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lino aldani e i suoi racconti

Se un uomo legge un migliaio di libri è fottuto: un'analisi critica dei racconti di questo autore, le cui opere, alcune delle quali risalenti a quasi mezzo secolo fa, sono tuttavia così attuali e vicine a molti di noi.
L'attività di Aldani come scrittore prese il via nel 1960 sulle pagine di Oltre il Cielo, rivista professionale romana, diretta da Cesare Falessi il quale imponeva ai suoi collaboratori una sorta di amichevole dittatura. In poche parole per Falessi un racconto era accettabile solo se conteneva almeno un'astronave, seguendo, quindi, i canoni della tradizionale fantascienza americana.
Aldani i cui veri interessi si indirizzavano alla struttura sociale, alla dimensione tecnologica del nostro futuro, allo studio delle relazioni individuali di fronte alla pazzia collettiva, poté esprimere le sue tesi su Oltre il cielo solo in forma indiretta.
Conseguenza diretta di questa situazione è che i suoi primi racconti non hanno eccessivo spessore, e il loro valore risulta assai relativo.
Aldani è stato capace di superare questa prima fase, e di portare a maturazione un lungo discorso che viene sviluppato nell'arco di tutta la propria opera. Un lungo dialogo interiore che riaffiorerà in tutti i suoi scritti, anche quando tenterà di ricacciarlo dentro (basti il caso di Eclissi 2000 di cui parleremo più avanti). La sua battaglia fantascientifica, Aldani, ha iniziato a vincerla quando si è rivelato capace - e di più: non ne poteva fare a meno - di assurgere a prospettive di lavoro più meditate. Riflessione che gli ha permesso di rispolverare situazioni e idee non nuove e di riproporle con nuova sensibilità e con tagli la cui validità gli ha permesso di rimanere fortemente comunicativi e attuali dopo trent'anni.
D'altronde la buona stoffa finirà comunque per realizzare un vestito decente. E racconti come XXII secolo - meglio noto con il titolo Doppio Psicosomatico delle successive edizioni rivedute, e che rappresenta un elevato momento dell'indagine nell'alienazione individuale - o La Luna dalle venti braccia, risalenti ai primi anni di attività di Aldani (entrambi i racconti risalgono al 1960, anno di esordio dell'autore), sono sicuramente la prova che ci si trova di fronte ad un autore la cui speculazione non ha un valore solo epidermico, né per il lettore, né, tanto meno, per l'uomo che scrive.
Nell'opera di Aldani la battaglia dell'uomo è sempre presente. Spesso l'uomo si trova solo a combattere contro se stesso, a combattere la battaglia contro uno strano male di questo secolo, quell'alienazione che troviamo tanto a livello sociale, quanto a livello individuale.
Circa il problema dell'alienazione sono molto interessanti le note proposte da Vittorio Curtoni nel suo saggio Le frontiere dell'ignoto. Seguendo il tracciato dello studio critico lì affrontato ritroviamo in un gruppo di racconti del 1963 una attenta analisi del problema dell'individuo alienato. Si tratta di Nemico Invisibile, Doppio psicosomatico e Harem nella valigia.
In Nemico Invisibile, partendo da una argomento molto sfruttato come la colonizzazione di Marte, Aldani viene a proporre quasi una sorta di realismo fantascientifico. Un racconto in cui, riferisce Curtoni, "la storia spogliata dei caratteri più esterni si riduce alla cronaca di una sconfitta umana; e l'oggettività con cui vengono presentati i fatti ne fanno un documento realistico. Un risultato piuttosto nuovo per la SF, che potrebbe essere assunto a modello dagli interessati all'essenza dei fatti più che al loro aspetto esteriore." La storia basa la sua tensione sul clima di sospetto che si è creato nella base marziana a causa di un paio di inspiegabili avvenimenti tragici. Ma superate le prime necessità narrative, e creato il minimo dei presupposti di interesse nel lettore, Aldani si pone altri obiettivi da perseguire nello scrivere. Nel racconto il protagonista si imbarca nell'impresa di tenere un diario degli avvenimenti (attraverso cui noi apprendiamo i fatti narrati), e questo non fa altro che metaforizzare l'idea di Aldani dello scrittore che debba saper tener in pugno il proprio impulso creativo, si intravede in questa scelta il suo desiderio di riflettere criticamente sull'attività dello scrittore. "Per Aldani" dice chiaramente Curtoni "è necessario mantenersi obiettivi, distaccati, senza mai affidarsi ciecamente all'impulso creativo. Il momento dell'ispirazione, dunque, deve essere seguito dal momento della verifica intellettuale".
