Geografie e linguaggi d’altri mondi

La Francia aliena

Una rassegna della critica italiana - accademica e militante - sui testi classici e formativi della SF francese.

di Massimo Del Pizzo

Massimo Del Pizzo è docente di Letteratura francese all'Università di Bari. Come critico e traduttore, si è occupato di Verne, Rosny e altri classici autori della fantascienza francese. Fra i suoi volumi, ricordiamo Viaggi e passaggi: Letture di Jules Verne (Solfanelli 1995) e Se l'Altro non esiste (Graphis 2004). E' inoltre autore di diverse raccolte di narrativa.

Amilégo! Syni dllia pwouhéh sgynllu boun euintage.
(Restif de la Bretonne, Les Posthumes, 1802)

“Jules Verne? Noi lo respiravamo”: così ebbe a dichiarare, dopo alcuni anni dalla scomparsa dello scrittore di Nantes, Maurice Renard (1875-1939), il più wellsiano degli scrittori francesi del fantastico, figura purtroppo trascuratissima dalla critica e dall’editoria italiana, il quale, mentre rendeva omaggio a un gigante dell’immaginario, negava che l’opera verniana appartenesse a quel nouveau fantastique che egli stesso stava cercando di realizzare in letteratura e che di certo è più vicino all’immaginazione scientifica contemporanea di quanto lo sia il ponderoso ciclo dei Voyages extraordinaires che Verne programmò insieme col suo influente editore Jules Hetzel.

Il rapporto tra Jules Verne (1828-1905) e la fantascienza non è affatto lineare: viaggi “straordinari” programmati, suggestioni e atmosfere futuristiche, anticipazioni e invenzioni disseminate nei suoi romanzi non bastano a determinare una filiazione diretta tra il cosiddetto roman de la science e quella che un non felice neologismo italiano (purtroppo difficile da seppellire) designò come fantascienza. Eppure, sarebbe un errore di valutazione non considerare la sua opera in una prospettiva storicistica, tematica, stilistica che faccia riferimento alla nascita e alla evoluzione (disordinata) del genere fantascientifico.

Il convegno di Cesena nell’aprile del 1988, i cui atti sono stati pubblicati col titolo Viaggi straordinari” attorno a Jules Verne (Milano: Mursia, 1991), permise ad alcuni francesisti italiani (accanto a italianisti, germanisti e studiosi francesi dell’opera verniana) di aprire strade diverse, tutte percorribili anche oltre Jules Verne, e generate da riflessioni intorno e sulla sua narrativa: Luciano Erba (“Figure significative — simmetrie anasemie e altre — nel romanzo verniano”), Mariella Di Maio (“Il castello dei Carpazi tra fantastico e straordinario”), Bruno Pompili (“Prima di Jules Verne: Problemi della fantascienza”), Piero Gondolo della Riva (“Fortuna e sfortuna di Jules Verne”) e io stesso (“Dopo Jules Verne: problemi della fantascienza”).1

Luciano Erba si è anche interessato — pur se non propriamente nella prospettiva del cosiddetto voyage planétaire, la cui struttura è riconoscibile nella science fiction — di un irregolare quale Cyrano de Bergerac: Magia e invenzione: Studi e ricerche su Cyrano e altri autori del Seicento (Milano: All’Insegna del pesce d’Oro, 1967); Magia e invenzione: Studi su Cyrano de Bergerac e il primo Seicento francese (Milano: Vita e Pensiero, 2000).

Ma, al riguardo, va detto che da sempre gli studi su Cyrano, come su Casanova e Restif de la Bretonne — per citare tre nomi che, oltre ogni frontiera linguistica, solitamente vengono introdotti in ogni pre-storia (e preistoria) della fantascienza — sono serio oggetto di analisi da parte di molti francesisti italiani e coinvolgono spesso l’Utopia letteraria.

Lo stesso può dirsi per Villiers de l’Isle-Adam: alla Ève future, che ha una sua parte nella storia dell’invenzione di automi antropomorfi, Fernando Cipriani ha dedicato uno studio all’interno di una più ampia riflessione critica: Villiers de l’Isle-Adam tra simbolismo e decadentismo (Chieti: Métis, 1991).

