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lino aldani: commenti e testimonianze

Ho chiesto a tredici noti personaggi della SF italiana di intervenire con qualche parola a proposito di Aldani. Volevo sentire la voce di chi è stato ed è legato a lui da amicizia o rapporti professionali, e di chi l'ha conosciuto solo come autore. La richiesta è stata accolta con molto favore e soprattutto responsabilità. Sono molto grato agli intervenuti. Sono presenti, nell'ordine, interventi di: Vittorio Curtoni , Vittorio Catani, Domenico Gallo, Antonio Caronia, Eugenio Ragone, Renato Pestriniero, Ugo Malaguti, Ernesto Vegetti, Franco Ricciardiello, Enrico Rulli, Marco Calvo, Gian Filippo Pizzo, Mirko Tavosanis.
vittorio curtoni
Traduttore, già direttore di Galassia, Robot, Aliens, autore del saggio Le frontiere dell'ignoto (Nord) sulla fantascienza italiana.
Ho sempre pensato che una delle cose più difficili, per chi lavora come scrittore all'interno di un genere letterario, sia riuscire a non cadere nei cliché, nell'ovvio, tanto nei contenuti che nelle scelte stilistiche. La fantascienza abbonda di autori che si sono costruiti una carriera di successo proprio perché si sono standardizzati e banalizzati fino ai limiti estremi, producendo pastoni predigeriti che evidentemente devono risultare gradevoli al palato di molti.
Lino Aldani è un fulgido esempio dell'esatto contrario: uno stile nitido, lucido, controllatissimo, ad alto potere d'evocazione; un grande amore per il gioco dell'estrapolazione intelligente, cioè una delle componenti essenziali della science fiction; e la rara capacità di ancorare le sue "parabole per domani", per riprendere il titolo di una sua antologia, nel qui e ora, nel presente.
Si è discusso per anni, talora accapigliandosi, sull'interrogativo se possa esistere una via italiana alla fantascienza. Be', basterebbe leggere alcune cose di Lino per rendersi conto di quanto sia superflua la domanda. Penso a racconti memorabili come Buonanotte Sofia (una straordinaria anticipazione della realtà virtuale), Trentasette centigradi, Harem nella valigia, Visita al padre; penso al suo romanzo capolavoro, Quando le radici. Fantascienza con tutti i carati che Dio comanda, e totalmente italiana; ma capace di parlare un linguaggio universale, come testimonia il numero di traduzioni che le sue opere hanno avuto.
Perché Aldani è uno scrittore vero, completo, che ha scelto di esprimersi adottando i moduli di un genere; ma li ha saputi usare senza diventarne schiavo, sempre sottomettendoli alla logica del suo disegno narrativo. Per me è il più grosso complimento che gli si possa fare, e devo solo aggiungere che gli viene porto in tutta sincerità da qualcuno che è sempre stato un suo ammiratore e (spero) un suo amico.
vittorio catani
Scrittore, critico, vincitore alcuni anni fa del Premio Urania.
Per quanto mi riguarda, di Aldani non posso riferire che bene. So che se ne parla come di persona talora dal carattere un po' difficile (com'è d'altronde per tutti i caratteri forti), ma evidentemente i nostri rapporti - che datano dagli anni '70 e sono stati quasi esclusivamente epistolari e telefonici - non hanno mai incontrato occasioni di contrasto.