Ma nella scrittura di questo diario mi pare di poter ravvisare un interesse per la letteratura che i personaggi di Aldani rivelano più volte. Lo stesso interesse che rivelerà Arno, il protagonista intellettuale di Quando le radici. Questo interesse dei suoi personaggi per la scrittura è ben rilevabile già da ora, già da quando il protagonista del racconto rivela che: "Ora so come deve essere tenuto un diario. Bisogna bandire del tutto le riflessioni e la nostalgia. Sì, perché all'inizio cominci a scrivere per riempire i vuoti, le pause di un tempo che sembra restio a trascorrere. Poi, a poco a poco, ti accalori, scrivi, scrivi, ed esageri. E finisci col credere a tutte le sciocchezze che metti sulla carta." Cosicché in questo diario alla fine il protagonista finisce per appuntare soltanto i fatti, perché a forza di descrivere il colore spettrale di Phobos, finisce che Phobos ti mette sul serio paura. E continua il protagonista "ho deciso che su questo diario mi limiterò a riportare soltanto i fatti. Solo quelli che cadono sotto la mia diretta osservazione. Una macchina fotografica. Ecco! Non voglio metterci nulla di mio, nulla, assolutamente nulla. Voglio essere freddo, impersonale, come una calcolatrice elettronica".
E qui salta fuori il genio dello scrittore che da un lato lascia un segno della sua intenzione di far quasi realismo fantascientifico, ma, contemporaneamente trasformarsi in macchina fotografica significa ridursi a strumenti, alienarsi. Se è pericoloso per uno scrittore affidarsi solo all'istinto, è altrettanto pericoloso affidarsi solo all'intelletto: le due componenti devono essere equilibrate. C'è uno squilibrio alienante che Curtoni ravvisa nell'affidarsi esclusivamente all'istinto o all'intelletto, ma forse Aldani aveva anche voluto porre la sua attenzione sull'estremo identificarsi del protagonista con una specifica funzionalità, volendosi riallacciare in modo profondo a quello che dall'inizio di questo secolo, con i primi studi psicanalitici, è stato indicato come un fattore fortemente alienante: lo sviluppo disarmonico delle proprie funzionalità. Lo sviluppo esagerato della funzione primaria di utilità sociale, e il soffocamento delle altre peculiarità soggettive.
Le disarmonie dell'animo si riaffaccia spesso nei racconti di Aldani, con i sintomi più vari. A volte ci troviamo di fronte a scene allucinanti di uomini assolutamente estranei a se stessi. E' il caso del protagonista di Harem in valigia con quell'ossessivo uso della seconda persona singolare che nota Curtoni "Tu guardi l'orologio... Tu dai un'occhiata..." che certamente indica un certo distacco da se stesso, ma in più è una paurosa espressione di noia, di stanchezza, di totale mancanza d'interesse per il colloquio umano e per le cose della vita.
Il racconto è un'indagine sulla radice del male che sta dentro ogni uomo. E' la storia di un uomo che ha rapporti con una donna che non ama ed entra in un negozio attratto dai seni di una commessa. Qui scopre delle bambole di gomma a misura umana funzionalmente ottime per fini sessuali (ovviamente sono disponibili anche modelli per donne, come rivela alla fine la sua compagna). Il venditore di queste bambole insiste su un punto in particolare per vincere le diffidenze del protagonista: tutte le donne sono di gomma; "Anche negli attimi più belli dell'unione amorosa, l'altro non è mai il fine del nostro desiderio, ma un comodo mezzo per tenere più agevolmente a fuoco le immagini della nostra fantasia. Non è forse onanismo? Non è forse masturbazione più o meno velata?"
E in questo racconto una prima risposta incomincia a saltar fuori: "la radice del male" scrive Curtoni "parte dall'individuo e si trasforma in malattia sociale".
