Furio Jesi, L’accusa del sangue

Furio Jesi. L’accusa del sangue: La macchina mitologica antisemita, intr. di David Bidussa. Torino: Bollati Boringhieri, 2007. pp. 62, € 8,00

di Alessandro Fambrini

Alessandro Fambrini, docente di Letteratura tedesca presso l’Università di Trento, è componente del comitato di redazione di Anarres. Tra le sue ultime pubblicazioni nel campo del fantastico, la cura e traduzione di opere di Kurd Lasswitz e Hanns-Heinz Ewers, e dell'antologia Der Orchideengarten (Hypnos, 2016).

Il bambino passa rasente la porta dell’ebreo, del diverso per eccellenza, e dalla porta esce un braccio che trascina dentro. Avvicinarsi alla casa dell’ebreo significa sfiorare pericolosamente il diverso, da cui può protendersi la mano che afferra. La mano dell’ebreo, del diverso, è una mano unghiuta, come un artiglio. È la mano dell’usuraio che si protende ad afferrare l’oro, ed è al tempo stesso la mano del diverso (cosa, neutro – non uomo, ma entità reificata e perciò ignota nella sua cosità disumana: “Un braccio uscì dalla porta”…)
(Furio Jesi, Il processo agli ebrei di Damasco, 35)
 

Avvicinarsi alla scrittura di Furio Jesi è come avvicinarsi alla diversità, sfiorarla ed esserne ghermiti, come da una mano unghiuta, fino a restarne disorientati, proiettati su un piano di realtà differente, fatta di suggestioni e difficile da ricomporre in quadro organico. Jesi è tanto meno efficace quando tenta di essere sistematico (il suo lavoro più debole è forse proprio quello in cui il tentativo di sintesi che dovrebbe “chiudere” la sua pluridecennale riflessione sul mito, Il mito appunto, finisce per essere incompleto e didascalico). Questa è la grande difficoltà che s’incontra sempre affrontandolo e che gli ha procurato – gli procura – rimproveri ostinati da parte della critica, per quanto imbarazzati e malcerti data la complessità che si respira nella sua opera e che spinge alla cautela anche i detrattori: l’incapacità – ma in realtà il rifiuto – di riportare le intuizioni e le suggestioni a costruzione organica in cui tutto si tiene. Jesi non è così, non lo è quando affronta il motivo del mito dall’alto di un repertorio enciclopedico, e non lo è quando la sua ricerca salda insieme la tematica ebraica, esplorata nella fattispecie dell’omicidio rituale”, e il filone vampirico all’interno della letteratura tedesca, come in questi due brevi saggi riuniti in L’accusa del sangue: Il processo agli ebrei di Damasco e Metamorfosi del vampiro in Germania – una rassegna critica, quest’ultima, della letteratura tedesca di vampiri tra la fine del Settecento e gli anni Trenta del Novecento – apparsi dapprima su rivista nel 1973 e in seguito riuniti per la prima volta in volume per Morcelliana nel 1993.

Jesi muove dall’ipotesi che in realtà i due filoni, quello antisemita e quello vampirico, si sovrappongano e si fondano nel segno di un’eguale ossessione di paura, di assedio e di smarrimento di certezze. Perché è la diversità, in realtà, al centro di entrambi gli scritti, una diversità che si misura nel sangue, e le valenze ugualmente concrete e simboliche che la percorrono sono sovrapposte e mescolate attraverso una rassegna di fatti storici e di letteratura che li riflette. Il fantastico è per la letteratura l’ebreo, il diverso, o almeno uno di essi, la cui linfa è attraversata dalla stessa dissonanza rispetto alla realtà che pervade il nucleo più autentico e profondo della riflessione jesiana, quello che investe la natura e le manifestazioni del mito.

In L’accusa del sangue Jesi innesta il tema vampirico – succhiamento letteralizzato del sangue – su quello simbolico dell’omicidio rituale tradizionalmente attribuito agli ebrei e attraverso il quale “uccidendo un cristiano e succhiandone vampiricamente il sangue durante la celebrazione della Pasqua (ebraica), essi credono di conciliare la religione di Mosè con quella di Gesù” (29). A questa interpretazione “storica” se ne sovrappone una più latamente simbolica, secondo la quale gli ebrei, consapevoli della propria colpevolezza di fronte alla morte di Cristo e desiderosi di riscatto, avrebbero appreso che tale riscatto sarebbe potuto giungere soltanto mediante sanguine Christiano; ma l’espressione reca in sé una trappola che diverrà una vera e propria maledizione (vampirica):

anziché capire che la salvezza sarebbe giunta loro dalla conversione, dal battesimo e dall’eucarestia, dunque dal “sangue del Cristo”, presero a uccidere ogni anno un cristiano nella speranza di riscattarsi dalla maledizione dei padri (“Che il sangue di lui ricada sui nostri figli”). Questa interpretazione […] collegava gli “omicidi rituali” degli ebrei da un lato con la condizione del popolo “deicida” (che avrebbe avuto ampia parte nelle persecuzioni antiebraiche), dall’altro con la magia e con i processi contro le streghe (30).

