1.

Poco prima dell'alba si vedevano spesso stelle cadenti. Non erano stelle cadenti. Satelliti fatti esplodere nell'atmosfera. Nemmeno bisogno di alzare la testa dai cuscini. La mente iperattiva, il fisico: astenico.

– Buongiorno, Levy. Dormito bene? Appuntamento dalla terapista programmato per stamane, ore undici e dieci A.M. – La voce, mixata a un riverbero di tipo "Great hall" con molto pre delay e poco damping, accese il silenzio della camera da letto. "Ore undici e dieci". Non c'era rischio si dimenticasse, perché non aveva mai niente da fare.

Il TV ultrapiatto di almeno trent'anni prima, poggiato su un tavolino di plastica color acquamarina, le gambe scheletriche arrugginite e pericolanti, cadde in preda ai disturbi LTE. Rinvenne, dopo quel trip caleidoscopico. Al di là dello schermo, la persona pagata per fingere di ascoltare ciò che uno dicesse, si manifestava traversando le interferenze audiovisive come presenza ora vivificante, ora avvilente; il suo messaggio giungere con il carisma del profeta o del politico. Acquistava maggior calore in proporzione alla volontà del paziente di stare al gioco. Lui, sprofondato in una poltrona di tessuto grigio traffico A, fra due cuscini indaco, raccontava senza aspettarsi molto. I minuti del vecchio orologio analogico a pile scorrevano sullo schermo bianco dentro il vano nero. Paesaggi rassicuranti alle pareti, come può essere rassicurante ogni idea di natura incastonata in un vetro e inchiodata a un muro. La stanza dall'odore di chiuso, in penombra anche di giorno, era visitata dalla luce arancio di una lampada con poca volontà. Parlò da solo per un'ora abbondante, e l'unica volta in cui la terapeuta si rivolse a lui fu quando disse: – Bene, il tempo a nostra disposizione è finito.

Si alzò. Osservò velocemente il palmo della sua mano destra, come aveva fatto altre volte. Vi era innestato un congegno dalla forma di insetto nero, traslucido, una formica invadente di un'immagine da film muto surrealista. Passò la mano con il congegno sulla fotocellula di marca cinese e in cambio gli venne detratta la considerevole cifra della prestazione dal suo tutt'altro che considerevole credito sociale per soggetti non idonei.

Ci andò una seconda volta. La terza non ci andò più. Quando finiva di decorare i suoi problemi con le parole e pagato la tariffa, questi lo attendevano a casa.

Nevicava intensamente. Al market la polizia Europea controllava la spesa di tutti. Venne il suo turno. Un agente in armatura da battaglia nero tattico rivoltò tutto il contenuto su un tavolo con modi rudi, come da prassi: cous cous – porzione per single – mirtilli, té industriale, cibo per cani e gatti, chewing gum gusto barbeque e ciliegia. Volle vedere lo scontrino. Glielo consegnò. La voce dell'agente, distorta per il volume eccessivo e la sovrabbondanza di gain, esplose dall'altoparlante collocato dentro il casco rinforzato.

– SEI OGGETTI?

– Sì.

– IL SACCHETTO?

– È mio. Così riciclo.