"Il microbo è naturale" dice Camus, il male ce lo portiamo tutti dentro e a vivere correttamente il massimo che possiamo sperare e di non infettare gli altri. Qui Aldani chiude il circolo, e la disattenzione dell'uomo/donna, incapace di rifuggire da questa adorazione narcisistica, crea il male sociale, a partire dall'individuo. "Se l'uomo" conclude a questo proposito Curtoni "fosse capace di non strumentalizzare la donna nel rapporto amoroso (e viceversa, ovviamente) le cose andrebbero in maniera diversa; bisognerebbe adorare un po' meno se stessi, rendersi conto della realtà umana di coloro che ci stanno intorno. L'incomunicabilità nasce proprio da questo egoismo sfrenato, da questa smania di piacere narcisistico; e le donne sintetiche sono la logica conclusione di una parabola discendente antica quanto il mondo".
Il punto più estremo, e la soluzione più estrema di questa alienazione individuale si toccano in Doppio psicosomatico. Una donna, Amanda, perde il marito e lo sostituisce con un essere artificiale, un robot. Questo è in tutto e per tutto identico al marito, sia in termini della personalità elettronica, che nell'esteriorità. Questa donna preferisce alla consapevolezza del sapere che il marito è morto, una sorta di stato d'oblio in cui il marito, sebbene nelle fattezze del robot, le è ancora accanto.
Un'altra donna, Edith, opera la stessa sostituzione della realtà con un mondo fittizio con l'uso di una potente droga. La donna sostituisce alla realtà un'illusione. Alla base di questa fuga dalla realtà sta il dramma personale della donna, e solo come conseguenza di questo affievolirsi della voglia di vivere la donna prende a fumare l'ipnofene. "Gusto di vivere!" urla Edith in faccia a chi la vorrebbe far uscire da questo drammatico tunnel "ti sei mai chiesto perché uno comincia a fumare l'ipnofene? Eh, rispondi! Tu confondi la causa con l'effetto. Quando si comincia a fumare è perché il gusto di vivere è già sparito da un pezzo, è perché è tutto spento, monotono, già privo di significato..."
"Il problema non è più" scrive Curtoni, come in Harem nella valigia, "la genesi dell'alienazione, ma il suo intimo significato, la sua accettabilità a livello di logica esistenziale".
Sia Edith che Amanda fuggono dalla realtà, vivono in un mondo "reale" che è loro alieno, un modo in cui hanno perso la voglia di vivere e vedono come unica via di scampo la fuga in un altro mondo; un mondo, per noi, fittizio. Un mondo che dona loro delle nuove ragioni, e per questo un mondo con una propria profonda giustificazione personale, per entrambe le donne.
Amanda non è una semplice folle, è una donna che ha scoperto cosa è che rende per lei la vita valevole, e ci si aggrappa, anche in una dimensione fittizia.
Se fino a questo punto era l'individuo il motore di questa alienazione, e la disarmonia poteva essere sanata all'interno dell'individuo, adesso Aldani sembra suggerire che la causa di questo male di vivere non debba ricercarsi più dentro l'uomo, ci invita a non confondere cause con effetto, ci invita a cercare fuori la causa di questo malessere dell'uomo di oggi così stanco della propria esistenza.
Lo studio dell'alienazione passa necessariamente anche attraverso il suo stadio sociale, andando oltre il semplice individuo (sia come causa che vittima).
Su questi piano troviamo prima Tecnocrazia Integrale, e poi quelli che io considero i tre maggiori racconti di Aldani, anche a livello estetico. A questo punto è bene forse sottolineare che Aldani non è solo scrittore di idee. E' vero, sì, che egli prima di poter mettere mano alla penna per stendere un'opera ha alle spalle riflessioni e motivazioni profonde (nessun suo racconto, se non, forse, i primissimi, è immediato); ma è altresì vero che in Aldani c'è una forte dimensione estetica, e una grossa padronanza della scrittura che gli permette di mimetizzarsi nel contesto cambiando agevolmente stile, talvolta.
Una dimensione estetica, comunque, c'è e va cercata. Stop. Questo è quanto Aldani ha fatto nelle sue opere, e questo è quanto Aldani propone per una fantascienza che sia un'espressione matura e significativa.
Chiusa la breve parentesi sull'esistenza di una dimensione estetica arriviamo, seguendo il flusso di questo discorso sull'alienazione, a dei racconti eccezionali. Si tratta prima, nel 1963, di Buonanotte, Sofia e Trentasette Centigradi, e poi, nel 1968, di Scacco doppio in cui l'attacco di Aldani contro queste problematiche tocca i punti di più estrema e feroce critica.
Di Buonanotte Sofia mi auguro conosciate la storia essendo recentemente apparso nei Classici Urania.