Durante il convegno Machinæ. Tecniche Arti Saperi nel Novecento, tenutosi a Bari nell’ottobre del 2007  e organizzato dal Crav (Centro Ricerche Avanguardie, istituito presso l’Università degli Studi di Bari) c’è stata occasione per tornare sul tema dell’automa anche nell’ambito della francesistica: L’anitra e il cyborg: generazione di fenomeni  è il titolo di un mio intervento che ha come oggetto appunto Villiers de l’Isle-Adam, ma anche Jules Verne (oltre che Buzzati, Landolfi e Adolfo Bioy Casares) e che qui mi permetto di segnalare, rimandando i lettori più curiosi al volume che porta lo stesso titolo del citato Convegno e pubblicato dalle Edizioni B.A. Graphis di Bari nel 2008.

Tornando al convegno di Cesena, Bruno Pompili si dimostra interessato, più che a Verne, a un pre-verniano come Defontenay (1819-1856) al quale ha dedicato alcuni studi: “Star di Defontenay: Crogiolo, crocevia, viaggio” in Il lettore di provincia 56 (1984), ora anche in Licantropi e meteore: Saggi sul romanticismo francese. Contrappunti (Bari: Dedalo, 1984); e “Ch. I. Defontenay: Star o Psi di Cassiopea” su THX 1138 3 (dic. 1985), ripreso poi in Future Shock 12 (1994). Così nota Pompili:

Se si volesse dare importanza a degli elementi di pura cronologica, Star consentirebbe di arretrare la data di nascita del romanzo di fantascienza, almeno nella sua dimensione di struttura di viaggio interplanetario, e in più al di fuori del sistema solare. Se, più giustamente si pensa ad un’opera complessiva, ed abbondante, tale da fondare un genere, è chiaro che bisogna tornare ai primi nomi di Verne e di Wells. Sarebbe però egualmente ingiusto continuare ad ignorare un romanzo che, benché finisca per pagare qualche tributo alla tradizione del racconto fantastico e alle strutture delle narrazioni utopiche, per altro verso organizza una quantità enorme di segni caratterizzanti la SF più moderna. (“Ch. I. Defontenay: Star o Psi di Cassiopea”, 11)

“Scrittore marginale e dilettante d’eccezione”, come Pompili lo definisce, Defontenay ha la ventura di essere ripubblicato da Denoël nella prestigiosa collana del fantastico e della fantascienza Présence du futur (145, 1972), complice, con ogni probabilità, Raymond Queneau che ne aveva scritto già nel 1949, definendolo “génie méconnu”, precursore della science fiction e di Henri Michaux (cfr. Queneau, “Defontenay”, in AA. VV., Les Petis romantiques français (Marseille: Éditions des Cahiers du Sud, 1949).

L’importanza dell’intervento di Bruno Pompili non dipende solo dall’aver animato curiosità intorno a un’opera originale e senza immediata continuità, ma anche dall’aver colto e spiegato una differenza sostanziale tra un geniale ed isolato irregolare delle lettere come Defontenay e un autore “sistematico” (la definizione è di Darko Suvin) e “integrato” come Jules Verne.

Defontenay, per un paradosso temporale che non può certo sorprendere o impressionare i lettori di Anarres, pur appartenendo, per ovvia cronologia, al “prima di Jules Verne” (Star fu pubblicato nel 1854), è senza dubbio più vicino al “dopo Jules Verne” quando, con Rosny Aîné (1854-1939) e Renard, l’immaginazione scientifica tentava, con risultati a volte originalissimi, strade più libere rispetto ai canoni verniani della verosimiglianza e della meraviglia programmata. Scrive infatti Pompili, nel suo intervento nel citato volume nato dal convegno verniano:

L’altrove scomparso di Defontenay è in Jules Verne un altro posto da far rientrare nelle strutture conosciute, autonome e sufficienti della vita che appare già regolata […] In Defontenay l’altro mondo è, è già stato, o è da reinventare; in Verne il nostro mondo viaggia su binari ordinati, o ordinabili, verso il completamento di se stesso, e soprattutto può essere percorso alla scoperta di almeno una sua parte, problematica quanto si voglia (e con contorni garantiti), ma in più, reale nei confini di una storia credibile quanto meravigliosa, quindi sostanzialmente tutta raccolta nella prospettiva del possibile. (“Prima di Jules Verne: problemi della fantascienza”, 126-27)

Insomma, Star, racconto straniante di un incontro tra mondi, non si pone — sono ancora parole di Bruno Pompili — “un progetto di adeguamento degli esseri ma di un modellamento di esperienze. Non si pone l’ipotesi del miglioramento di un mondo (d’altra parte esaurito, già finito, inesistente) ma la possibilità di sognare il nostro in termini di libera progettazione e di finalizzazione coerenti, alla cui base c’è il convincimento seppure inespresso che questo mondo deve sicuramente essere cambiato” (ibid., 126).