Il cane attendeva davanti la porta da diversi minuti. Era felice come se Levy fosse stato via per l'intera eternità. Si portò dentro un po' del gelo di fuori. Tolse il giubbotto. Lasciò le scarpe davanti la porta. Andò in cucina. Aprì il frigorifero e iniziò a metterci dentro la spesa. Si attivarono le news in automatico. "Continua ad aumentare il tasso di mortalità per radiazioni. Sotto accusa il governo per via dei recenti abbattimenti di satelliti nell'atmosfera. A lanciare l'accusa il gruppo degli Incognita. Per i noti attivisti della rete, l'abbattimento dei satelliti sarebbe solo una copertura. Sostengono siano state usate armi nucleari di piccole dimensioni nell'atmosfera, allo scopo di irradiare la popolazione, soprattuto le classi sociali più povere, per ridurne il numero a livelli più controllabili. Il governo ha indetto una conferenza stampa straordinaria per replicare alle accuse: – I satelliti erano ormai obsoleti e andavano distrutti, per prevenire l'inquinamento da detriti. Abbiamo cura dell'ambiente. La traiettoria di distruzione dei satelliti è stata calcolata per non arrecare danni alla popolazione. Assicuriamo non sono state usate armi nucleari, e chiediamo di non dare retta a simili voci cospirazioniste. Se ci sono state vittime, e per colpa di un passato che non possiamo e non dobbiamo dimenticare; le cui azioni irresponsabili si ripercuotono sul nostro presente e sul nostro futuro. Le nostre condoglianze vanno alle famiglie dei defunti. – Ma la notizia ha già scatenato il panico in Borsa e resta da vedere quanto questa influirà sull'andamento dei mercati, soprattutto nel settore telecomunicazioni. Cambiamo argomento. Gli esperti sono al lavoro per identificare la causa del brusco e anomalo abbassamento delle temperature. Il ceto medio-alto è sul piede di guerra: – Non paghiamo la bolletta metereologica per avere la neve in questo periodo. – Si annunciano rincari del 7,1 percento.” La gatta entrò in cucina. Aveva tutti i giorni lo stesso comportamento circospetto, osservava sempre dietro gli stessi angoli e dietro le stesse porte, come se ogni nuovo giorno, dimenticasse. Pensò a quanto fosse fortunata, nel non dover essere presente a sé stessa, ogni singolo giorno della sua vita, persino ogni singolo minuto. Prese le due ciotole degli animali da un angolo della cucina. Le sciacquò nel lavandino e preparò il cibo a entrambi. Suonarono il campanello e scattò in allarme. Era la vicina. Una signora avanti con gli anni, seppur giovanile.

– Salve… oh! Ma lei è quel ragazzo che vive sempre solo e non lavora. Cosa fa tutto il giorno?

– Bella domanda.

– Mi chiedevo se avesse visto il mio gatto. È riuscito a fuggire nonostante i reticolati laser alle finestre. Non può non averlo visto. Ha il pelo color grigio blu, che incanta… è un po' sovrappeso. L'ho fatto castrare anni fa.

– No, mi spiace, non l'ho visto.

– Ho fatto rimuovere anche le sue unghie. Mi dice cosa se ne fa, un gatto, delle unghie, in una casa di umani? Nulla. Giusto?

– Senta, credo di avere qualcosa da fare. Perciò…

– Altro intervento fondamentale: la rimozione delle corde vocali. Troppi vocalizzi la notte. Proprio non mi andava che i vicini si lamentassero con me dei rumori…

– Devo proprio andare.

– E per ultimo, ma non meno importante, le onde AXAXYN per rimuovere qualsiasi istinto aggressivo rimasto.

– Buona giornata.

– La prego! Dobbiamo fare qualcosa! Istituire un comitato di quartiere, mettere manifesti da veterinari e gattili, usare la rete e…

– Non se ne parla.

– Come?

– Ha scelto la libertà: non lo prenderete mai vivo.

– Come si permette? Lei non sa nulla di quello che ho fatto per il mio gatto!

– Sparisci, dannata fascista.

Sbattè la vecchia porta arrugginita priva delle ultime tecnologie a controllo genetico in fatto di serrature. Si spostò in camera da letto, a scrivere.

"Nella Campana di stasi c'era tutto il necessario. In quella stanza asettica, imparai le lingue e quant'altro sul mondo giocando ai videogame. Ma il mio soggiorno si protrasse più del necessario. Mia madre riteneva che, a guerra finita, i bacilli dei virus non fossero ancora stati completamente debellati. Avevo il permesso di uscire dalla Campana per soli venti minuti al giorno, e me servivano dieci solo per raggiungere i mie amici. Cosa era possibile fare in venti minuti? Confermavo ai miei compagni le mie paure, la mia debolezza, la mia ferma incapacità di affrontare mia madre. Non so cosa puoi dire al riguardo, se l'essere che ti ha generato sostiene di fare tutto per il tuo bene, anche se per questo bene ti sarebbe stata preclusa tutta la vita successiva.

