
Star Trek: uno specchio dell'America
Serie tv e realtà socio-culturale americana: Deep Space Nine e Voyager
di Angelica Tintori
Un'analisi di Star Trek e in particolare di Deep Space Nine e Voyager (con un'appendice su Enterprise) in un confronto diretto con la storia degli Stati Uniti degli ultimi anni
Dopo che, con Star Trek The Next Generation, aveva ripreso e ampliato la filosofia illuminista e positivista introdotta con la serie Classica, Gene Roddenberry ormai malato deve lasciare le redini di Star Trek ai suoi eredi. Le nuove serie, Deep Space Nine e Voyager, sentono il dovere di mettere alla prova l'universo ideale creato nelle serie precedenti con le brutture della guerra, con i problemi della spiritualità e della religione, con le incertezze del confronto con problemi etici e politici per i quali non esiste una soluzione semplice. Proprio come accade agli Stati Uniti che in quegli anni, rimasti privi di un nemico da fronteggiare, non possono fare a meno di affrontare i propri problemi interni e le proprie insicurezze.
In questo saggio, che costituisce una pietra miliare per la critica televisiva, Angelica Tintori traccia un'analisi di Star Trek e in particolare di Deep Space Nine e Voyager (con un'appendice su Enterprise) in un confronto diretto con la storia degli Stati Uniti degli ultimi anni, offrendo una chiave di lettura per capire qualcosa di più di alcune serie televisive e del mondo attorno a noi.
Con una prefazione di Franco La Polla e una postfazione di Alfredo Castelli.
Star Trek: uno specchio dell'America, Delos Atomi n. 3, Delos Books, Pagine 318, Euro 13,99. In vendita solo su Delos Store
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Gene Roddenberry, nato nel 1921, rappresenta una sorta di figura di mediazione: troppo vecchio per essere un ribelle giovanile e, quindi, poco incline agli eccessi del tipo sesso, droga e rock'n'roll, non è però neanche schierato dalla parte opposta, rivelandosi, invece, interprete particolarmente sensibile ed equilibrato del clima di quel periodo.
Già nei titoli di testa della serie classica, la voce fuori campo del capitano Kirk parla di "ultima frontiera" come ambito dei viaggi che l'astronave da lui comandata, l'Enterprise, compierà nel corso della sua missione quinquennale. Il tema della frontiera è fortemente radicato nella tradizione della cultura americana. Fra i secoli XVII e XIX, il termine indica un confine fisico, il selvaggio west ossia i territori a ovest della costa atlantica. La loro perifericità, la durezza delle condizioni di vita e — soprattutto — la mancanza di limiti alla libertà personale dei coloni esaltano l'individualismo dei pionieri, lanciati inarrestabilmente alla conquista di queste regioni, strappate con violenza spesso inaudita agli occupanti storici, gli indiani d'America. In sostanza, quasi tutto il copioso filone del western classico a stelle e strisce racconta questa epopea. Così nascono quegli eroi tutti di un pezzo, circondati da un alone mitologico e protagonisti di avventure esemplari, dei quali John Wayne rappresenta l'incarnazione più duratura. Nel corso della propria campagna elettorale e del successivo mandato presidenziale, Kennedy rinnova la connotazione del termine: nuova frontiera significa recuperare l'originale spirito democratico americano, tipico della conquista del west, per proiettarlo in un ampio programma di acquisizione di diritti civili e di giustizia sociale. Si sta già realizzando il passaggio da un'epica "della conquista", tipica della frontiera tradizionale, a un'epica "della conoscenza" che Roddenberry fa propria. La sua ultima frontiera, infatti, è sì un margine fisico — lo spazio siderale — ma è anche, e in particolar modo, l'ambito sconfinato in cui l'animo umano si dibatte alla ricerca di una maggiore consapevolezza di sé e di quanto lo circonda. Accanto a una dimensione avventurosa, che racconta l'esplorazione dello spazio, si affaccia, dunque, un'altra dimensione del tutto nuova per il genere: conoscitiva ed etica.