In Verne, ogni itinerario fa parte di un programma di esplorazione e appropriazione dai confini e dai tempi previsti, in Defontenay il viaggio — nota Pompili — “può essere più lungo della strada”: il fascino e i segreti del Nautilus di Nemo contro le rotte disordinate del Bateau ivre di Rimbaud, per riutilizzare una opposizione evidenziata da Roland Barthes (“Nautilus et Bateau ivre”) in Mythologies (Paris: Éditions du Seuil, 1957).

Si noti che l’opera di Defontenay non era certo sfuggita a quell’attento osservatore del fantastico letterario che è stato Camille Flammarion (1842-1925), autore di una ancor oggi interessantissima opera informativa, ma anche critica, il cui titolo merita di essere citato integralmente: Les Mondes imaginaires et les mondes réels, voyage astronomique pittoresque dans le ciel et revue critique des théories humaines, scientifiques et romanesques, anciennes et modernes sur les habitants des astres (Paris: Didier, 1865; con ben ventidue nuove edizioni fino al 1892). Come per Jules Verne, il rapporto tra Flammarion e la science fiction è tutto da verificare e da scoprire, mancando, tra l’altro, studi approfonditi al riguardo.

Indubbio merito va comunque alla coraggiosa iniziativa di Nova Sf* che proponeva, con la traduzione di alcuni capitoli di Uranie (1889), “la presentazione degli autori che maggiormente hanno ispirato la moderna science fiction, godendo per lunghi periodi di straordinaria fama e venendo ancor oggi considerato di rilevante interesse culturale, anche se troppo raramente le pubblicazioni specializzate di fantascienza si sono occupate di loro” (cfr. Nova Sf* 1 [marzo 1985]). L’iniziativa era lodevole perché dava leggibilità a un autore prolifico, molto impegnato nella esplorazione fantasiosa di galassie popolate da inverosimili entità pluriformi e metamorfiche, che ha fatto confluire l’insieme delle proprie conoscenze astronomiche (come è noto, Flammarion era astronomo di professione) nell’invenzione di un extramondo del tutto “arbitrario” nella sua concezione congetturale, e dunque lontanissimo, almeno in questo, dalla “conjecture rationelle” quale la SF dovrebbe essere, secondo la definizione di Pierre Versins nella sua Encyclopédie de l’Utopie, des Voyages Extraordinaires et de la science fiction (Lausanne: L’Âge d’Homme, 1972 e 1984), ma anche di altri.

Tuttavia, non c’è stata continuità nella proposta di traduzione di Nova Sf*. Del resto, a tutt’oggi, rimane delusa anche l’aspettativa di Bruno Pompili che sottolineava la “giusta necessità di un’edizione italiana” di Star.

Infatti sempre all’opera di Jules Verne è andata l’attenzione maggiore da parte di moltissimi editori italiani (Mursia in primis, e poi Mondadori, Einaudi, Rizzoli, Sellerio, Editori Riuniti, Guida, Longanesi, Newton Compton, Lindau, Ibis, Biblioteca del Vascello, Kepos, Demetra) che a volte si sono giovati della collaborazione di francesisti: pensiamo, per esempio, oltre alla già citata Mariella Di Maio, a Giovanni Cacciavillani curatore di L’isola misteriosa (Torino: Lindau, 1990) o a una edizione italiana di Édom, novella postuma e apocalittica che io stesso ho tradotto e curato col titolo di L’eterno Adamo (Palermo: Sellerio, 1984, con una seconda edizione nel 1991).

Non simile fortuna è toccata a Flammarion, Rosny o Renard.