Una volta volli trasgredire. Con un mio amico mi spinsi ai limiti della zona sicura dal contagio. Eravamo lontani da casa. Sulla linea di demarcazione sorgevano tende e bazaar, dove gli spazzini facevano affari. Pensavamo di poter rubare qualcosa. La giornata era fredda, nebbiosa. Gli spazzini non erano così idioti da farsi fregare da bambini e ci scacciarono in fretta. La notte mi calò addosso, con la sua mancanza di punti di riferimento e mi sconvolse. Mi resi conto dell'errore commesso; non riuscivo a smettere di piangere, mentre il mio amico, abituato a quella vita, rimaneva sicuro. Quasi lo sentivo biasimarmi, anche senza rivolgermi la parola, mentre tornavamo indietro a passo affrettato, quasi di corsa. Nella mia testa risuonavano già le prese in giro del giorno successivo. Mia madre mi corse incontro. In preda al panico, stentavo a riconoscerla, con quel pesante pastrano indosso color terra bruciata, gli stivali in materiale plastico infangati, parzialmente accecato dalla torcia elettrica che brandiva, le sue urla rese ottuse e sorde dalla maschera antigas, così convinta mi fossi spinto nella zona contaminata. Mi dava secche e marziali indicazioni con le braccia, in direzione di casa. Il mio "amico" a quella vista fuggì. Io mi sentivo così in colpa…"

Il cane entrò in stanza, con il guinzaglio in bocca. Si poggiava sulle sue gambe, inarcandosi sulle zampe posteriori.

– No. Non possiamo uscire… no! Piantala! Stai sbavando sul guinzaglio! Lascialo… lascialo… ecco, da bravo… mi stai facendo perdere un sacco di tempo. Vuoi che rimanga bloccato su queste memorie per sempre? Vuoi questo, eh? Vuoi questo? Perché non le scrivi tu? Ecco, guarda, ti do la tastiera, scrivi tu al posto mio. Ma non sei in grado di scrivere, quindi non puoi capire.

Non era la vera ragione. Temeva per ciò che si annidava fuori, invisibile. Temeva per quello che respiravi e ti si spalmava nei polmoni. Non avrebbe voluto perderlo. Ma non poteva nemmeno lasciarlo sempre in casa, così, vedendo il muso triste e sconsolato del cane, sorrise e tutta la rabbia gli passò. – Va bene hai vinto tu: usciamo. Posso sempre scrivere questa roba in un altro momento – non la deve leggere nessuno.

2.

Il silenzio. “Il silenzio non è calmo”, pensò. Il silenzio ha il suono di un sibilo armonico, binaurale, 7,83 hz, interrotto a volte da antichi campanellini, e un basso rumore di sottofondo, quasi come se ci si trovasse sott'acqua. La luce colava da i cerchi concentrici aperti sui soffitti. Procedeva quasi senza strada o meta, con le scarpe da ginnastica sopravvissute, la suola liscia per il troppo uso, bagnata e scivolosa. Riecheggiava per quelle sale come una sorta di interferenza, cupo lamento, voce il cui pitch era stato abbassato di molti semitoni – almeno dodici – una litania ansiosa il cui significato rimaneva inconoscibile. Svoltò a destra e di nuovo quel sibilo – sembrava quasi andare in sintonia con la voce. Arrivò persino a pensare si trattasse di musica… lo era? No. Era silenzio.

Il silenzio. Il silenzio è tensione costante e ricerca di attesa. Ne capì il massimo significato. E questo non poteva essere comunicato a nessuno, altrimenti non sarebbe più stato silenzio.

