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A Roma per presentare l’interessante e riuscito Mission: Impossible 3, lo sceneggiatore e regista JJ Abrams anticipa a Fantascienza.com non solo quello che succederà nella seconda stagione di Lost, ma soprattutto il suo impegno per il nuovo film di Star Trek che coinvolgerà Bryan Burke e Damon Lindelof, creatori proprio di Lost. Simpatico, molto alla mano, JJ Abrams è il cineasta perfetto che nasce nel punto di equilibrio tra il fan e il professionista.
Questo era esattamente quello che mi prefiggevo. Sebbene io sia un grande fan dei due film originali ho sempre pensato che la versione di Mission: Impossible che avrei voluto vedere personalmente sul grande schermo non era stata ancora realizzata.
Ho sempre amato molto la serie televisiva Mission: Impossible e — in particolare il personaggio di James Phelps interpretato da Peter Graves. Quindi, quando ho iniziato a lavorare attivamente a questo progetto, mi sono lasciato guidare dall’idea di ritrovare l’emozione che provavo nel guardare da piccolo le puntate in televisione. Così ho provato a sperimentare approcci diversi al soggetto fino a quando ho trovato quello che ritenevo più giusto, ovvero l’idea di replicare il lavoro di squadra presente nei telefilm.
E’ vero: in più mi interessava esplorare l’idea di pormi delle domande riguardo a Ethan Hunt: chi è? Cosa fa quando non è in missione? Dove abita? E’innamorato di qualcuno? Nei primi due film abbiamo capito così poco a proposito di chi sia Ethan Hunt realmente, mentre io ero più interessato all’uomo che alla spia.
Sì, perché Tom — nonostante sia una persona piacevolissima dotata di un enorme senso dell’umorismo — è votato a interpretare principalmente degli eroi un po’ stoici. Mentre a me interessava mostrare come Ethan Hunt non è solo questo, ma è anche un po’ come tutti quanti noi… Una persona che ti fa ridere e con cui puoi stabilire un contatto emotivo. E’ solo così che quando lo vedrai in missione qualche minuto più tardi potrai sentirti coinvolto e non soltanto vederlo scivolare attraverso quelle scene.
Avevo provato a coinvolgere Martin Landau per un cameo, ma non ne ha voluto sapere. Diciamo che c’ho provato!

Un esordiente fortunato che è stato molto sostenuto sia da Tom Cruise che dall’altra produttrice Paula Wagner. Mi hanno aiutato molto e mi hanno consentito di portare in questa avventura le persone che lavorano in genere con me: dal compositore Michael Giacchino allo scenografo e tante altre persone con cui sono abituato a lavorare. Mi sono sentito circondato dai miei soliti amici cui si sono aggiunti altri tecnici e attori straordinari: il meglio dell’industria cinematografica americana. Alla fine mi sono sentito, in un certo senso, al sicuro. E quando sei al sicuro e puoi essere creativo ti trovi davanti alla combinazione migliore.
Esattamente, perché conosco tanti colleghi che nelle mie stesse condizioni si sono trovati ad essere limitati e giudicati. In quelle situazioni la creatività delle persone viene come rallentata o peggio ancora “essiccata”. Io, invece, ho avuto il lusso di potere fare il film che volevo, scrivendolo, dirigendolo, montandolo alla mia maniera. La situazione è stata se non giocosa, sicuramente molto fertile sotto il profilo creativo.
La differenza, però, è tutta nel budget. Alias è stato realizzato interamente a Burbank in California. Mentre con un film del genere avevo la possibilità di andare a girare esattamente dove più mi faceva piacere. Essere a Roma per realizzare Mission Impossible 3 è stato un vero e proprio sogno. Ho trascorso in Italia il primo giorno di riprese e avrei potuto morire sul posto. Per me è stato un po’ come realizzare i miei desideri più imbarazzanti e inconfessabili. Spero solo che i romani non siano troppo arrabbiati con me per come abbiamo alterato il Vaticano incastonando digitalmente la Reggia di Caserta sotto la Cupola di San Pietro.
Innanzitutto posso annunciare che ci sarà una terza stagione. Nella seconda, invece, scoprirete che ci sono degli altri sopravvissuti al disastro aereo e comincerete a conoscerli. La storia continua con altri nuovi personaggi che complicheranno la trama in maniera significativa. C’è un gruppo di persone che erano a bordo all’altezza della coda dell’aereo e degli altri personaggi che avete sentito menzionare, ma che non avevate visto fino ad oggi. Ci sarà un episodio dedicato interamente a come questi nuovi personaggi hanno trascorso il loro tempo fino ad oggi e la loro esperienza sull’isola.

Tantissima. Credo di avere avuto questo lavoro grazie a quello svolto per Lost. Del resto sono convinto che ogni esperienza serva ad aiutarti per quella successiva. Il pilot di Lost durava due ore ed è in assoluto uno dei più costosi mai realizzati per la televisione. Per me è stato come girare un film o comunque un passo intermedio tra il mio lavoro per la televisione e quello che avrei voluto fare per il cinema. Per me Lost è stata una sfida. In quei momenti sapevo di essere pronto a dirigere una pellicola per il grande schermo. Non so perché ne fossi convinto. Non che mi dicessi: “Quanto sei bravo, quanto sei bravo!” Piuttosto mi sentivo di avere realizzato con Lost qualcosa di molto vicino ad un film. Avvertivo un certo grado di maturazione: indipendentemente dalla qualità raggiunta sapevo di potere fare un film per il grande schermo. Ovviamente, all’epoca non avevo alcuna idea che mi sarebbe stato offerto M:I3…
Mi piace molto Hugo "Hurley" Reyes, perché mi fa ridere. Ma Jack è quello che amo di più, perché è il primo che si incontra nella serie.

Prima di venire a Roma sono stato alla festa per la fine delle riprese di Alias. E’ stato un momento agrodolce. Amo molto quella serie e tutte le persone che ci hanno lavorato. Penso, però, che sia arrivato il momento per chiudere la serie. Posso assicurare che il finale è fantastico e che gli ultimi sei episodi sono il massimo e che danno vita al meglio di quanto visto nell’intera serie. Sono molto soddisfatto, perché tutto torna.
Tornerà…
Sì, assolutamente. Ma quando i fan vedranno perché è mancato e cosa succede alla storia si accorgeranno che ne è valsa davvero la pena. Se non fosse mancato lo storyline non sarebbe alla fine così forte. Il finale è molto appassionato e sorprendente.
Al momento è ancora troppo presto per parlarne…
E’ tutto vero: sono sempre stato un grande fan di Star Trek come lo sono stato di Mission: Impossibile. Non posso dire molto, ma devo anticipare che tornerò a lavorare anche con Damon Liendelof con cui ho realizzato Lost e con gli sceneggiatori con cui collaboro sempre. Sono cresciuto con Star Trek e oggi mi sento come qualcuno che mi ha come dato le chiavi dell’intera franchise…
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