Càpita che un racconto di quest’ultimo (Monsieur d’Outremort), abbia una traduzione italiana (I demoni vendicatori del Marchese d’Outremort) non per una mirata scelta editoriale, ma solo perché inserito in una antologia curata da Sean Richards, Elephant Man e altri mostri (Milano: Mondadori, 1991). Una importante riflessione critica di Renard sul roman d’hypothèse, apparsa originariamente nel 1923, è pubblicata in traduzione italiana su Future Shock (n.s., 11 [giugno 1993]), nella versione di Francesca De Pasquale, col titolo “La letteratura fantastica e il romanzo parascientifico”.

Tra le rarissime traduzioni italiane di Rosny, sono da segnalare Le Forme di Giorgio Monicelli in Nova Sf* 2 (1985) e una pregevole versione di Roldano Romanelli, Il cataclisma in Nova Sf* 9 (1987). Vanno ricordate anche due iniziative della Nord riguardanti Rosny: la pubblicazione, a mia cura, di Altri mondi (1988), antologia con testo a fronte nella collana Documenti da nessun luogo, diretta da Carlo Pagetti, e di La guerra del fuoco inserita, nel 2000, nella collana Cosmo Serie Oro – I Classici della Fantascienza; una precedente versione era stata pubblicata da Bompiani nel 1982, nella collana I Grandi Tascabili.

Romanelli è anche autore della versione italiana di un bellissmo, commovente  racconto di Christine Renard (1936-1979) scrittrice del tutto trascurata dalla critica italiana, Side effects in Futuro Europa 6 (1990), apparso anche in La Grandi firme della Fantascienza 3 (Bologna: Perseo Libri, 1997). Poche altre traduzioni sono da segnalare: ancora di Roldano Romanelli, Torre del Sole in Futuro Europa 12-13, (1995) e poi Delta in Nova Sf* 6 (1986), tradotto da Gloria Tartari, e infine L’Enfance des dieux, diventato, nella traduzione di Patrizio Dalloro, Gli occhi pieni di stelle in Urania 267 (1961).

Davvero non molto per una scrittrice che, sebbene scomparsa prematuramente, ha pubblicato numerosi racconti su riviste specializzate e alcuni romanzi, oltre a una riflessione sulla fantascienza che non è mai stata confrontata con le mille — per lo più di area angloamericana — che vengono riprese qua e là, in questo o quello studio, in questa o quella antologia. La scrittrice la inserì in Retour à la Terre, antologia curata da Pierre Andrevon per la collana Présence du futur (Paris: Denoël, 1977), quasi come contrappunto (il titolo è, appunto, Aprés-coup) a un proprio racconto presente nella raccolta, Entre parenthèse. Questo spazio invita a proporla in versione italiana, anche come parziale risarcimento per una colpevole indifferenza da parte dell’editoria italiana:

La fantascienza, secondo me, permette di estrapolare idee senza rimanere nell’astrazione. È un’esperienza appassionante. Una bomba atomica può distruggere quasi completamente il pianeta. Può essere un’idea astratta, ma se vi mettete a pensare ai superstiti, a immaginare questo o quel sopravvissuto, con un nome, un volto, con desideri, con un passato, vedrete allora il nuovo ambiente coi suoi occhi, la sua angoscia, perché sapete che non ci saranno miracoli, non più di quanti ce ne siano qui e ora. Costruite così un mondo coerente, non un mondo fiabesco, non un mondo fantastico. La fantascienza non è né l’uno né l’altro, è estrapolazione razionale. Ho fatto un tale esempio perché il problema dei sopravvissuti dopo un’esplosione nucleare è un tema sfruttatissimo, ma per gli autori di fantascienza non c’è limite all’immaginazione, e il tema che ho qui trattato mi affascina. Cercate di pensarci, di pensarci veramente. Immaginate un mondo in cui siano state scoperte e utilizzate con l’inganno droghe che danno una totale impressione di realtà, al punto che i vostri finti ricordi vi sono tanto cari o tanto odiosi quanto i veri. Per pensarci meglio, immaginate che poi vi dicano che tutto quanto credete di aver vissuto era solo un sogno, e che le persone conosciute, amate, i vostri figli, se ne avete, non esistono, non sono mai esistiti. E ormai non potrete più essere sicuri di niente, mai più. La grande felicità che provate, la grande infelicità che vi opprime sono vere o sono soltanto un altro sogno dal quale vi sveglierete? Non c’è modo di saperlo.
Pensateci, pensateci veramente, e pensate anche a tutte le implicazioni, gli abusi di potere e il resto, cercate di vederne tutte le conseguenze.
Amare la fantascienza, che la si scriva o no, significa pensare in questo modo.
(C. Renard, Retour à la Terre, p. 75)