Una della sacerdotesse aveva aperto il vano del suo volto. Una linea longitudinale lo tagliò in due parti e, ronzando, si sistemarono ai lati delle orecchie, come bizzarre ali. Da una piccola e vetusta scatoletta ornata di arabeschi, o mandala, con la massima cura estrasse un bastoncino sottile, dalla punta bianca, morbida e sfuggente, simile a un pennello e, con esso, iniziò a ripulire da polvere e impurità la complessa serie di sinapsi artificiali, solitamente nascosti dal volto stesso, con la complicità di uno specchio di puro cristallo e la massima naturalezza data dalla necessità. Nell'intimità del ritaglio di muro che era la sua stanza, al riparo di una tenda a portello rosso, arancione sbiadito e rombi bianchi, parzialmente aperta così da poter sbirciare, se Levy avesse potuto rivolgersi a quella sacerdotessa, era pronto a scommettere che avrebbe risposto: "Fa ciò che deve essere fatto."

"Ma quel luogo non era nulla. Nient'altro che una casa di bambole di una bimba capricciosa, dimenticatasi da tempo di quei giocattoli. Fra quelle sacerdotesse, perfettamente nate dal vuoto e sprofondate nel vuoto, ce n'era una a cui consegnai le chiavi della mia perfetta incapacità."

– Ok, senti – posso sedermi? – non so nemmeno perché sono qui. Credo di aver bisogno di aiuto. Ho tentato con la psicoterapia ma – sorrise, imbarazzato – ci sono così tante cose che devo dire e non so come… non so se è stata una buona idea. – Fino a quel momento la sacerdotessa aveva tenuto gli occhi chiusi. Nulla aveva scomodato la perfetta postura seduta sulle piante dei piedi, il rigore meditativo dato dagli incensi all'aroma di ambra, né l'ordine minimalista e senza sbavature del piccolo tavolino e del set da tè. Quando aprì gli occhi, disse:

– Ci sono tre persone, qui. Chi sta pensando, chi è pensato, e chi pensa gli altri due. Chi sta pensando ora?

– Cosa?

– Tu hai unto la tua corda da te e ora la vorresti scalare.

– Aspetta, credo di capire cosa stai facendo. Questi sono kōan, giusto? O qualcosa di simile…

– Per anni ho atteso andasse in pezzi il cielo. Poi sono caduto e mi sono infranto.

– Ascolta, voglio solo sapere…

– Ricominciavo a parlare e tutti erano sordi. Allora tacqui, e tutti chiesero perché non parlassi.

– Cazzo, così non mi stai aiutando. Dimmi qualcosa di comprensibile, qualsiasi cosa. Non questa roba retrò.

– La risposta è dietro di te. Girati, e la troverai alle tue spalle.