Questa è ben rappresentata dalla Prima Direttiva, che guida le azioni dei membri della Flotta Stellare: essa impedisce al personale e alle astronavi d'interferire nelle normali dinamiche delle civiltà con le quali vengono a contatto, al punto che sia gli effettivi sia la nave sono sacrificabili, pur di prevenire la violazione di tale regola. In verità, la Prima Direttiva subisce un certo numero di prevaricazioni nel corso della lunga vicenda di Star Trek, ma quello che conta è il monito nei confronti di una linea portante della politica estera americana sin dalla fine della seconda guerra mondiale: l'essersi autoeletti a guardiani del mondo. Questo ruolo, purtroppo, si è rivelato spesso necessario, ma viene gestito per proteggere gli interessi economici e politici statunitensi nel disinteresse per le civiltà altrui. Atteggiamento poco etico e per niente dedito alla conoscenza.
Roddenberry, dunque, propone le vicende di un'astronave e del suo equipaggio, impegnati in un viaggio pionieristico di esplorazione verso l'ignoto, nell'intento di scoprirne i segreti — e di conoscere meglio se stessi — ma non allo scopo di conquistarlo e affermare irrevocabilmente e senza sfumature la propria identità superiore: in questo sta la profonda differenza tra Star Trek e il western classico, da cui pure la serie eredita lo schema della carovana — l'Enterprise — lanciata in spazi sconfinati e sconosciuti — nello specifico, verso le stelle . Se c'è qualcosa che l'equipaggio di Kirk vuole è comprendere e lasciarsi comprendere dagli altri. A tale proposito, non si può fare a meno di notare il mutamento dell'immagine dell'altro, quale seconda e fondamentale innovazione introdotta dalla creatura di Roddenberry. Nella stragrande maggioranza dei casi, l'alieno è antropomorfo e questo dipende dalla necessità di semplificare e risparmiare: all'epoca gli effetti speciali non godevano dell'apporto della grafica computerizzata ed erano, pertanto, ancora prettamente meccanici, quindi lunghi da realizzare e costosi, per cui un attore con trucco e costumi adatti fungeva più facilmente allo scopo.
Nella serie classica è stata fatta di necessità virtù e la similitudine di forme fisiche con l'alieno simboleggia anche una pari dignità intellettuale e culturale. Dunque, diversamente dal western e da numerosi film di fantascienza degli anni cinquanta, l'altro non è più un nemico, insignito di caratteristiche sostanzialmente negative, da combattere per forza; piuttosto, è proprio la sua diversità a renderlo interessante, perché fonte di conoscenza. Ed è attraverso la conoscenza reciproca che si sviluppa una pace duratura. In questo frangente, emerge la dimensione propriamente etica della Prima Direttiva: il rispetto a oltranza per ciò che è diverso dai protagonisti deve essere mantenuto anche a costo del proprio sacrificio.