L’“accusa del sangue” si rivela così una definizione duplice e transitiva: l’accusa al sangue degli ebrei, il loro marchio di Caino che ne fa una stirpe maledetta, e l’accusa agli ebrei di abbeverarsi di sangue cristiano, cui fa da corollario una serie di pratiche a essa connesse (il pugnalamento dell’ostia consacrata, il rapimento di bambini a scopo di sacrificio rituale, la preparazione di pane azzimo con impasto di sangue cristiano ecc.). Ciò che interessa a Jesi, in questa costellazione, è che l’accusa del sangue va a incardinarsi in una visione del cristianesimo come “mito del sangue di Cristo” da cui l’accusa agli ebrei discenderebbe, deformando il meccanismo originario del mito secondo lo schema che vede il mito genuino inevitabilmente degradarsi, nella sua secolarizzazione, a macchina mitologica, usurpazione del mito medesimo che lo riduce a mero funzionamento meccanico, micidiale “congegno pericoloso sul piano ideologico e politico, anziché soltanto un modello gnoseologico provvisoriamente utile, quando ci si lascia ipnotizzare da essa” (Jesi, Mito, nuova ed., con una nota di Giulio Schiavoni, Torino, Aragno, 2008, 154). Il “fenomeno delle reversione dei miti” (L’accusa, 40), peculiare al funzionamento della macchina mitologica, avviene nel cristianesimo in modo deliberato e parallelo alla conservazione del mito a livello sacrale: “I cristiani continuano a rievocare sacralmente il sacrificio eucaristico, ma al tempo stesso lo ribaltano in senso negativo e ne attribuiscono l’inversione ai ‘diversi’ – agli ebrei” (40-41).

Da tale decadimento della mitologia cristiana scaturisce dunque anche il tema vampirico, che si autonomizza poi secondo caratteristiche proprie che Jesi indaga nella seconda parte del suo scritto. Da una parte, il vampiro rosacruciano e old gentleman alla Bram Stoker, “solo il padre putativo del conte Dracula” (42), dietro cui Jesi, con una lettura sociologica, individua l’incarnazione storica, l’“adesione al secolo” dei “Grandi Sconosciuti”, titolari di una presunta superiorità tradizionale che va oltre il tempo; a loro il romanzo nero offre una formula che ne racconta l’estraneità alla storia e al contempo li attualizza nel mentre li secolarizza. Dall’altra, la traccia risale a una tradizione diversa, ben consistente nella letteratura tedesca, e che vede emergere, alle soglie dell’età moderna, figure di revenant, di morti che tornano a reclamare non la vita, ma i vivi, imponendo loro il proprio riscatto. Così Johann Heinrich Voss, che con Die Pferdeknechte (1776) mette in scena una genia di “spettri sociali”, avi di un moderno feudatario che tornano a infierire sui contadini, di cui individuano le potenzialità destabilizzanti e che, a loro volta, formano con essi una paradossale alleanza che si regge sul bersaglio comune offerto dal loro debole, moderno discendente; e così la Lenore (1773) della celebre ballata di Gottfried August Bürger, in cui la voluttà e l’ebbrezza dell’abbandono alla morte segnano la traccia soprannaturale di un’impronta anticristiana che diede luogo a reiterate accuse di blasfemia. Concrezioni fantastiche cui tuttavia manca l’elemento propriamente vampirico, che Jesi definisce così per contrasto:

  Il fidanzato morto della Lenore, però, non è però, propriamente, un vampiro. Vampiro è, innanzitutto, l’essere che succhia il sangue dei viventi e ne trae vita […]. La Lenore  è significativa solo nella misura in cui, da un lato, fa irrompere nella letteratura tedesca il tema larvatamente vampirico della “fame di vivi” che hanno i morti, dall’altro lato collega, sia pure nella prospettiva “pietistica”, la “fame dei vivi” che hanno i morti con una forza che è nei vivi e che chiama i morti, i morti affamati di vivi (46-47). 