Per restare sui protagonisti del Convegno verniano — qui utilizzato come pivot intorno al quale far muovere le nostre osservazioni — ricordiamo che Mariella Di Maio ha concentrato su Verne un’attenzione critica riservata a opere meno note ai non specialisti (come Il Castello dei Carpazi e La Sfinge dei ghiacci, da lei curati e tradotti rispettivamente per Editori Riuniti nel 1982 e Guida nel 1989) e al rapporto Verne-Poe: “Jules Verne e il modello Poe” sulla Rivista di letterature moderne e comparate 30 (1983), “Jules Verne et le voyage au deuxième degré ou un avatar d’Edgar Poe” su Romantisme 67 (1990), nonchè l’“Introduzione” alla edizione italiana di un saggio di Verne dedicato allo scrittore americano, Edgar Allan Poe (Roma: Editori Riuniti 1990), da lei stesso tradotto.

I “mari disperati” di Poe non saranno mai quelli che Verne fa percorrere ai suoi marinai e capitani, eppure Verne aveva una indubbia e complessa attrazione per lo scrittore di Boston, dal quale prese molte idee e del quale ripercorse molte situazioni narrative: così il Gordon Pym diventa, nella “riscrittura” verniana (Le Sphynx des Glaces), un viaggio viaggiato e narrato due volte, e con esiti opposti.

Piero Gondolo della Riva – che per la disinvoltura con la quale si muove tra due mondi culturali,  potrebbe essere collocato sia tra i francesisti italiani che tra i francesi italianisti – ha legato il proprio nome a rilevanti contributi su Jules Verne, che vanno dal collezionismo più attento, raffinato e appassionato, alla organizzazione di convegni, seminari, mostre, presentazioni di libri, oltre alla pubblicazione di innumerevoli studi e articoli e di una preziosa guida bibliografica in due volumi: Bibliographie analytique de toutes les œuvres de Jules Verne I. Œuvres romanesques publiées (Paris: Société Jules Verne, 1977), e Bibliographie analytique de toutes les œuvres de Jules Verne II. Œuvres non romanesques publiées et œuvres inédites (Paris: Société Jules Verne, 1985).

Ricordiamo anche che Gian Carlo Menichelli ha curato la ristampa di La scoperta del Nuovo Mondo (Edizioni Kepos, s.l., 1992), opera verniana che si colloca tra quelle divulgative e storico-geografiche (Géographie illustrée de la France et de ses colonies, Découverte de la Terre. Histoire des grands voyages et des grands voyageurs).

Nadia Minerva ha poi pubblicato un importante studio sull’utopia in Verne, Jules Verne aux confins de l’Utopie (Paris: L’Harmattan, 2001) e ha curato insieme con Carmelina Imbroscio un numero monografico di Francofonia riservato al fantastico verniano (Jules Verne Mondes utopiques mondes fantastiques, 44, primavera 2002).

 

L’esaustività delle informazioni è una bella — e forse perduta — sfida perba chi accetta di redigere un articolo che tenti di render conto della presenza critica della francesistica italiana negli studi sulla fantascienza e delle aperture dell’editoria italiana verso quest’ultima: eventuali omissioni sono imputabili a difetti di documentazione o di memoria — entrambi imperdonabili — mai comunque a selezioni arbitrarie o a preclusioni d’altro genere.

Qualche imbarazzo può forse creare la collocazione della raffinata analisi critica di Sergio Solmi, francesista “anomalo” e comunque non accademico, il quale oltre ad aver legato il proprio nome a ben note antologie di Einaudi sulla science fiction (peraltro rigorosamente dedicate all’area anglofona) ha scritto diversi saggi di letteratura francese: La salute di Montaigne (Firenze: Le Monnier, 1942), Saggio su Rimbaud (Torino: Einaudi, 1974), La luna di Laforgue (Milano: Mondadori, 1976), ma soprattutto, per quanto qui interessa, diversi saggi sul fantastico e la fantascienza, riuniti in Della fiaba, del viaggio e di altre cose (Milano-Napoli: Ricciardi, 1971) e poi col titolo Saggi sul fantastico: Dall’antichità alle prospettive del futuro (Torino: Einaudi, 1978), dove fa riferimenti anche al domaine francese e al “buon Verne”, naturalmente. Tuttavia anche Solmi trascurò del tutto i francesi nel suo progetto antologico per Il giardino del tempo: Il terzo libro della fantascienza (Torino: Einaudi, 1983), portato a termine dai figli dopo la sua scomparsa, ma comunque fondato su sue scelte.