E' vero, però, che pur partendo da basi paritetiche, dal confronto con l'altro, Kirk e compagni non di rado appaiono vincenti. C'è un'affermazione, neanche tanto velata, che la civiltà e il sistema di vita espressi attraverso l'equipaggio dell'Enterprise — quale microcosmo rappresentativo della Federazione dei Pianeti Uniti — sia il migliore possibile. Se poi ci affidiamo alla facile equazione che vi sia una certa corrispondenza tra la federazione interplanetaria — prodotto di fantasia — e quella ben più concreta e palpabile incarnata dalla bandiera a stelle e strisce, il gioco appare scoperto. I protagonisti di Star Trek si confrontano con ciò che è diverso da loro nel modo più rispettoso possibile, ma — in definitiva — i valori di cui sono portatori si rivelano sempre migliori. Tuttavia, non è il caso di tacciare la serie di razzismo; anzi, l'idea che il modello incarnato da Kirk e compagni rappresenti il migliore fra quelli possibili può essere percepito come un'autocritica nei rapporti della storia dell'umanità. Al di là della ovvia considerazione che per fare proseguire la serie, è necessario far sopravvivere i suoi eroi e, con essi, una certa linea di comportamento, occorre precisare come nella serie classica, il confronto con l'alieno assume i caratteri di un paragone fra il presente vissuto dai personaggi e, appunto, il passato dell'umanità. L'alieno, infatti, di frequente è intriso di tale passato. L'umanesimo di Roddenberry lo conduce a infarcire la serie di accattivanti riferimenti alla storia dell'uomo, fornendo, in questo modo, al pubblico strutture culturali di riferimento ben note e, dunque, facilmente riconoscibili. E spesso lo fa con malcelata nostalgia per qualcosa che è stato e non sarà mai più. E' questo il tema edenico cruciale nella serie: la nostalgia è per un paradiso perduto che si vorrebbe utopisticamente ricomporre. E' atteggiamento comune, perlomeno nella civiltà occidentale, guardarsi alle spalle con rimpianto, tendendo a vedere sempre qualcosa di meglio nel proprio passato — per esempio, la giovinezza — rispetto al proprio presente e rispetto a un certo timore che di frequente aleggia, quando si considera il proprio futuro. D'altro canto, dalla storia umana, Roddenberry trae anche ispirazione per caratterizzare l'altro, le diverse civiltà aliene, le quali — di volta in volta — tendono ad assumere le caratteristiche di questo o quel periodo della nostra vicenda plurimillenaria. Ognuno di tali momenti può essere apprezzato per i suoi pregi e criticato per i suoi difetti. Lo schema della serie classica tende a partire da una curiosità e un iniziale favore per concludersi con una critica, allo scopo di esaltare, seppure con moderazione, il mondo di Kirk e compagni come il migliore dei mondi possibili, in una prospettiva — per molti versi — evoluzionistica.
In Star Trek assistiamo a una mediazione assai matura tra una fiducia, di stampo positivistico, nello sviluppo scientifico e tecnologico, da un lato, e un umanesimo dai forti connotati razionalistici, di tipo illuministico, dall'altro. Punto cardine della filosofia di Roddenberry è la convinzione del valore assoluto della ragione: essa è portatrice di conoscenza e, quindi, di pace. Un uomo colto e razionale è quanto di meglio si possa desiderare per un uso appropriato della scienza e della tecnologia, le quali, se lasciate a uno sviluppo indiscriminato — e qui sta la lungimiranza di porlo in evidenza alla fine degli anni sessanta — non possono fare altro che danni. Una simile visione, di serena ed equilibrata comunione fra uomo e sviluppo scientifico e tecnologico, costituisce l'aspetto più affascinate della serie e diventa componente del suo successo, in quanto motivo di speranza per il futuro.
Un pregiudizio che, tuttavia, la serie classica non riesce a superare più di tanto è quello rappresentato dall'etnocentrismo. La questione è ben esemplificata dalla composizione dell'equipaggio.
Bisogna dare atto a Roddenberry che — in tempo di guerra fredda e poco più di vent'anni dopo l'aggressione giapponese di Pearl Harbour — inserire un russo (Checov), un giapponese (Sulu) e — in epoca di aspre battaglie per i diritti civili — una donna, per di più di colore (Uhura), all'interno dell'equipaggio dell'Enterprise non è cosa da poco: significa affermare che gli esseri umani sono di uguale potenzialità e, dunque, prendere nettamente posizione a favore di un ideale di convivenza pacifica. D'altronde, va anche precisato che le contrapposizioni cui è affidato lo sviluppo drammatico della serie non si verificano quasi mai fra esseri umani, bensì fra esseri umani e alieni.
Dunque, la presenza di un solo alieno, per di più in parte terrestre — il riferimento è a Spock, di padre vulcaniano e madre umana — all'interno dell'equipaggio di Kirk certifica una qualche difficoltà ad andare oltre, a spingersi sino in fondo nel comprendere l'ignoto e imparare a convivere con esso o, meglio, con il dubbio — più o meno inconsapevole — che tutta la razionalità, la scienza, la tecnologia e la saggezza di cui possiamo essere capaci non bastano a conoscerlo.
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