Tale elemento emerge in senso specifico per la prima volta in E. T. A. Hoffmann e ben oltre i confini territoriali della novella Der Vampir, che ne rappresenta l’esempio più evidente, e va a costituire nel corpus delle novelle hoffmanniane una sorta di autoraffigurazione dell’individuo dalla sensibilità estenuata ed estrema, una possibile incarnazione dell’artista. Sul modello di Hoffmann Jesi definisce il vampiro come colui che “è tanto vicino alla forza della vita da poterla in certa misura manipolare, da suggerla negli altri viventi e perfino in quel vivente che è il suo stesso io” (54). In tal senso, è Heinrich Heine che, seguendo una traccia già hoffmanniana, contribuisce a creare l’immagine che sarà quella, vincente, del vampiro decadente, fondata su “un inquietante autovampirismo che corrisponde alla scissione tra io-artista e io-uomo” e che ne esalta le contraddizioni proiettandone le caratteristiche sul piano dell’“essere maledetti-privilegiati, ed essere morti-viventi” (54).

Proprio in Heine, ebreo, la traccia vampirica si fonde con l’accusa del sangue, che diviene il portato tematico del romanzo incompiuto Der Rabbi von Bacherach (1824-40), nel quale la comunità ebraica di Bacherach am Rhein viene accusata di omicidio rituale e pertanto condannata allo sterminio. Ma per Heine tale accusa, come scrive Jesi, “giunge a circoscrivere l’esterno dell’ebraismo: il volto dell’ebreo, disegnato dai non-ebrei”. Un volto che vede appunto nell’ebreo “il succhiatore di sangue, il vampiro per eccellenza, secondo una tradizione antisemita che fa coincidere vampirismo rituale con ‘vampirismo economico’: l’usuraio ebreo succhia sangue ai cristiani, così come i rabbini uccidono per Pesach un bambino cristiano al fine di suggerne il sangue ritualmente” (56).

Da Heine a Richard Wagner il passo è breve, e non solo nella misura del tempo. La mistica del sangue dell’ultimo Wagner, esaltata soprattutto nel Parsifal, e la stessa idea del Gesamtkunstwerk, dell’opera d’arte totale, richiamano l’idea del poeta come agente vampirico, manipolatore delle forze vitali che trova il suo paradigma nell’“uso sacrale, esoterico del sangue di Cristo che […] ricorre nell’opera di Wagner” (59). Meno breve può sembrare il passo ulteriore, quello da Wagner al nazionalsocialismo: eppure, ciò che in Wagner restava ancora sospeso a livello di tematica simbolica, diviene con il nazismo “materiale mitologico tecnicizzato in favore di un’operazione politica con obiettivi di conservazione e profitto ben precisi” (60). Non a caso, scompare in questa nuova prospettiva il vampiro, pressoché assente dalla letteratura nazionalsocialista in cui, in paradosso apparente, la mistica del sangue assume un rilievo mai conosciuto prima: perché, per usare le parole di Jesi, “per gli scrittori nazisti, non solo non esistono censure e autopunizioni, ma non esiste neppure la figura del manipolatore del sangue: egli, il manipolatore del sangue, era concretamente, storicamente presente dinanzi a loro, e ogni coincidenza dell’ambito del mito con l’ambito della storia è una trivializzazione del mito, oppure una sublimazione del mito a ontologia trascendente. L’eroe mitico – in questo caso l’eroe negativo: il vampiro – cede il passo a chi governa o crede di governare la centrale del mito, la macchina mitologica” (62).

Anche come risposta a tali appropriazioni è da leggersi allora il contributo originale e spiazzante che lo stesso Jesi offrirà (stava offrendo, aveva già offerto: il suo romanzo fu scritto tra il 1962 e il 1970, ma apparve postumo nel 1987) alla letteratura vampirica con L’ultima notte. Qui i vampiri, da tempo banditi dal mondo e costretti a nutrirsi del sangue dei morti per sopravvivere, progettano un ritorno in grande stile, un’“impresa epica” destinata ad annientare “i mostri della civiltà urbana”, come scrisse Cesare Cases in una recensione apparsa sull’Indice dei libri del mese. Un’impresa non priva di contraddizioni. Le stesse che doveva avvertire Jesi quando, facendo suo un ambito di ricerca pieno d’insidie e di controversie come quello del mito, agiva con le sue forze di studioso lucido e coerente per riportarlo nell’orbita dell’indagabile e del conoscibile, sottraendolo alle manipolazioni mistificatorie del potere, al monopolio di una cultura ostile alla vita e votata costituzionalmente a usarlo come strumento di omologazione dell’esistente.