"Tute grigie e azzurre scorrevano lungo la strada. Grigio e azzurro, non c'erano altri colori. Non c'erano negozi, non c'erano agenzie, non c'era un bar e nemmeno una vetrina di giocattoli, una profumeria." Questo incipit denota una mancanza di varietà espressiva a livello sociale che è sicuramente indizio di un appiattimento anche a livello umano. Un appiattimento che è, scrive Curtoni, "Il trionfo della società massificata". Ma è di più, per me. E' anche il sintomo di una perdita di varietà interiore, di un livellamento dell'inessenziale (inessenzialità relativa, ovviamente) che è richiesto da una società massificata.
Il motore della storia sono gli onirofilm (da cui i nuovi titoli di alcune ristampe), delle registrazioni che vorrebbero essere l'evoluzione della rappresentazione cinematografica. Delle registrazioni, però, non soltanto del filmato, ma anche delle sensazioni associate. Lo spettatore, nell'intimità della propria abitazione, usufruendo di un onirofilm sente come proprie tutte le sensazioni che vengono impresse su un bambolotto al momento della registrazione del film. Ci sono onirofilm per uomini e per donne, onirofilm che sono comunque più invitanti, sicuri, vari e coinvolgenti della realtà. Onirofilm che hanno in sé tutto quello che manca alla realtà.
Qui la critica non è solo allo stato di cose che permette che l'intera umanità si sia spogliata del proprio animo per relegare la propria gioia ai momenti in cui fruisce di un film (godendo quindi di un piacere che non ha origine o ragione nell'uomo, ma risulta sempre come una proiezione dall'esterno dentro l'uomo). La critica di Aldani, come rileva Curtoni, è verso quella struttura sociale che si è ridotta ad una pura dicotomia: da una parte i Produttori, dall'altra i Consumatori.
In questa visione dicotomica c'è la trasposizione dell'opposizione che poteva vedersi chiaramente ad inizio secolo tra potere capitalistico e proletariato. Qui però con sfumature diverse, in quanto, sebbene i Produttori rappresentino gli ideali eredi degli odierni detentori del potere capitalistico (cosa ben evidente dato che il potere che essi hanno in mano grazie al monopolio degli onirofilm assomiglia molto al potere che i capitalisti odierni detengono grazie al monopolio economico), il discorso per i Consumatori è diverso. E la differenza forse non è tanto sottile. I Consumatori sono completamente inermi, spogliati di tutto quello che si portavano dentro (tutta la varietà è stata trasferita fuori, si trova negli onirofilm, e l'uomo non ha più bisogno, quindi, di allenarsi e tenere in esercizio la propria capacità di rielaborare gioie e dolori, li trova predigeriti e facilmente assimilabili negli onirofilm; l'uomo si trova qui ridotto allo stato di "larva esangue"), e per essi non è possibile alcuna rivoluzione. Alla fine, la stessa Sofia, che pur qualche dubbio aveva avuto in proposito, si trova a dover riconoscere che hanno ragione, i produttori, ad affermare che nulla può superare il sogno! E solo in sogno puoi illuderti del contrario. E a questo punto, sfuggire agli onirofilm e riconquistare la propria dignità risulta impresa impossibile.
Qui, scrive Curtoni, "La responsabilità dell'aberrazione sociale ricade, marxianamente, sui proprietari dei mezzi di produzione, che del capitale e della tecnologia si sono serviti per ottenere un potere illimitato. [...] La tecnologia è stata, nelle mani della classe dirigente, null'altro che uno strumento; essa ha permesso la concreta realizzazione di tendenze già assai vive ai nostri giorni".
L'onirofilm, con tutte le sue conseguenze, è naturale figlio "di tutte le manifestazioni di massa che oggi alienano l'uomo: dalla partita di calcio alla pubblicità televisiva" scriveva Curtoni già una ventina d'anni fa "I detentori del potere se ne servono come palliativi, per immergere la coscienza del grosso pubblico in un limbo amorfo e beato. [...]
"Il discordo di Aldani, tutt'altro che moralista, indica con precisione le cause: la lotta per la libertà, perché di questo si tratta, va combattuta a livello politico, a livello di strutture di potere. Condannare il drogato o il maniaco dei film pornografici è un atto stupido; bisogna cambiare la società, costruire nuovi ideali, abolire il culto del consumo, attaccare il capitalismo alle radici. Finché l'individuo avrà di fronte modelli negativi, scelte alienanti, non sarà mai veramente libero".