Ricordiamo anche, per amor di cronaca, che quando riviste italiane non specialistiche, e di grande diffusione (Millelibri nel 1991 e Letture nel 2000, per fare due esempi), hanno pubblicato dossier sulla fantascienza, la sezione francofona è stata del tutto ignorata.

È noto invece che autori del Novecento, come Jacques Spitz, Serge Brussolo, Pierre Boulle, René Barjavel, Jacques Sternberg, Claude Yelnick, sono entrati in collane di Mondadori o della Perseo Libri (si pensi al progetto di “recupero” di voci sparse della SF non anglofona voluto da Futuro Europa, che comprendeva ovviamente diversi autori francesi e francofoni). Il pianeta delle scimmie di Boulle, però, torna da Mondadori solo trascinato dall’onda del film di Tim Burton, avendo anche in copertina un'immagine tratta dal film.

Va aggiunto che sporadiche iniziative come quella, lodevole, di Il paradiso degli Orchi 10 (estate 1995) hanno permesso letture di Philippe Curval, Michel Jeury, Gérard Klein, Dominique Douay; mentre, per citare un altro esempio, l’attività di Valerio Evangelisti è nota a chi ha a cuore una maggior diffusione della science fiction che parla francese (ricordiamo almeno, in Carmilla, il dossier presente nel numero 1, n.s. (novembre 1998). 

Solo la curiosità e l’intelligente disponibilità di una piccola ma raffinatissima casa editrice come “Via del Vento” (di Fabrizio Zollo, a Pistoia) ha permesso la diffusione in lingua italiana di un testo fantascientifico davvero poco noto e direi del tutto inatteso nella produzione di Pierre Drieu La Rochelle (1893 – 1945) e dame stesso curato e tradotto; mi riferisco a Défense de sortir  che, col titolo Vietato uscire, è inserito, ad ottobre 2007, nella collana Ocra gialla, che propone testi inediti e rari del Novecento.

Uscito una prima volta in rivista nel 1930 (Bifur, n.6) e poi introdotto nella raccolta di racconti Journal d’un homme trompé (Gallimard, 1934) e ancora in Écrits de jeunesse (Gallimard, 1941), questo racconto di anticipazione ha come sfondo la società degli Anni Sessanta, immaginata come già globalizzata e dilaniata da forti conflittualià ideologiche; vi prendono spazio l’ossessione di Drieu per la decadenza del mondo occidentale e la vocazione apocalittica del genere fantascientifico.

Per una umanità disorientata, in cerca di soluzioni alternative e vie di fuga, quel VIETATO USCIRE (dal pianeta, si intende) decretato dal potere che nega ogni speranza di ricerca fuori dai confini stabiliti, è una strozzatura dell’immaginazione e traccia un perimetro invalicabile. Il futuro sarà, d’ora in poi, sotto controllo, monitorato e circoscritto allo spazio dell’Ici bas (Quaggiù) cui si contrapponeva lo slancio utopico degli esploratori fuggiaschi in cerca di un Ailleurs (Altrove) definitivo:  

La fede in Altrove fu condannata per sempre, i suoi sostenitori destinati a morte certa.
Su tutti i campi d’aviazione furono sistemati enormi cartelloni che di notte si riflettevamo nei cieli della città:
                                              VIETATO USCIRE  

Sarebbe auspicabile strappare a un vuoto critico l’opera multiforme, per molti aspetti anomica ed “eccentrica” in rapporto alla science fiction, che Jacques Sternberg (1923) ha prodotto fin dagli anni Cinquanta e che, se in Francia ha meritato l’attenzione di editori importanti (Denoël, Gallimard, Laffont, Plon), in Italia ha avuto una certa considerazione solo dalla Perseo Libri: pensiamo soprattutto a Il mondo senza sonno (1998), titolo che i traduttori Claudio Del Maso e Ugo Malaguti hanno dato a La Sortie est au fond de l’espace (Paris: Denoël, 1956).

