableford proseguiva speculando che forse i lettori abituali della SF hanno sempre avuto molto in comune con quelli della fantasy, visto che entrambi i generi hanno un denominatore comune nei “racconti d’avventure futuristiche, che poi erano essenzialmente delle esercitazioni di melodrammi in abiti d’epoca [costume drama]”, che da sempre hanno costituito la maggioranza della SF (51-52). Tutto ciò conduce a un diverso panorama anche per la SF, pertinente perfino per critici meno interessati e più dubbiosi sulle tendenze dominanti della fantasy (come me). Conclude Stableford: “Tirando le fila di tutte queste tendenze, si desume che i filoni della SF più seri e meditati corrono il rischio di venire completamente rimossi dall’arena commerciale” (55).

Credo che a questo punto non ci si possa sottrarre dal guardare più da vicino alla fantasy, che ovviamente soddisfa, a un certo livello (che potrebbe non essere il più salutare), gli interessi di un vasto pubblico. Quindi, prima di esporre la mia variante del funesto destino indicato da Stableford per la SF più degna, mi addentrerò un po’ nella discussione di questi interessi e delle loro cause.

 

2. Nel 1982 Patrick Parrinder scrisse un breve saggio, The Age of Fantasy, nel quale, fra l’altro, proponeva di collegare strategicamente la fantasy al desiderio. Già Tolkien aveva riconosciuto che le storie fantasy “chiaramente non si preoccupano tanto del possibile, quanto del desiderabile” (40). Quali desideri furono responsabili negli anni Sessanta per l’incontro di Tolkien, Conan e tutti gli altri con un terreno così fertile nella controcultura USA e poi europea? Una prima risposta potrebbe essere che a un certo punto si era estesa in lungo e in largo una rivolta contro un soffocante establishment militar-burocratico. La precipua ideologia istituzionalizzata di quell’establishment era (e, con opportune modifiche, è ancora) la razionalità tecno-scientifica asservita al profitto. Forse la diagnosi più indovinata e presciente fu quella di Karl Marx che, a metà del 19° secolo, individuò nello spazio della fabbrica la cellula di base degli alienanti meccanismi mega-oppressivi dell’industria capitalistica e della sua organizzazione della vita (con la commistione fra Stato e mercato), traendone una prospettiva generale:

L’attività del lavoratore [il valore d’uso, cioè la qualità materiale della produzione per mezzo del lavoro], ridotta a una pura astrazione dell’attività, è determinata e regolata per tutti i versi dal moto del macchinario, e non viceversa. La scienza che costringe le membra inanimate del macchinario-con la sua costruzione-ad agire in conformità allo scopo come un automa, non esiste nella coscienza dell’operaio, ma agisce su di lui, attraverso la macchina, come un potere estraneo, come potere della macchina stessa. L’appropriazione del lavoro vivo da parte del lavoro materializzato [è] insita nel concetto di capitale. (Grundrisse 707)

Il lavoratore diventa un “un semplice accessorio vivente” del macchinario, comprendente anche gli apparati burocratici pubblici e privati, al cui confronto ogni “forza valorizzante (della singola capacità lavorativa) scompare come qualcosa di infinitamente piccolo” e che “distrugge ogni relazione fra il prodotto e i bisogni diretti del produttore”  (708). Il dominio sulla natura dei dispositivi tecno-scientifici è consustanziale al loro dominio sui produttori o creatori: “In origine il diritto di proprietà appare basato sul frutto del proprio lavoro. La proprietà ora appare invece come il diritto al lavoro altrui, e l’impossibilità a riappropriarsi dei prodotti del proprio lavoro" (179). Il macchinario (il capitale fisso) è lavoro passato oggettivato, ormai morto e simile a uno zombie, che cattura i vivi come in una possessione demoniaca.