Per me Lino è stato un maestro da seguire. Fin da quando lessi i suoi primi racconti fui colpito dalla forza della sua prosa limpida, precisa, accattivante, consapevole, diversa; dal suo modo di congegnare le storie, di usare le idee (talora luoghi comuni della fs americana) in modo nuovo; in modo, oserei dire - già sento le invettive di alcuni - italiano. Cioè calato in un contesto umanistico, erede di millenni di cultura del vecchio continente. Aldani mi ha aiutato con consigli per migliorare la scrittura; e quando ha potuto, ha pubblicato all'estero miei racconti in antologie collettive francesi e tedesche rimaste memorabili. So anche che, bontà sua, votò per me quando si ritrovò nella giuria del Premio Urania. Ma lui ha sempre dato una mano a chiunque, quando riteneva di doverlo fare. Allorché mi ritrovai a curare rubriche estive di racconti fantastici per la Gazzetta del Mezzogiorno, mi diede carta bianca per ridurre o aggiornare alcuni suoi lavori (non tutti gli autori sono disponibili a cose del genere...). Ora mi duole solo una cosa: che in Italia le sue opere non siano riuscite a valicare i confini del 'ghetto', come lui sperava. Egli l'avrebbe meritato, più d'ogni altro. Mi viene anche riferito che avrebbe smesso definitivamente di scrivere. Spero che non sia vero. Lino, sei sempre la nostra bandiera!
domenico gallo
Scrittore, critico, già direttore della fanzine Intecom.
Conobbi Aldani molti anni fa, mi invitò a pranzo a casa sua, e ricordo che quasi non sapevo che domande fargli, tante erano le cose che avrei voluto chiedergli. Era il primo scrittore che conoscevo personalmente e ne rimasi impressionato, soprattutto perché mi aspettavo di ascoltare dalle sue parole, vedere dai suoi gesti, un compendio narrativo alle sue opere, come se fosse prigioniero di quello che aveva scritto, come se io stesso fossi entrato nella letteratura. Capii che Aldani era un mito, almeno per me e per gli appassionati italiani di SF che, in quegli anni tremendi, si sentivano di sinistra. Tutti in lui ci aspettavano qualcosa di certo, di eclatante, specialmente dopo Quando le radici. Ripensando ora a quel romanzo, che lessi più volte, mi rendo conto di quanto fosse sofferto, ambiguo, e come incarnasse la crisi politica e culturale che l'Italia viveva in quegli anni senza capire.
antonio caronia
Studioso, collabora con importanti testate giornalistiche e case editrici.
Conobbi Lino Aldani nel 1980, in occasione della convention europea di Stresa.
L'occasione era la posizione polemica che il collettivo Un'ambigua utopia, di cui allora facevo parte, aveva preso contro i premi letterari e in genere contro il clima e i meccanismi delle attività del fandom. Aldani aveva preso una posizione analoga, così decidemmo di andare a trovarlo, due o tre di noi.
Per me il suo era un nome importante: a metà degli anni Sessanta, fra le mie prime letture importanti di fantascienza c'erano stati i pochi e preziosi numeri della rivista Futuro, e allora ero andato a cercare il suo libretto La fantascienza edito dalla Tribuna, che aveva contribuito a orientare le mie scelte. Il ricordo che ho del mio incontro con lui (che venne documentato in una foto del n. 7 di Un'ambigua utopia) è quello di una persona squisita, gentile, intelligente, di buone letture e di nobili progetti, amareggiata dal clima semimafioso e volgare del mondo "professionale" della fantascienza. Non ho più riletto da allora Quando le radici, il suo romanzo del '76, e la scheda che ne facemmo (non io) per il nostro libro Nei labirinti della fantascienza sopravvalutava forse la dimensione "sociale" del libro. Credo che, al di là del valore letterario delle sue opere, Aldani resti comunque una delle voci più vive del panorama della fantascienza italiana degli anni Sessanta e Settanta: il che non vuol dire molto, forse, ma questo è un problema della fantascienza italiana, non suo.
eugenio ragone
Scrittore, critico, regista di drammi radiofonici, da anni toastmaster dei convegni nazionali di fantascienza.
Certo Aldani ha al suo attivo molte cose di cui può dirsi soddisfatto: come autore, come saggista, come curatore. Ma se dovessi riassumere in una frase i suoi meriti, direi senza esitare: "Ha fatto atterrare i dischi volanti a Lucca". Fin dagli anni cinquanta. E non è stata impresa da nulla dimostrare, già allora, che una storia di fantascienza letterariamente significativa poteva essere ambianteta in Italia e parlare delle nostre tradizioni.