– Va bene, sai che ti dico? Vaffanculo. – Ribaltò il tavolino afferrandolo da sotto, che saltò per aria, con le sue tazzine raffinate, i suoi incensi, e tutto il resto. La sacerdotessa si stupì per un attimo di durata impercettibile, prima di tornare impassibile. – Fottiti. Tu, le tue stronzate mistiche, i tuoi indovinelli, la tua merda filosofica. Vuoi che ti dica come la penso in realtà? Io te lo dico. – Scattò in piedi, digrignando i denti – Ciò che chiamiamo "Vita" è una menzogna. È possibile accettarla solo a patto di non vedere. Agli assalti della spinta a reagire si inventano metodi di giustificazione sempre più complicati che fanno il gioco dell'oppressore. Alle cose evidenti, in fondo semplici, si reagisce con il "dipende", alla certezza del falso, il caldo e confortevole vago, all'usuraio della vita resa merce, il salvifico ottimismo. Ma quanto deve faticare, questo ottimismo, quante strade secondarie deve percorrere, quanti luoghi bui della mente deve abitare, quante volte deve mettere le mani sugli occhi, quanta vergogna deve provare, quanto senso di colpa, da cui non può liberarsi, perché la paura, il terrore, l'angoscia, sono troppo: pesano troppo. E la vita non può evitare di continuare a ogni costo. E quanto deve mentire questa puttana, che si vende come un prodotto scadente, con la confezione accattivante e il reggiseno imbottito. Pubblicità ingannevole, niente consorzi o sindacati, non ci si può rivalere del danno subito. Quanto deve ingannare, per proseguire un altro giorno. Quanto è patetica. Quanto si affida a papponi che subito cambierebbero idea, se smettesse di rendere. Ma te lo dico in termini ancora più chiari, così forse riuscirò a chiudere la vostra cazzo di bocca una volta per tutte. IO VI ODIO TUTTI! – urlò, con tutte la forze. Rido di voi che mediate alla tranquillità, rido del buddhista che si rassegna, rido dei cristiani e di ogni persona che si convince di veder scaturire il bene dal male. Ho tentato di seguirvi, ma non siete altro che falsità. Incapaci di guardare in faccia le cose, e mentendo, accettate come dato certo una realtà sempre nominata e mai compresa, sempre manipolata. Io non lo accetto, e se questo si rivela inutile, preferisco il vicolo cieco delle mie convinzioni. L'onestà di una pila di macerie: non chiedo altro. Ma il mio grido, le mie urla, la mai domanda, il mio perché, non si fermeranno mai, finché possiederò ancora questa vita di merda da cui ho avuto solo delusioni, rimpianti, tentativi falliti, solitudine, disperazione a non finire. Stupidi giocattoli tecnologici ci vengono costantemente ficcarti in gola e noi dovremmo persino pagare e ringraziare. Filosofi prezzolati inventano sistemi per giustificare tutto, persuadendo la gente a credere nelle stronzate senza senso che dicono. Ma il gioco finisce, arriva la morte, e si comprende solo allora ciò che si è stati. Strumenti di un principio generatore umano, naturale, ultaterreno. Schiavi di carne e sangue, e quando sarà i vermi banchetteranno con le nostre carni, anch'essi nati dalla nostra marcescente decomposizione. E anch'essi prodotti della vita, destinati alla fine e ad ammorbare l'aria. Che la nostra fine arrivi prima o dopo, che si possa ritardare con la scienza, i farmaci, gli interventi, che si venga sepolti in una bara lussuosa o a metà prezzo, o inceneriti, che cazzo vuoi che importi. È caratteristica umana, fuggire quel momento con rituali, scongiuri, preghiere, sarcasmo, ironia. Anzi, ne ricavano gratificazione, e urlano la loro vittoria al cielo, sotto il vessillo della vita, sicuri di aver vinto. Vorremmo un orgasmo che non finisse mai. Ci convinciamo dell'immortalità contro ogni evidenza. Per scongiurare la paura ci si accontenta di ricordare, di guardare una foto, ritenendo l'oggetto del nostro ricordo ancora vivo, da qualche parte. Oppure lo si ritiene reincarnato, in altri mondi, altre dimensioni… la mai rabbia aumenta ogni giorno. Esseri non in grado di concepire la morte, e nella loro pulsione infinita di dominio, ancora convinti di poter trovare un giorno l'elisir dell'immortalità. Non immagino nulla di peggiore. Ringrazio solo di non poter essere presente a quel giorno.

Fece una pausa, per riprendere fiato. Una marionetta senza fili, si inginocchiò. Le braccia cadenti, la testa bassa, leggermente verso destra. La voce rotta dalla stanchezza gli permetteva a malapena di continuare.

