a cura di
Emiliano Farinella

intervista
con lino aldani




Sommarietto

Delos: Inizio col chiederti subito un'autorevole definizione di Fantascienza.

Lino Aldani: Ogni autore di fantascienza ha la sua definizione, chiaramente rivelatrice della propria sensibilità e struttura mentale. Possiamo spaziare così dalla "narrativa del condizionale" al "folklore atomico", da "le fiabe del nostro tempo" a definizioni più strettamente tecniche, tutte più o meno condivisibili in parte, ma giammai esaustive. Ovviamente, io sono affezionato alla mia, che proposi nel 1962 nel mio vecchio saggio sulla science fiction. Fantascienza è una rappresentazione fantastica dell'universo operata secondo una consequenzialità logico-scientifico, capace di porre il lettore attraverso l'eccezionalità o l'apparente impossibilità della situazione in un diverso rapporto con le cose.

Delos: Cosa ti ha attirato nella fantascienza prima ancora di iniziare a scriverne?

Lino Aldani: Mi attiravano quegli aspetti e peculiarità racchiusi nella definizione di cui sopra, cioè il carattere fantastico; l'eccezionalità ecc. Mi piaceva, quel sentirmi sprofondare in un diverso rapporto con le cose.

Delos: Uno scrittore di SF chi è? Dà un'idea adeguata dire che più di ogni altro artista egli deve essere un artista di metafore?

Lino Aldani: La prima è una domanda pietrificante, una di quelle che irretiscono e paralizzano, sul tipo "Perché scrivi?" o "Non ti sembra di avere un alto concetto di te stesso?", insomma, domande alle quali è impossibile rispondere senza cadere nella balordaggine o nella presunzione. In quanto all'immagine dell'artista come artista di metafore, vorrei qui notare che la letteratura, ogni letteratura, è costellata, anzi basata sull'impiego di metafore, di tropi, di metonimie (che nella metafora rientrano). Anche la lingua parlata. Non possiamo aprir bocca senza farne uso. E allora, che vuol dire artista di metafore? Forse che l'autore di science fiction è un artista ridondante?

Delos: Scrivere fantascienza quanto ti ha aiutato nello scendere in profondità nelle tematiche che hai affrontato? Quale arma in più ti ha dato la SF che non ti avrebbe garantito la letteratura realista?

Lino Aldani: Ovviamente, assumere il punto di vista della SF vuol dire assumere un punto di vista privilegiato. Da una postazione privilegiata il volume di fuoco risulta moltiplicato, gli effetti sono indubbiamente maggiori. Lo spostamento nel futuro consente di poter ingigantire (e quindi rendere più evidenti) le tendenze nel presente già abbozzate. Insomma, i vantaggi sono molteplici e non sarò certo io a misconoscerli.
Il problema sorge quando in sede di elaborazione, meglio di immaginazione, tu già ti trovi a pensare secondo il modulo fantascientifico. Nel momento stesso in cui tu pensi secondo SF non puoi usare la SF come lente di ingrandimento. I rapporti tra letteratura fantastica e letteratura realistica vengono ad essere ristabiliti secondo i parametri di partenza, e ti ritrovi con le armi spezzate, inutilizzabili.

Delos: Ursula Le Guin dice di aver imparato, col tempo, che la fantascienza è figlia del realismo, non della fantasia: una storia realistica tratta di qualcosa che sarebbe potuto accadere ma non è accaduto, giusto? Molte storie di fantascienza parlano di mondi che potrebbero esistere nel futuro. Sia il realismo che la fantascienza raccontano storie che potrebbero essere vere.

Lino Aldani: Questo discorso sulla SF figlia del realismo è un discorso maledettamente complicato, irto di trabocchetti. Preferisco pensare ad una completa autonomia delle varie correnti letterarie. Che se poi volessimo, putacaso, stilare un rendiconto e assegnare una palma, allora non resterebbe che consultare una qualsiasi storia della letteratura dalle origini ai giorni nostri e vedere quante sono le opere che fanno capo al realismo e quante quelle che s'imperniano sulla pura fantasia. Il confronto, scandaloso, potrebbe portarci ad una riflessione: che tutta la letteratura è essenzialmente "fantastica", tranne l'eccezionale periodo del verismo realismo dell'800.

Delos: Il Giappone è la cultura più aliena fra quelle con cui più frequentemente riusciamo a confrontarci noi occidentali. La tua antologia Quarta dimensione come è stata accolta in quella terra?