Aldani ce l'ha fatta; ed è come se fosse riuscito per quegli autori - Sandro Sandrelli, Maurizio Viano, Giovanna Cecchini, Massimo Lo Jacono, Toti Celona... - che, partiti con lui verso la vetta, si dovettero fermare prima di poterla raggiungere. Grazie Lino
renato pestriniero
Scrittore.
Dire che Lino Aldani è un punto di riferimento della SF italiana, oltre che banale potrebbe sembrare, se detto da me, una sviolinata tra rimasugli della vecchia guardia. D'altra parte, che potrei dire di un uomo le cui idee sulla SF, e quella italiana in particolare, collimano perfettamente con le mie? Prova ne è quanto ho citato di lui nel recente saggio antologico "Cronache dell'arcipelago" (Il Cardo Editore, Venezia, 1996) dove traccio una breve panoramica della SF italiana, quale esempio emblematico di come Lino aveva subito considerato una nostra fantascienza svincolata dai cliché d'importazione.
Un altro suo aspetto che mi attrae è il carattere. Schivo e pensoso, fa cose concrete senza squilli di tromba. Pensare a quante parole ho sentito a innumerevoli congressi e a quanto poco in proporzione è stato fatto, fa risaltare per contrasto quanto poco Lino sia apparso rispetto al segno lasciato dalle sue opere.
L'ho già detto altre volte: prima o poi arriverà il giorno in cui qualcuno si deciderà a pubblicare uno studio critico sui nomi e sulle tematiche che hanno formato la SF italiana, analizzando autori e opere in modo serio e approfondito; solo così potrà apparire nella giusta dimensione l'uomo Lino Aldani e il suo contributo alla SF dell'uomo, l'unica branca della SF che, secondo me, la nobilita a vera letteratura.
ugo malaguti
Scrittore, già direttore di Galassia, fondatore della casa editrice Libra e successivamente della Perseo.
Conosco Lino Aldani dal 1961, un anno dopo, cioè, il nostro comune esordio sulle pagine della rivista romana Oltre il Cielo. La sua prosa secca ed evocativa a un tempo, la sua cultura di uomo di una sinistra sofferta e disincantata, la sua capacità d'introdurre le eco di una tradizione italiana in una letteratura erroneamente ritenuta di dominio anglosassone, la creatività dimostrata nel fondare più di trent'anni or sono una rivista, Futuro, che fu manifesto di una via italiana alla fantascienza che venticinque anni dopo Aldani ha saputo indicare di nuovo riproponendo non solo la gloriosa testata, ma soprattutto i contenuti e le idee che l'animavano, ne fanno uno straordinario interprete dell'uomo di oggi posto di fronte al bivio tra le sue radici e il suo futuro. Quello che mi colpisce ancora in lui è la capacità di essere sempre se stesso, fuori delle convenienze e delle luci della ribalta, la convinzione profonda di essere allo stesso tempo l'uomo e lo scrittore, il censore ma anche colui che è sempre pronto a rimettersi in discussione.
ernesto vegetti
Organizzatore dei convegni nazionali di fantascienza, segretario della World SF Italia, compilatore di uno dei più completi Cataloghi della fantascienza pubblicata in Italia.
Il mio primo incontro con Aldani è stato uno scontro.
Gli avevo inviato una raccomandata, andata smarrita, che aveva causato tutta una serie di qui pro quo.
Loculus aveva inoltre pubblicato un necrologio scherzoso su Aldani e Lino non ama gli scherzi.
L'occasione di fare la pace è venuta in occasione dell'Eurocon di Stresa, nell'80, quando accompagnai da lui uno scrittore romeno, Mircea Oprita.
Da allora siamo stati in ottimi rapporti.
Aldani, come tutte le persone di idea, ha un carattere molto difficile e si adombra facilmente. E' comunque un ospite squisito.
E' difficile vederlo in giro. E' stato ospite d'onore fantasma ad almeno due convention.