 

Chi insomma in Italia pubblica o pubblicherà quel nucleo di scrittori post-verniani, come Gustave Le Rouge, Albert Robida, John-Antoine Nau (che con Force ennemi, pubblicato nel 1903, vinse un’edizione del prestigiosio “Prix Goncourt”), o il “fantascientifico” Maurice Leblanc di Les Trois yeux, che qualche bella pagina congetturale l’hanno pur scritta, “nonostante” Jules Verne? Chi tradurrà i suoni di una voce aliena proveniente da un diverso mondo e da altri alfabeti?

Pensiamo, arretrando nel tempo, a Restif de la Bretonne (1734 – 1806), non lo scrittore di testi realisti, riformisti, libertini o decisamente pornografici (mi riferisco a L’Anti-Justine ou les délices da  l’amour) che qualche traduzione italiana l’ha avuta, ma al Restif utopista: nel 1980 Mondadori pubblica il celeberrimo La Découverte australe (1781) che  appare col titolo La scoperta australe, ben  curato e tradotto da  Paola Dècina Lombardi; e Sellerio recupera un testo satirico pubblicato all’epoca in calce al citato racconto utopico: Lettre d’un singe aux animaux de son espèce che, col titolo Lettera di una scimmia è pubblicato nel 1995 da Sellerio nella collana “Il divano”, introdotto da Daria Galateria e tradotto da Antonietta Maria Sanci.

Poche insomma le energie spese dagli editori italiani, anche per il vulcanico Restif. Si attendono dunque nuovi interpreti per il linguaggio delle sue "puces cométales" incontrate, or sono poco più di duecento anni, durante fantastici viaggi di esplorazione interplanetaria, in quel di Giove o pressappoco: "Amilégo! Syni dllia pwouhéh sgynllu boun euintage".  La traduzione non è agevole, lo ammettiamo, ma del resto l’incursione nell’ignoto, nell’improbabile e nel fantastico non sempre riesce a ristabilire le regole della grammatica tradizionale; la scienza traduttologica (se mai ne esiste una), i dizionari del buon italiano o del buon francese, i servizi di traduzione on line hanno spazi vuoti, pagine ancora da scrivere. 

O piuttosto, ancora da inventare.     

Note dell'Autore

1

Avendo dedicato diverse mie ricerche all’Utopia letteraria, al Fantastico e alla letteratura di immaginazione scientifica francesi (roman d’hypothèse, merveilleux scientifique, fiction spéculative), ma volendo lasciare spazio ad altri che, nella stessa area, o in aree limitrofe, hanno manifestato continuità di interesse e pubblicato studi critici, devo comunque affrontare, dato il contenuto di questo intervento, l’imbarazzo di indicazioni che a quelle facciano riferimento, lascerò quindi il lettore libero di seguire, se crede, alcune tracce di autobibliografia (sic!), limitandola però agli studi in volume e confinandola in quest’unica nota (con sola eccezione per L’eterno Adamo): L’opera di J-H. Rosny Aîné: Dal realismo al naturalismo, dal fantastico alla fantascienza (Fasano: Schena 1995); Viaggi e passaggi: Letture di Jules Verne (Chieti: Solfanelli, 1995), I microscopi dell’Altrove: Utopia Fantastico Fantascienza (Bari: B.A. Graphis, 1996 e 2003); Maurice Renard: Gli occhi dello scriba (Bari: B.A. Graphis, 2000); Racconti di fantascienza: Il mondo moderno attraverso la letteratura di immaginazione scientifica (Palermo: Palumbo, 2000); Restif de la Bretonne et “Les Posthumes”: Il diavolo in coppia (Bari: B.A. Graphis, 2001; Se l’Altro non esiste: Fantastico e immaginazione scientifica nel Novecento (Bari: CRAV-B.A. Graphis, 2004). Va aggiunto che la rivista di Antonio Scacco Future Shock ha sempre ospitato con generosità miei scritti relativi a temi e problemi della fantascienza francofona: il lettore potrà dunque far riferimento anche a questo periodico per soddisfare eventuali altre curiosità, consultando in particolare, per il rapporto fantascienza-Accademia, il numero antologico 12 (marzo 1994).