In Trentasette Centigradi la metafora del presente si fa molto concreta ed esplicita. In un mondo dominato da una esculapiocrazia è facile vedere una degenerazione di uno stato paranoicamente assistenzialista. Un mondo che fa il verso all'Italia, come potrebbe farlo alla defunta Unione Sovietica.
Nella storia di Aldani ha sostanzialmente preso il potere la Convenzione Medica Generale. Un organismo di tutela e salvaguardia della salute del cittadino.
Tutti gli uomini possono iscriversi alla Convenzione, ma da quel momento devono stare alle sue regole... così sono costretti a girare per strada muniti di termometri e seguire l'asfissiante filosofia della C.M.G. che in un solo slogan potrebbe più o meno suonare: prevenire è meglio che curare.
Cosa che è ragionevolmente vera fino a non volerla portare ai limiti a cui è arrivata la C.G.M. che sostanzialmente ha fondato uno stato di polizia per tenere sotto strettissimo controllo tutti i cittadini affinché non si ammalino. L'osservanza delle strettissime regole sanitarie imposte dalla C.G.M. è una disposizione da cui non si può ritrarre alcun iscritto alla Convenzione, pena multe salatissime che rischiano di mandare in bancarotta l'incauto possibile paziente.
La C.M.G. ha instaurato questa dittatura capitalistica in cui si tortura il cittadino per evitare che lo si debba curare, per evitare, dunque, che egli possa divenire un peso sociale per la collettività e per la C.M.G. stessa.
Il regime instaurato è una sorta di variazione sul tema del capitalismo, con l'aggiunta di tutti quei mezzi coercitivi che contraddistinguono le dittature assolute.
Sulla radice illiberale del sistema non ci sono dubbi, ma la C.M.G. ha in sé anche aspetti più sinistri. La sua direttiva primaria di mantenere sostanzialmente efficienti tutti i suoi iscritti (e quindi tutta la popolazione) non solo lascia dubbi sulla violazione dei più elementari principi di libertà, ma pare violare anche la sfera più intima dell'uomo che si trova costretto - fine che a me pare esser proprio quello che si propone di raggiungere la C.M.G. - a dover esercitare sempre ed in piena efficienza la sua funzione sociale primaria. Senza distogliersi, né per motivi di salute, e su questo fa leva esplicitamente Aldani, né per altre ragioni. La distrazione per inabilità fisica sopravvenuta, momentanea o più duratura, viene ridotta ai minimi termini dalla C.M.G., al resto ci pensano quelle logiche capitalistiche che tutti ben conosciamo. Aldani immagina infatti un mondo in cui ci si trova a dover fronteggiare un'asfissiante spinta al consumo. Una spinta quindi a sostenere nei fatti il sistema che sta dietro alla C.M.G., e dare forza a chi dalle nostre sofferenza trae il suo potere.
Il discorso di Aldani sull'alienazione, come nota il critico francese Gilbert Lascaut sulla rivista "Esprit" trova in questo racconto tre distinti livelli:
In primo luogo, il protagonista soffre dell'insistenza con cui il problema della salute gli è imposto come unico pensiero giustificato; in casa propria, al lavoro, sui mezzi pubblici, manifesti e controllori della C.M.G. lo obbligano a nutrirsi, a portare una pancera, ad ingurgitare vitamine, a non fumare, a non bere; i consigli del medico si impongono a tutti senza eccezioni; le preoccupazioni ipocondriache sono obbligatorie; le gioie dell'esistenza sono irrimediabilmente sterilizzate.
Ad un secondo livello, l'alienazione è di carattere economico; l'eroe lavora soprattutto per pagare alla C.M.G. le rate stabilite e le multe che puniscono la sua rivolta, le sue infrazioni alla prudenza medica, la sua volontà di vivere sul serio.
Infine, ad un terzo livello, l'alienazione che egli prova si confonde col senso di colpa che la rivolta risveglia in lui. La dittatura medica si serve di un'assurda coscienza del bene. Essa vuole solo la salute del paziente, e lo punisce solo per non doverlo curare. D'altronde - e qui si svela l'aspetto diabolico dell'alienazione medica - l'adesione alla C.M.G. è libera; chiunque può annullare il contratto, vivere la propria vita, e condannarsi a soffrire senza medicine, a morire senza medico.