Non è molto prolifico e cura i particolari dei sui racconti in maniera maniacale. Non tollera interventi di editor. Piuttosto di accettare modifiche rinuncia a pubblicare (vedi La Croce di ghiaccio che doveva uscire dalla Nord).
E' il mio autore italiano di SF preferito. E se scrivesse di più sarebbe nei primi dieci della mia lista di APDTIM (è intorno al ventesimo posto).
franco ricciardiello
Scrittore.
C'è una poesia di Federico Garcia Lorca che inizia così: Per ricercare la mia infanzia, Dio mio! Ho mangiato arance marce, vecchi giornali, colombaie vuote. Nel leggerla la prima volta mi è sembrato di sentire sotto i denti un sapore usato, che senza bisogno di indagare a fondo ho riconosciuto nel sapore di Quarta Dimensione di Lino Aldani, nella biblioteca circolante di Vercelli: quel misto di carta umida e sogni macerati che centellinavo già nel tornare a casa, in strada.
Ho rivisto parecchi anni dopo la medesima copia del volume a casa di un amico che l'aveva presa in prestito, ed è stato allora come ritrovare per un attimo qualcosa di perduto, una di quelle sensazioni che i maestri del pensiero greco ritenevano fossero rivelatrici di una vita precedente o di una categoria di idee universali. Non ho avuto il coraggio di riaprire il volume.
Il mio rapporto con la fantascienza non è iniziato a quell'età, 14 anni, ma il primo approccio con la fantascienza italiana sì; e forse è stato grazie ad Aldani se non ho mai nutrito pregiudizi per gli autori nostrani.
enrico rulli
Critico, curatore della rubrica "Fandom Informazioni" sulla rivista Cosmo SF.
Si era nel 1977, anni di piombo a guardarli adesso, ma anche di grande impegno civile. Io avevo 19 anni ed il primo lavoro. Fu allora che uscì "Quando le radici" di Lino Aldani. Costava la bellezza di 1.600 Lire ma con uno dei miei primi stipendi corsi in libreria a comprarmelo.
Era un romanzo molto bello, mainstream, con la fantascienza che faceva da sfondo ad una storia ambientata in una Italia del 1998, con il protagonista, Arno, che torna ai luoghi dell'infanzia. Il romanzo mi colpì molto perché, impegnato com'ero in politica (simpatizzavo per Lotta Continua) sentivo la sensibilità dell'autore molto vicina alla mia.
Conobbi di persona Lino Aldani alcuni anni dopo, ad una delle convention di Montepulciano.
Lavoravo per una radio libera e lo intervistai. Era un uomo piccolo, schivo, dalla barba non rasata e gli occhi di un animale braccato, che rispondeva alle mie domande quasi con fastidio. Rigirava tra le mani un piccolo blocco di carta a quadretti, su cui trascriveva di continuo spunti per il suo nuovo romanzo. Lo lasciai andare dopo una tormentosa mezzoretta di chiacchere davanti ad un microfono. Scappò via, come un uccello che intravede la gabbia inaspettatamente aperta; non accettò nemmeno un caffè quale ringraziamento, non sorrise mai, se ne andò via, lasciandomi solo con una cassetta mezza incisa.
Non l'ho più rivisto. Doveva intervenire a qualche altra convention, ma conoscenti comuni mi parlarono di una delle sue frequenti crisi psicologiche in cui non riusciva a sopportare la presenza di altri esseri umani.
La cassetta venne trasmessa alla radio e quindi fagocitata per essere riutilizzata in chissà quale maniera.
Di recente, rimettendo a posto la libreria, ho ripreso in mano quel famoso romanzo. L'Italia descritta da Aldani non è quella dei nostri giorni: troppi avvenimenti che lui non poteva prevedere. Eppure da quelle pagine traspare ancora un fascino che non mi so spiegare, qualcosa che è legato ai miei ricordi ma anche alla qualità intrinseca del romanzo. Forse quella partecipazione sofferta, lo scavo così vivo nella personalità del protagonista.