– Io sono esausto. Lo capisci? Esausto. Non ho più nemmeno la forza di urlare. A volte mi riduco all'odio; mi riesce più facile. Ma sono al limite, non conosco le cose da evidenziare, o gli errori da non commettere. Non c'è soluzione, né salvezza, né scappatoia. Tutto fa, semplicemente, male. Pensare fa male. Scrivere, fa male. Persino battere le palpebre. In questo preciso istante, di questa precisa ora, non vedo apparente benessere, o utilità, nel vivere. Voglio solo evitare il più possibile altro dolore e illusione su di me. Non dover provare quanto io sia affaticato, e abbagliato dalla luce di un neon. Pensare a questo, e non al senso di perdita, o di fallimento, e tutto andrà al suo posto. Mi dispiace per quello che ho detto. Mi dispiace per il tavolino e i piattini e gli incensi e…; mi dispiace per tutto. Forse non lo pensavo davvero, forse l'ho solo scritto – nella mia testa. Perché sono venuto a turbare la pace di questo luogo? Meglio che me ne vada.

Quando uscì, la sacerdotessa disse fra sé, con voce sommessa: – Io non posso immaginare preghiera più alta di questa. Più ardente… – e con gesti compassati e ritualizzati, iniziò a riordinare.

Si sentì bruciare i polmoni. Espettorò una nuvola ematica, vaporizzarsi nel freddo della galleria incrostata di graffiti. Con le gambe di gelatina, si appoggiò a uno dei muri di spalle, una mano sulla bocca. Gli ci volle un po' prima che la testa smettesse di girare, rimbombando nella galleria sotto la ferrovia. Estrasse dalla tasca un fazzoletto di carta, precedentemente usato. Tolse parte del vermiglio dalla mano e dalla bocca, finché non rimasero solo ombre salmone, la velatura fra il palmo e il sangue.

Il parco aveva la vista a perdita d'occhio su grattacieli le cui luci di segnalazione, di un debole giallo cadmio, serpeggianti attraverso le strutture grigio perla dalle linee organiche, affusolate e concave, seguivano ordini di accensione e spegnimento propri, frutto di una logica sfumata. Il pomeriggio, sfocato da una leggera nebbia, umidità vaporizzata del tipo che lascia i capelli umidi e causa leggeri starnuti. Si asciugò il naso con il dorso della mano, aspirando. Lontano, un costante rumore browniano. Era diminuita l'intensità delle precipitazioni; ora i fiocchi erano radi, e così lenti da sembrare fermi. Sedeva su una panchina senza schienale in acciaio. Emetteva vapori dalla bocca. La neve cadeva giù dai rami, scandendo il tempo. Con la schiena bassa, i gomiti sulle gambe e la testa a guardarsi le scarpe, scurite dalla punta bagnata, pensava cosa fare. Volle fare un ultimo tentativo.

3.

Bussò alla porta della vicina. Dall'altra parte, la voce ovattata e irritata urlava: – VADA VIA!

– La prego, è importante. – La donna aprì la porta in una piccola fessura.

– Vada via o chiamo la polizia, maleducato.

– Vorrei si prendesse cura del mio cane e della gatta.

– Perché dovrei? Sono una “fascista”, ricorda? E poi lei è disoccupato. Cosa ha da fare? E un'altra cosa: abbassi lo stramaledetto volume della sua musica techno.

Psybient.

– Come?

– Psybient. Non techno. C'è una bella differenza.

– Bè, non mi interessa. Vada via, ho detto. Ultimo avviso.

Quando vide Levy tossire e sputare sangue comprese tutto. Gli permise di entrare.

La vicina aveva arredato in stile Liberty. Le dolci tendine ombreggiavano i mobili di una luce soffusa rosa antico al tardo tramonto. Le sedie dalla nostalgia di tempi andati, compagnie altolocate e gite al lago alla Virginia Woolf, facevano un gaio girotondo intorno a un tavolo circolare di un caldo mogano dall'aspetto autoritario e robusto; quel genere di mobilia che ride in faccia alle ere che passano come se esse impallidissero al loro cospetto, come se fossero parenti delle Piramidi stesse. Alle pareti, studi classici di donne. I tappeti mostravano intricate greche blu. Dalle finestre, la luce solare, amplificata dalla neve, era abbacinante. Non vi poteva essere contrasto più grande, più intenso fra quell'interno e Levy stesso, con indosso una camicia color antracite, stropiccata e consunta, i jeans logori e infangati in fondo, l'aspetto emaciato, scabro, fradicio. Era come se qualcuno avesse preso uno straccio inzuppato in strada e l'avesse gettato in quelle bomboniera, per intossicarne i confetti al sapore di mandorle e zucchero.