Dunque, nonostante tutte le ipocrite esaltazioni della ragione, nella pratica che ha determinato la vita delle grandi maggioranze, la razionalità è decaduta dalle speranze dell’Illuminismo e si è scissa in: 1) qualcosa di ragionevole e perfettamente funzionale in termini di risultati personali e tangibili ai sensi per singoli e per numerose classi di persone (autodeterminazione, meno ore di lavoro, valori d’uso fisici e psicologici) ma irrazionale per gli scopi degli apparati di potere; 2) viceversa, un raziocinio d’apparato perfettamente inserito nel complesso militar-burocratico (cfr. Gorz 53 e passim). La razionalità proclamata dalla burocrazia e dalla tecno-scienza è in realtà una pseudo-razionalità impoverita: ne è un esempio il notevole miglioramento, in termini di quantità e funzionalità, dei mezzi capaci di produrre genocidi ed ecocidi. Tutto ciò non poteva che dare una cattiva reputazione alla ragione. L'immenso potenziale di miglioramento della qualità della vita da parte di scienza e tecnologia si è altrettanto alienato quanto le persone coinvolte. Nella guerra, che condensa e intensifica la politica quotidiana con mezzi differenti — e ci sono state più di 30 guerre nel solo 1999! — l’umanità disumanizzata guarda, attraverso i media, “il proprio annichilimento come un piacere estetico di prim’ordine” (Benjamin 1:508). Non ci deve sorprendere, anche se non è cosa salutare, che alcuni strati della popolazione cominciassero a riporre le proprie speranze in ogni tipo di scienze occulte e magiche, o cercassero di riesumare credenze religiose riadattate in modi retrivi, per sfuggire a una ragione alienata e per rifugiarsi in una dottrina non falsificabile. In quanto ai dogmi, la Mano Invisibile del Libero Mercato alla ricerca di un consenso universale non è migliore di ogni purificazione nel Sangue dell’Agnello, degli UFO o di qualunque Maharishi vi sia a disposizione.

In particolar modo, triste a dirsi, la cultura tecno-scientifica che si è sviluppata nel, col e per il capitalismo è di solito — anche se alcuni scienziati possono deviare dalla norma — una non-cultura in relazione con tutto ciò che non è tecno-scientifico: non solo le arti, ma anche tutte le attività nonviolente e sensuali. I cultori del Postmodernismo sostengono spesso che la nuova tecnologia “pulita” del computer abbia cambiato tutto ciò. Certamente  non ha cambiato l’orribile sfruttamento delle giovani donne cinesi o malesi che producono i microchip. Ha poi cambiato la vita di noi fruitori? Potremmo discutere a lungo sugli effetti prodotti sugli intellettuali come me: per questo verdetto, credo che la giuria sia ancora in camera di consiglio, anche se è già evidente che il computer e la rete hanno approfondito il divario fra il Nord e il Sud del mondo, e che la stragrande maggioranza dei computer è uno strumento per gli tsunami della speculazione finanziaria globale. Nella produzione  industriale, la computerizzazione ha creato impianti di difficile comprensione per gli operai, le cui precedenti capacità sono state in gran parte congelate nel software che comanda la macchina e che risulta loro inintelligibile. L’astrazione o “effimerizzazione” del lavoro è ancora più evidente negli uffici e nel settore dei “servizi”, dove il “prodotto stesso è astratto” (Chapman 307). In breve, le tecnologie senza autogestione “hanno inscatolato sempre più persone in una vita di torpore artificiale animato. Per queste persone […] la vita diventa una sorta di fantasmagoria di […] aspetti tecnologici” (ibid. 308). La cultura tecno-scientifica asservita al profitto trascura necessariamente l’impatto ambientale e il deterioramento dei sensi umani (per esempio l’udito sottoposto ad amplificatori a tutto volume). Essa, inoltre, si è dimostrata incompatibile col rispetto per il corpo fisico degli altri o con l’esaltazione della loro sensibilità e del loro piacere, che sono poi l’unica via per esaltare la propria sensibilità e il proprio piacere. È vero che per una privilegiata minoranza mercenaria nel campo della genetica molecolare o dell'informatica, per esempio, “il feticismo non è stato mai tanto divertente, mentre proliferano surrogati e sostituti zombie [undead]. […] Chiediamo a un qualsiasi avvocato che si occupa di biodiversità se, al giorno d’oggi, i geni siano fonte di ‘valore’, e ci sarà chiaro da dove nasce il feticismo della merce” (Haraway 134). Ma trattare i lavoratori o gli impiegati come mezzi per il raggiungimento di uno scopo falsamente definito