Lino Aldani: Bene, suppongo. Certo, i riscontri obiettivi mi mancano. Ad esempio, la Hayakawa Shobo dopo quel mio libro non ne ha richiesti altri. E questo, a guardar bene, è un segno negativo. D'altra parte le lettere di entusiastico consenso di alcuni lettori giapponesi e i numerosi articoli di critica (buona? Cattiva?) e le recensioni sulle riviste specializzate m'inducono a pensare che un certo ascolto il libro lo ha ottenuto.

Delos: Cosa cancelleresti al mondo?

Lino Aldani: Niente. E' tutto maledettamente così necessario. Se ad esempio, volessi cancellare la stupidità, cancellerei nello stesso tempo la possibilità di una critica alla stessa stupidità.

Delos: Cosa non sei riuscito a fare?

Lino Aldani: A sconfiggere il mondo

Delos: Cosa farai?

Lino Aldani: Forse, continuerò nei miei tentativi di sconfiggerlo.

Delos: Perché?

Lino Aldani: Perché così mi piace.

Delos: Quando ci si stanca?

Lino Aldani: Quando la vittoria ci arride.

Delos: Te la senti di commentare alcuni passi della Le Guin?

Noi dell'Handarra non vogliamo risposte. Noi veniamo qui nella Fortezza soprattutto per imparare quali domande non si devono porre.
Noi abbiamo stabilito e pratichiamo la Profezia per dimostrare ed esibire la perfetta inutilità di conoscere la risposta alle domande sbagliate.
L'ignoto. L'imprevisto, l'indimostrato, è tutto questo alla base della vita. L'ignoranza è la base del pensiero. La mancanza di prove è il terreno dell'azione. Se fosse provato che non esiste Dio, non ci sarebbe religione. Ma anche se fosse provato che esiste un Dio, non ci sarebbe religione...
Ditemi, che cosa è conosciuto? Che cos'è sicuro, prevedibile, inevitabile... la sola cosa certa che voi sappiate sul vostro futuro e sul mio...?
Già. In realtà c'è una sola domanda alla quale si può rispondere, e noi sappiamo già la risposta... La sola cosa che rende la vita possibile è la permanente, intollerabile incertezza: non sapere che cosa verrà dopo.

Essere ateo significa mantenere Dio. La sua esistenza, o la sua inesistenza, ammontano alla stessa cosa, sul piano delle prove. Perciò prova è una parola che non viene usata spesso tra gli Handdarata, che hanno scelto di non trattare Dio come un fatto, soggetto sia alla prova che alla fede: ed essi hanno spezzato il circolo, e ne sono usciti, liberi. Imparare quali domande non hanno risposta, e non rispondere ad esse. Quanto serve imparare quali sono le domande a cui è inutile cercare la risposta. Ci basterà mai la lezione? Ci fermeremo solo perché sappiamo che è inutile o pericoloso?
E questa intollerabile incertezza... non saremmo uomini senza portarcela appresso, vero? La fantascienza quanti stimoli trova in queste domande, quanto risponde alla voglia di far luce sull'ignoto, l'indimostrato? Quanto si ferma davanti all'impossibile...?

Lino Aldani: Mi chiedi di commentare questa bella pagina della Le Guin. Tanto bella che ho quasi l'impressione di averla scritta io. Scherzi a parte, le affermazioni in essa contenute mi sembrano tutte condivisibili. Davvero. Sono stato allattato alle poppe di una sana filosofia e pertanto so anch'io che certe domande non sono lecite; so, ad esempio, che tutto ciò che si può dire dell'essere, è che esso è; l'essere non può venire dedotto né può essere dimostrato. Lo stesso vale per Dio, per il concetto di Verità e per qualche altra parola con l'iniziale maiuscola.
Dobbiamo imparare quali sono le domande che non hanno risposta e regolarci di conseguenza. Ma in tutto questo, scusa, la SF cosa c'entra?

Delos: E me lo chiedi tu che scrivi SF da un paio abbondanti di mie vite!? La fantascienza è audacia, la fantascienza è un atleta. La fantascienza è quell'atleta che corre per il mondo e lo guarda in faccia, è la bocca nuova con cui parlare prima che il futuro non abbia più bocche.
La fantascienza è uno spazio di libertà per scrivere quello che non è mai stato scritto, è la nostra letteratura realista; la fantascienza è la lavagna e il gesso per le nostre domande.
E adesso di nuovo a te la parola, e non fare più scherzi!
E di quest'altra cosa della Le Guin che mi dici...