– Insegnavo filosofia, prima di chiedere il prepensionamento. Dopo gli impianti cognitivi non ha più avuto senso insegnare. Ora gli studenti potevano potenzialmente decantare ogni filosofo. Ma c'era qualcosa in loro che mi faceva gelare il sangue – sorrise, abbassando leggermente la testa – lei ora penserà che sono proprio una vecchia rimbambita, a credere ancora a queste cose metafisiche, ma era… – Levy l'anticipò:

– … l'anima?

– L'anima. – acconsentì, sorseggiando il caffé. – Con alcuni colleghi abbiamo cercato di far comprendere la differenza sostanziale tra il ripetere nozioni a memoria di qualcosa che hai stampato nel cervello indelebilmente e il comprenderne il perché; oltre al valore del conoscere la causa della propria ignoranza: fu inutile. Epistemologia evoluzionista. In altre parole, la nostra ragione etica era incapace di impensierire la ragione neo-pragmatica. Ma d'altronde, l'insegnamento scolastico per secoli si è basato su uno sterile nozionismo, e tu non puoi vedere come stanno le cose finché ci sei dentro. Il passo successivo fu decidere che anche gli insegnanti dovessero avere impianti, ancora più avanzati di quelli degli studenti, in maniera da poter ristabilire di nuovo il veto su cosa fosse giusto e cosa no, come avevamo sempre fatto… riesce a immaginare qualcosa di più ridicolo? Alcuni di noi rifiutarono. Fummo tacciati di conservatorismo e “persuasi” ad andarcene.

– Mi dispiace. – buttò giù un poco di caffé caldo. A fatica. L'insegnante rispose, divertita:

– Non vedo di cosa. Gli antichi hanno sempre evidenziato l'importanza del morire per le proprie convinzioni – quello è stato il mio suicidio. Ora lei starà pensando a quanto sono ipocrita. Tutto il discorso sulla tecnica e poi ho fatto quello che ho fatto al mio gatto. Mi sono resa conto solo dopo averlo perso di quanto lo stessi soffocando. E credendo di respirare, soffocavo me stessa nella mia vanità e presunzione, prima del mio incontro con lei. La natura del dolore è quella secondo cui un uomo saprà dirti di aver imparato qualcosa. Non è così per tutti: semplicemente, alcuni non imparano. Se potessi tornare indietro, non so se non rifarei le stesse cose.

– Non sono così in gamba…

– Lasci perdere la modestia, ragazzo! Altrimenti le rivolteranno in faccia la sua morale e guarderanno a lei come a una frode. Ci importa moltissimo degli altri, specie quando possiamo danneggiarli. O se preferisce: ad aspirazione personale si contrapporrà l'aspirazione di altri pronti a impedirlo, per il gusto di poterlo impedire. Lo fanno in nome di qualcuno che ha dato loro la massima libertà di scelta… che questo qualcuno si trovi sulla terra, o in cielo, è ininfluente. Ora lei starà pensando che sono troppo pessimista, cosa affatto vera. Tant'è vero che ho deciso di prendermi cura dei suoi animali – devo pur pensare alla mia solitudine futura.

– Sono due animali tranquilli. La gatta non ha il vizio di graffiare i mobili; forse deve guardarsi dal suo saltare sulle porte. Il cane avrebbe bisogno di una toeletta prima di abitare qui dentro.

– Bene. Ora, perché non va in ospedale? Mio caro, lei è giovane e forse è ancora in tempo. Sempre che le interessi ancora vivere.

– Continuo a chiedermelo ogni giorno.