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Certamente. Senza arrivare a quella che nel romanzo è l’assunzione retinica, il fatto che le immagini esercitino un’influenza particolare sulla persona che sta davanti allo schermo mi pare una verità innegabile. Naturalmente io ho estremizzato il concetto, supponendo che le immagini non solo ci influenzino a livello più o meno subliminale, ma contengano addirittura sostanze in grado di sviluppare la produzione di endorfine, di farci sballare.
Senza dubbio. Se un narcotrafficante avesse la possibilità di trasferire la droga da un punto all’altro del globo e di spacciare le singole dosi attraverso le immagini, poterla veicolare con uno strumento universale come Internet sarebbe un vantaggio assolutamente straordinario. Vuoi mettere la comodità… Senza contare l’abbattimento dei costi di distribuzione.
Non solo Internet, sono gli schermi in generale a darla. Infect@ non è che una metafora sul potere persuasivo delle immagini — provengano dalla tivù o dalla rete — e sulla nostra acquiescenza di fronte a quello che ci passa davanti su un monitor. I cartoni animati, con il loro sovradosaggio di colori, le loro forme caricaturali e ingenue, sono soltanto un pretesto, un modo per dire che anche senza grattare lo schermo con le unghie ci rimane appiccicato addosso qualcosa che può essere molto pericoloso.
Sì, in un mondo sintetico dominato dai colori è proprio un colore a contaminare la realtà e a deturpare un viso… Il commissario Lapo “Lupus” Montorsi, uno della vecchia guardia, grande appassionato di cartoni animati, con il suo lupus sulla fronte e una guancia ne ha quasi uno aggrappato alla faccia. Mi piaceva l’idea che riuscisse a sdrammatizzare il suo problema fisico, considerandolo alla stregua di un rapporto simbiotico tra un cartone e un cultore del genere.
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