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Solaris: intervista con Steven Soderbergh

Steven Soderbergh non è un grande amante della fantascienza non solo cinematografica e nemmeno un suo cultore. Eppure ha firmato il remake di questo grande classico del genere.

Solaris è una pellicola un po'anomala nella sua filmografia: un film di fantascienza, pochi attori, un ritmo contenuto...

Capisco bene che è molto diverso da tutto quello che ho realizzato prima. Mentre lo stavo girando mi accorgevo di quanto fosse differente dalle mie altre cose. Ecco perché credo di essere stato ansioso di realizzarlo. Non c'era nessun passaggio conosciuto, nessuna guida. Per me ogni scena rappresentava un territorio inesplorato.

Come spettatori spesso non siamo particolarmente desiderosi di pagare un biglietto per una corsa su delle "montagne russe cerebrali". Più spesso, invece, siamo desiderosi di qualcosa come Solaris che non ha il ritmo della maggior parte dei film americani. Del resto non credo che nemmeno dovrebbe averlo, perché è un film tranquillo e — in un certo senso — metodico.

Cosa rappresenta per lei Solaris?

Una metafora che non riesci a comprendere completamente. Potrebbe essere una metafora per Dio, per la morte, per l'amore. E' uno specchio in cui guardarsi. L'intero film si occupa di capire se è arrivato davvero il momento di arrenderti a te stesso. Questo ha anche un senso dal punto di vista della fotografia: visivamente Full Frontal era di proposito antiestetico Con Solaris, invece, ho voluto raggiungere un'estetica ben precisa.

In che rapporto sta il suo film con quello di Tarkosky?

La più grande differenza tra il mio film e quello di Tarkovsky è che noi ci occupiamo di quello che è accaduto tra Kelvin e sua moglie sulla Terra. Mi interessava fargli esplorare l'idea che una relazione non è necessariamente predestinata a fallire, solo perché questo è già accaduto in passato.

Non crede che il film abbia una valenza eccessivamente religiosa?

Penso che abbia a che fare con l'idea di un'intelligenza superiore (qualsiasi cosa lei intenda con questo termine) e — soprattutto — l'esplorazione di quello che accade quanto muori.

E questo lo distanzia dal suo cinema precedente?

No, tutt'altro. Contiene, invece, proprio quello cui sono sempre stato interessato nel mio cinema: memoria, amore, colpa, perdita. Temi che ti interessano sia se tu hai una formazione religiosa, sia se non sei religioso.

Cosa le piace della fantascienza?

La possibilità di mascherare concetti in maniera molto semplice. E' una specie di porta sul retro in grado di farti arrivare velocemente alle tematiche che intendi discutere ed esplorare.

Come spiega la scelta di Clooney?

Il nostro sforzo reciproco è quello di spingerci oltre i nostri limiti. Siamo accomunati dallo stesso senso etico e dallo stesso gusto per il cinema. Questo ci rende molto semplice lavorare insieme, perché siamo quasi sempre d'accordo. Anche quando non siamo d'accordo, sappiamo confrontarci con le ragioni delle idee del prossimo.

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Autore: Marco Spagnoli - Delos Science Fiction 78 - Data: 20 marzo 2003

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