Non ricordo che timbro di voce abbia Aldani, né di che colore abbia gli occhi. Della sua faccia conservo un ricordo confuso, ma ho ancora ben vivo in mente il suo romanzo. Forse è questo il destino di uno scrittore: sopravvivere nella mente dei suoi lettori, lasciandovi una traccia indelebile.
Io che non ho mai scritto niente di importante lo invidio molto, per questo
marco calvo
Curatore della rubrica "Storyware" su MC Microcomputer, cofondatore del Progetto Manuzio e di LiberLiber.
Alla tua richiesta, al fine di rileggere qualcosa di Lino, sono andato a frugare nella mia collezione di fanzine. Non ne ho cercata una in particolare, mi è bastato sfogliarne due o tre per arrivare a quel che cercavo. Il nome di Lino è infatti uno di quelli ricorrenti, arrivato più volte alle orecchie anche di un profano come me.
Io sono uno spettatore, decisamente non un protagonista, del mondo del fandom, e questa situazione ha fatto sì che lo scambio di informazioni e materiale non sempre sia stato continuo nel tempo. Ciononostante, e anzi proprio in virtù del mio essere spettatore, da sempre faccio il tifo per personaggi come Lino Aldani.
Perché? Perché sono convinto che la fantascienza sia un genere letterario che ha la stessa dignità degli altri, e anche perché è uno dei più vitali e interessanti.
gian filippo pizzo
Critico, giornalista, autore del volume di recente uscita "Dizionario Gremese dei Personaggi Fantastici".
Ho incontrato Lino Aldani una sola volta, ad un convention italiana di cui lui era ospite d'onore. L'ho sentito per telefono due o tre volte. Ci siamo scritti di più, ma certo una tale frequentazione non è sufficiente per poter dire di conoscere una persona. Mi è bastata però per capire una cosa, una cosa molto importante: che la narrativa di Aldani è davvero specchio del suo vissuto, che i sentimenti dei suoi personaggi sono proprio quelli del suo autore.
Di Aldani amo soprattutto il fatto di essere e di mostrarsi nella sua scrittura completamente italiano (anche se di una parte d'Italia che mi è poco congeniale, quella degli acquitrini e delle nebbie). E questo vale un po' per tutta la sua narrativa, che sia drammatica o d'atmosfera, o satirico-sociale; vale persino, anche se in modo più sfumato, per i primissimi racconti, quelli avventurosi. Essere riuscito a coniugare il modello fantascientifico con la sensibilità italica è il suo grande pregio (anche se, mi ripeto, non è l'Italia solare e mediterranea, ma quella piatta e brumosa della provincia padana). Purtroppo, tale pregio si trasforma in un difetto, per le esigenze commerciali della nostra editoria (generale e specializzata).
A Lino, personalmente, devo anche la mia decisione di continuare a scrivere (poi purtroppo disattesa per motivi completamente diversi, primo tra tutti il tempo). Mi spiego: negli anni tra Settanta ed Ottanta ho sottoposto i miei lavori narrativi praticamente a tutti i curatori di pubblicazioni professionali. Leggere le lettere di rifiuto una di seguito all'altra è ancor ora un'esperienza raggelante: quello che uno considera il maggior pregio di un racconto è per l'altro il peggior difetto; uno mi critica la banalità dei dialoghi, assicurandomi che le descrizioni vanno bene, mentre l'altro mi risponde che i miei dialoghi sono robusti ma la parte descrittiva è da ampliare e approfondire! Eccetera.
Solo Aldani è stato capace di invogliarmi a continuare, ha analizzato puntualmente i miei lavori, ha capito quali erano i miei problemi e mi ha consigliato su come migliorarmi. Per questo gli devo comunque qualcosa.
mirko tavosanis
Critico, traduttore, esperto di fantascienza e cyberpunk.
Qual è il modo migliore per neutralizzare i dissidenti? Difficile dirlo, ma una delle possibili risposte potrebbe essere: santificarli. Farli diventare immaginette colorate, da appiccicare da qualche parte e in ogni occasione. Da infilare sul cruscotto della macchina o accanto all'accendisigari...