Quest'ultimo punto è in realtà sconvolgente, per quanto sia subdolo, e per le ripercussioni che può avere. Ed è qui che dobbiamo cercare un importante significato di questo racconto.
Due protagonisti provano a sottrarsi alla morsa della Convenzione, entrambi, però, senza successo: verranno entrambi sconfitti, uno dal terrore su cui fa leva la Convenzione, l'altro direttamente dai mostri che la Convenzione agita come spauracchio ai suoi iscritti.
Uno è il vecchio professor Crescenzo, un personaggio che appare amabile e ragionevole, il quale, uscito da molti anni dalla Convenzione vive nel terrore. Egli è consapevole del fatto che anche la minima distrazione sanitaria lo porterebbe alla morte (o almeno, questo è quello che è portato a credere nello stato di fobia in cui ormai vive). La sua vita è assolutamente e irrimediabilmente rovinata dalla consapevolezza che in caso di necessità egli sarebbe assolutamente solo e gli verrebbe negata ogni assistenza poiché non più iscritto alla Convenzione. Il suo gesto non gli ha donato nuova libertà, e in via indiretta, la Convenzione continua a giocare sempre su di lui il suo ruolo oppressivo anche se su Crescenzo non riesce più ad amministrare alcun ruolo di tutela della sua funzione sociale, che ne risulta anzi compromessa dalle sue paure che non gli permettono di esercitarla. Da questo punto di vista mi pare quasi di vedere gli uomini della Convenzione guardare con disprezzo a questo professorucolo che in nome di una propria indipendenza si è tirato fuori dai suoi doveri di cittadino e non vive più come parte funzionale del macroorganismo sociale. Organismo che, in ultima analisi, è l'unica cosa che la Convenzione si prefigga di curare e assistere veramente, con affetto e devozione. La società nel suo insieme va tutelata, non le sue parti. Dove ciò deve essere letto con un retropensiero di stampo nettamente capitalista attento agli equilibri socio economici.
L'altro grande sconfitto di questa storia è il giovane Nico. Egli vuole a tutti i costi comprare un'automobile nuove ed esce dalla C.M.G. per evitare di pagare le rate dovute (tirandosi fuori dal ricatto economico, per incappare subito in un altro) e morirà poco dopo per il tetano dovuto ad un banale graffio.
Nella storia di Nico si esemplificano le spinte opprimenti cui viene sottoposto ogni individuo. Da un lato la C.M.G. con le sue leggi rigidissime per la tutela del cittadino e della funzione sociale in lui insita. Contemporaneamente le spinte capitalistiche ad una vita sfrenata di consumi ed edonismo che risulta però in contrasto con i dettami che essa stessa impone attraverso la C.M.G., ed inoltre uno stile di vita sostanzialmente insostenibile visti i dissanguamenti economici cui ognuno è soggetto a causa delle rate dovute alla Convenzione. Da qui la generazione di attriti psicologici di vasta portata.
Coglie abilmente il chiaro significato della storia Curtoni: "in una società alienata, che non obbedisce ai dettami del più elementare rispetto umano, la ribellione del singolo individuo non può concludersi positivamente. La lotta deve essere condotta a livello di massa, deve essere una presa di coscienza collettiva, altrimenti si resta la punto di partenza.
"Questa presa di posizione contro l'individualismo è una costante dell'opera di Aldani, e costituisce l'indice più esplicito della sua fede socialista, che riesce ad affermarsi anche in un contesto che non offre nessun indizio di positività".
Dopo qualche anno, nel 1972, Aldani propone con Scacco doppio un altro feroce capitolo del suo lavoro di denuncia e distruzione di un sistema alienante.
"Il circolo dell'alienazione", osserva Curtoni a proposito di questo racconto, "si è concluso nel modo più tragico: l'uomo non ha più un nemico da combattere. Il potere è nelle mani dei fantasmi, dei volti grigi e anonimi che ci sfiorano ogni giorno. Da questo momento in avanti non resta altro che la paura."
Qui prendono maggiore vigore le tesi che Aldani aveva già espresso in Trentasette Centigradi, in quel racconto si temeva che uno sviluppo anomalo della burocrazia potesse essere pericoloso, potesse darle eccessivo potere poiché dal distacco col mondo potevano venire a formarsi delle caste di potere assolutamente autonome che potessero trarre il loro potere assoluto dalla loro irraggiungibilità. In Scacco Doppio accade proprio questo: il potere è in mano di ignoti, i detentori del potere si nascondono tra uomini qualunque, tra i propri compagni di lavoro. Sono ignoti, e per questo irraggiungibili, inattaccabili. La rivolta è impossibile. C'è solo un clima di sospetto che avvolge tutto e tutti, una paura opprimente e la sensazione che un occhio orwelliano ci sorvegli sempre attraverso gli occhi apparentemente innocenti di uno qualunque dei nostri compagni d'ogni giorno.