Opporsi a qualcosa significa mantenerlo.
Qui dicono "tutte le strade portano a Mishnroy". Certo, se voltate le spalle a Mishnroy e vi allontanate da essa, siete ancora sulla strada di Mishnroy. Opporsi alla volgarità significa inevitabilmente essere volgari. Voi dovete andare in qualche altro posto; dovete avere un'altra meta; allora potrete percorrere una strada diversa.
Si deve proporre un'alternativa; andare altrove e rompere il circolo.

La SF è mai stata capace di rompere il circolo? Pare averne le potenzialità, ma ci riuscirà mai?

Lino Aldani: E' vero. Si deve proporre un'alternativa: andare oltre e rompere il circolo. Ma questo è compito dell'io pratico, non della letteratura, la quale è chiamata al più alla pars destruens, non certo alla pars construens.

Delos: Tu in molti tuoi racconti hai manifestato la tua opposizione a certe tendenze umane, ma qual è l'alternativa?
In Quo vadis Francisco ti sei scagliato contro un modo vuoto e formale di vivere la Chiesa. Mondo vuoto e formale che torna spesso, nella ottusa rigidità di 37 Centigradi, nella pochezza della gente de La costola di Eva o di Buonanotte Sofia.
E' davvero così il mondo? Qual è l'alternativa?

Lino Aldani: Vedi la risposta precedente. Torno a ripetere: non sta a me indicare espressamente un'alternativa. Io mi limito a criticare l'ipocrisia e il bigottismo della società borghese. Sarà poi il lettore ad individuare la via d'uscita. In altre parole: la SF non deve fornire ricette, deve solo capire come stanno le cose. Ma, dicono certi animi impauriti, come dobbiamo agire? Vedendo nella giusta prospettiva i fatti, l'azione scaturirà da sola, l'ispirazione pratica sarà data per soprammercato.

Delos: Molte tue opere sono stupefacenti. Dotate di grandiosa forza comunicativa ancora oggi, come se le avessi scritte ieri, e ancor più sconvolgenti in relazione al contesto culturale in cui nascevano. Scacco doppio: un racconto così fortemente letterario, stilisticamente sofisticato, in un ambiente che non era abituato a tanto, come ha reagito l'ambiente letterario? Come ha giustificato la produzione di una simile perla da parte di una letteratura tanto maltrattata? Visita al padre: un racconto dal carattere fortemente intimista (me la passi questa definizione?) che tocca profondamente tutti. La SF è un limite o un'arma in più per questo racconto?

Lino Aldani: Scacco Doppio. Come ha reagito l'ambiente letterario? Non se n'è nemmeno accorto. Ma non vedo come avrebbe potuto. Il racconto fu pubblicato una prima volta su una specie di indefinibile antologia e una seconda volta nel mio libro Eclissi 2000. Infine su Terminus. In tutt'e tre i casi era chiaramente indicata in copertina l'etichetta Fantascienza, un genere che i critici letterari assolutamente non leggono.
Visita al padre. No, la SF non è stata un'arma in più per questo racconto. Ma non è stata neanche un limite. Mi spiego: il racconto mi sembra un forte esempio di pensiero fantascientifico che nella sua esternazione non può però usare la SF come arma in più, lente d'ingrandimento o altro (vedi una delle prime domande). Per molti anni il racconto fu giudicato un racconto realista che inutilmente faceva uso di spunti fantascientifici (direi in misura minima) per camuffarsi come SF. Non si capiva che la SF era in quel bambino costretto a vivere su un balcone largo 70 cm, un bambino incapace di distinguere un salice da una quercia, una lucertola da una lumaca. Ecco, questo è il pensare secondo SF, quando tutta l'apparecchiatura della SF diventa inutilizzabile, o se impiegata, superflua.

Delos: In qualche modo è arrivato un certo riconoscimento della cultura ufficiale?
Immagino che ciò possa anche non toccarti più di tanto, nella tua opera sei sempre andato avanti indipendentemente dai riconoscimenti (che però iniziarono a fioccare, soprattutto a livello internazionale), ma che effetto fa adesso, dopo tanti anni, vedersi tradotti in Italia dalla Mondadori, su Urania, grazie alla traduzione di un'antologia americana? Che razza di beffa è quella di arrivare in Italia dagli Stati Uniti?