Lino Aldani sta per fare questa fine, o l'ha già fatta. Finire accanto al Papà guida piano, al sant'Antonio e all'arbre magique: sant'Aldani benedetto, noto per un racconto (Buonanotte Sofia) e per un romanzo che molti menzionano ma che pochi hanno letto, Quando le radici. Un romanzo che il fandom di tanti anni fa decise di non premiare, spostando al volo i criteri di pubblicazione per le opere eleggibili al non ancora Premio Italia. Un romanzo che ahimé oggi, alla vigilia del 1998 in cui si svolgeva l'azione, nessuno può permettersi di ristampare; forse su Internet?
Ma non è di questo Aldani canonizzato che vorrei parlare. Certo, Lino Aldani è tuttora il miglior scrittore che la fantascienza italiana abbia mai avuto. Ma questo titolo nessuno glielo nega... un buon modo per neutralizzare i dissidenti è appunto santificarli. Parliamo allora di un altro aspetto del lavoro di Lino Aldani - il lavoro di critico. Di rompiballe. E forse del miglior rompiballe che si sia visto nella fantascienza italiana.
"Con siffatte cervellotiche affermazioni è piuttosto difficile fare tabula rasa delle storture e delle superfetazioni anomale, anche perché, una volta passato sotto le forche caudine di queste e altre innumerevoli paradossali argomentazioni, nel lettore potrebbe sorgere un dubbio: che la tanto deplorevole confusione esista sì, ma nella testa dei due antologisti".
Et voila. Così, alle pp. 47-48 del primo numero di Futuro (maggio-giugno 1963) veniva liquidata l'impostazione dell'antologia Fantascienza: terrore o verità a cura di Rambelli e Canal. Era l'apertura di Colonia penale, rubrica dal nome quanto mai appropriato, primo intervento redazionale — editoriale a parte — ad apparire sulle pagine della veneranda testata, che proprio in quel numero ospitava anche (sotto pseudonimo) il Buonanotte Sofia di cui sopra.
Parlare dell'Aldani critico a fronte dell'Aldani scrittore quindi ha forse un senso. Ha un senso perché i due vanno di pari passo: solo oggi, nella prospettiva della beatificazione, può parere il contrario. Ma l'Aldani d'antan non ci andava piano:
"La critica svolge, soprattutto, opera di chiarificazione, offre un orientamento in vista delle letture a venire.... E, tanto per tenerci in esercizio, stavolta puntiamo il cannone atomico su Fredrik Pohl. Eh, sì! Sparare a zero sulle mezze cartucce, non c'è gusto. Ci vuole un bersaglio nobile, un premio Hugo come minimo o uno scrittore di fama mondiale, uno dei quattro grandi" (Futuro n. 2, p. 49). E via sparando - e distruggendo, nell'occasione, L'abominevole uomo della Terra ("scelto con particolare cura dalla curatrice l'edizione italiana di Galaxy per solennizzare il primo lustro di attività della rivista", p. 50).
E qualcuno ricorda anche il non meno veemente Aldani della rubrica Il pelo nell'uovo su Galassia? Era il decennio successivo, la metà degli anni Settanta, ma anche qui non si andava leggeri: si veda per esempio il Jeu de massacre apparso sul n. 229. Polemico? Beh, il giusto. E allora viene un dubbio...
Un terribile dubbio.
Che non sia un caso, se il miglior autore e il miglior polemista della fantascienza italiana sono la stessa persona? Che non sia un caso, se la persona che ha scritto i romanzi più incisivi è la stessa che più di ogni altra, forse, ha saputo sparare a zero sui difetti dell'ambiente? E soprattutto, che non sia un caso se oggi l'uno Aldani viene eclissato dall'altro? Non è questo il modo migliore per cancellarli tutti e due? Là, nel limbo dei Non Letti, l'uno a fianco all'altro, a impolverarsi.
Speriamo di no.

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