L'individuo si trova immerso in un'invincibile paura, una paura che spegne ogni impeto di ribellione.
L'unica reazione possibile è l'inazione, una terribile, logorante, inazione.
Un'attesa che torni la nostra Elena e nella falsa speranza che potremo credere che lì, in quel posto misterioso, non le sia successo davvero nulla.
Elena, la moglie del protagonista, ha ricevuto una cartolina con cui la si invitava ad un controllo. Una visita ufficiale cui vengono sottoposte alcune donne senza che se ne sappiano le ragioni, senza che si sappia di preciso cosa accada. Tutto è sempre molto vago, solo voci, solo ipotesi e ricordi di gente di cui non ti puoi fidare. La verità non ha più alcun valore quando dietro il tuo interlocutore potrebbe celarsi il tuo oppressore, e così tutto viene vissuto con un alone nebuloso. Come se la verità stesse in un buco nero ed a noi non rimanesse che girarci intorno, fare mille ipotesi su cosa ci stia dentro e senza poterle mai verificare: perché quand'anche Elena tornasse dalla sua visita, quand'anche Elena tornasse viva dalla sua visita, non ci potremmo fidare di lei. Lei potrebbe essere il nostro oppressore, in lei potrebbe celarsi quel mostro che ci governa e ci tormenta. E lo scacco è doppio, come dice il titolo. Anche se vinciamo non possiamo scappare da quel fantasma che continuerà a tormentarci da dentro. Quello non lo metteremo a bada, anche se tornasse Elena.
"Non conosciamo niente di niente e la ruota gira lo stesso," dice il protagonista, "dicono che è meglio, che è meglio non sapere chi sono i reggitori perché così fila tutto più dritto, certo, anche una super bomba nelle mie mani sarebbe inutile, non so nemmeno dov'è la sede del governo, non lo sa nessuno. Niente."
Fino a questo punto l'opera di Aldani appare molto poco fantascientifica, sotto certi aspetti. Le opere più significative da lui prodotte non si rifanno certo ad una fantascienza "ortodossa".
Su queste basi, negli anni '70, gli fu mossa da Franco Giambalvo sulle pagine si Robot l'accusa di "pavesismo". Un'accusa tesa a sostenere che Aldani spacciasse per fantascienza roba che con la SF non aveva nulla a che fare.
Intervistato da Vittorio Curtoni (intervista pubblicata su Robot) Aldani ha detto che dopo essere stato accusato di aver spacciato la descrizione delle colline, con l'osteria, quattro bifolchi e la puttana del paese, per fantascienza. Per reazione voleva provare a scrivere un po' di fantascienza ortodossa, un po' di fantascienza che si basasse più delle altre sue opere sul "meccanismo fantascientifico".
Ma la ciambella, per sua stessa ammissione, non gli riuscì col buco, nel senso di opera di pura evasione, e ci troviamo di nuovo, in Eclissi 2000 di fronte ad un'opera che ha in sé una profonda riflessione. Una parabola del potere.
Sul romanzo Aldani ha detto che "ancora una volta il prodotto è risultato anomalo. Tutta colpa dei miei pallini, i miei pallini fissi, interiori, che tornano in ogni cosa che ho scritto".
La struttura esterna della storia è del tipo classico, potrebbe assomigliare ad uno space opera di Heinlein. In due parole si tratta di un'astronave, Terra Madre, isolata nel vuoto dello spazio siderale. Una nave in cui i protagonisti risultano sostanzialmente imprigionati, costretti nei locali angusti della nave, e vittime della mancanze che si patiscono all'interno. A causa del gelido vuoto esterno essi non possono uscire dalla nave. Una storia basata sulla tensione che ci sarebbe ad uscire, ma che non può trovare sfogo a causa delle condizioni esterne. Ma in realtà la nave non si trova affatto nello spazio. Non c'è alcun vuoto gelido oltre la nave. La nave si trova sulla Terra, ma l'impossibilità ad uscire rimane. Fuori ad attendere chi vi si avventurasse non c'è il nulla, ma un inferno radioattivo altrettanto letale. Questa verità è però taciuta ai passeggeri da chi detiene il potere sulla nave. E' taciuta per evitare che si sviluppino incontrollabili tensioni ad uscire fuori, a cercare una via d'uscita all'esterno quando al situazione dentro la nave si fa insostenibile.