Lino Aldani: Qualche riconoscimento è arrivato. Vedi Oreste del Buono, Luce D'Eramo e pochissimi altri. Ma si tratta di personaggi in qualche modo già compromessi con la SF, già guadagnati alle sue tematiche, e che pertanto erano già convinti. Normalmente, la cultura ufficiale ci snobba, ma a questo siamo ormai abituati.
Ovviamente la cosa non mi ha mai toccato più di tanto. Anche perché le traduzioni all'estero fioccavano. Cosa posso volere di più? Mi dicevo. Essere tradotto in sedici lingue è un bel traguardo. Anzi, diciassette, se debbo tener conto della traduzione in italiano di Buonanotte Sofia, su Urania, una rivista con la quale non sono mai andato tanto d'accordo.

Delos: I motivi?

Lino Aldani: Chiusura nei nostri confronti. Ad onor del vero, quattro o cinque racconti Urania me li ha richiesti e li ha pubblicati. Voleva, nel 1988, quando curatore era Gianni Montanari, pubblicare anche il romanzo La croce di ghiaccio, ma io non accettai: consideravo la rivista mondadoriana troppo settoriale.

Delos: Le frequenti traduzioni russe delle tue opere, il tuo pensiero ti hanno creato problemi, fatti insoliti, nel periodo del pesante muro contro muro tra oriente e occidente? Quelle pubblicazioni le hai vissute con gusto particolare?

Lino Aldani: Voglio innanzi tutto indicare alcune cifre. Il mio primo racconto in Russia è stato Buonanotte Sofia, inserito in una grossa antologia internazionale la cui tiratura toccava le 300.000 copie. Un altro mio racconto, Gli ordini non si discutono, è stato pubblicato su una rivista scientifica stampata e distribuita in 3.100.000 copie. Con queste tirature da capogiro mi girava effettivamente la testa, tanto più che la TV moscovita mandava in onda adattamenti televisivi dei miei lavori. Puoi immaginare il mio disappunto (eufemismo di rabbia) quando mi venne rifiutato Trentasette Centigradi. Pensavano che volessi satireggiare il sistema sanitario sovietico. Comunque, il racconto dopo sei anni di anticamera fu accettato nel '70 e pubblicato con accompagnamento di elogi e sviolinate in verità fuori misura. Lo stesso non posso dire per Scacco doppio, respinto perché Joyce in Russia non aveva diritto di cittadinanza. Idem per Quando le radici: non è piaciuta la mia simpatia per il mondo zingaro e la critica non tanto velata del sistema comunista del futuro.
Oggi in Russia non ho più contatti. Mi spiace, comunque, veder le mie cose più impegnate rimanere senza esito in quella parte del mondo che mi è sempre stata a cuore.

Delos: Negli altri paesi hai trovato lo stesso complesso di inferiorità di cui soffriamo noi italiani nella SF? Talvolta qualcuno si para dietro la vecchia storia della tara umanistica italiana che non ci permette di scrivere buona SF. Ma quanto è verosimile? All'estero un italiano è forse mal visto per questo? Eppure sovente gli italiani, quelli in gamba, hanno avuto più fortuna fuori che in patria.

Lino Aldani: Più o meno negli altri Paesi si può trovare nella SF la stessa situazione di cui soffriamo noi italiani. A dire il vero non è che la forma mentis scientifica sia qui da noi diffusa e vincente. E' più frequente la formazione umanistica. Ma sostenere che è la tara umanistica ad impedirci di scrivere buona SF non è accettabile. La SF deve seguire uno schema logico-scientifico, d'accordo. Ma questo non significa che debba necessariamente occuparsi di problemi scientifici, anzi.

Delos: Quando chiesero a John Cage come andassero le cose, lui rispose che vanno meglio, migliorano, solo che vanno così lentamente che nell'arco di una vita noi non ce ne accorgiamo.
Adesso io lo chiedo a te: Lino, come vanno le cose?

Lino Aldani: Le cose? Le cose stanno cambiando, cambiano certamente. Solo che cambiano così in fretta che nell'arco di una vita dovremmo anche noi mutare Weltanschauung innumerevoli volte, diciamo 8/10 anni. Per fortuna c'è la SF che può abituarci a superare lo shock dei reiterati cambiamenti.