Su questa parabola del potere mi soffermo separatamente.
"La storia della fantascienza" scrivono Scholes e Rabkin in un loro saggio "è anche la storia di come l'umanità ha cambiato atteggiamento di fronte allo spazio e al tempo"
Visita al padre è un racconto di fantascienza per questo, è un racconto che ci narra del mutato atteggiamento dell'uomo.
Visita al padre è un racconto che a molti è sembrato essere un racconto mainstream che Aldani si ostinò a voler far passare per SF.
La fantascienza, come dichiara Aldani nell'intervista che presentiamo in questo numero, è presente nel racconto come retropensiero. Visita al padre è un forte esempio di pensiero fantascientifico. E' fantascientifico, come dichiara Aldani anche in un'intervista rilasciata a Domenico Gallo, il fatto che un bambino non sappia più distinguere una lumaca da una lucertola, o un salice da una quercia... che un padre riconosca obiettivamente brutto il proprio figlio. "Non sono io" lascia detto Aldani a Gallo, "che ho inventato l'alienazione, la perdita di ogni punto di riferimento. Non sono io che ho inventato questo spossessamento dell'individuo, l'insecuritas dell'uomo che non è più padrone della propria storia. Che cosa hanno a che fare gli astronauti e le loro avventurette spaziali con i problemi del nostro tempo?"
Per questo molti dei personaggi di Aldani sono schizofrenici e più o meno soggetti all'alienazione sociale. E' la malattia del nostro tempo, è la presa di coscienza necessaria senza la quale sarebbe impossibile ogni idea di cambiamento o di rivoluzione.
Adesso è ora di finirla, non che abbiamo finito con Aldani, ci ritorneremo. Ma forse può bastare quanto detto finora a dare un'idea dell'universo intellettuale che ci propone Aldani.
Una cosa da cui non posso esimermi prima di chiudere, è accennare a Quando le radici. Si tratta di un'opera che Io non ho mai potuto leggere.
Quest'opera mi appare comunque significativa, molto importante per il discorso che Aldani sta portando avanti per tutta la durata della sua vita. O, quanto meno, importante mi appare quanto lui ebbe a dire a proposito di questo romanzo:
"La verità è che l'alienazione di cui soffre il protagonista del mio romanzo è molto meno schematica di quanto possa apparire ad un esame sommario. La vera e più profonda alienazione di Arno (il protagonista, N.d.A.) al di là dell'insopportabile vita nella megalopoli o nell'emarginata cellula rurale in cui s'illude di trovare rifugio, è un'alienazione di natura estetica, nel significato etimologico e kantiano che ha questo termine, vale a dire di qualcosa che appartiene alla sensazione. Arno è il tipo esasperato dell'intellettuale umanistico, un uomo di cultura che certo somiglia più al Ronquetin della Nausea di Sartre che non agli eroi positivi della science fiction. Ha masticato troppa letteratura e pertanto ogni sua sensazione gli si guasta sul nascere, perché è subito mediata e resa inautentica dal ricordo di una lettura o dalla comparazione ad un'immagine letteraria. Di qui la ricorrente ironia delle tematiche di Lorca o di Hemingway, in uno sciocco ed inutile tentativo di voler prendere le distanze. Tant'è. Si rifiutano con giusta ragione le emozioni vicariamente vissute, ma da quelle non ci si può liberare per quanti sforzi si facciano. Di qui il fastidio, la nausea, il senso d'impotenza e quindi il soffrire.
"C'è un punto chiave nel romanzo, ed è dove Arno dice: Se un uomo legge un migliaio di libri è fottuto."
Mezzo secolo mi separa da Aldani, eppure tante idee, un intero universo di sensibilità, di sogni, mi avvicinano a uomini come lui o Curtoni. Perché tante cose ce le hanno già strappate, tante cose proprio in questi ultimi 50 anni, ma, credetemi, alcune cose non ce le potranno mai strappare e ce le portiamo dentro ovunque nasciamo.
E con quelle quattro cose in croce ci tocca sperare e ricominciare la rivoluzione.

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