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Il mio nome è Ayerdhal, e non ne voglio altri. Solo lo stato francese è convinto che ne abbia altri.
Sono autodidatta, anche se ho fatto degli studi in marketing che mi hanno aiutato a capire alcuni meccanismi psicologici e sociali.
Leggo di tutto: riviste scientifiche, romanzi polizieschi, fantascienza, letteratura alta e di consumo, documenti e saggi. Leggo molto anche per documentarmi per scrivere i miei libri: i libri sono più affidabili, ma anche la rete è uno strumento che utilizzo.
I miei hobby: amo il cinema, tiro con l’arco, ping pong, sci, e poi amici, amici, amici…
Il mestiere dello scrittore è estremamente solitario. Ho perciò un grande bisogno di vita sociale. Ho molti veri amici, provenienti dagli ambienti più diversi: quanta ricchezza che ti portano gli altri.
Ho deciso di divenire scrittore verso i 27-28 anni, anche se non lo sapevo esattamente. Scrivevo da sempre: la scrittura è il mio mezzo d’espressione preferito. Lo uso per parlare con gli amici, agganciare le ragazze, comunicare con i miei genitori. Ho sempre scritto senza avere l’intenzione di scrivere, per dire delle cose. Poi sono diventato scrittore, ma sarei voluto diventare un regista: un fallimento, insomma.Il miglior modo d’imparare a scrivere non esiste. Non si può imparare. Le uniche cose che si possono fare sono leggere e vivere, e provare a interpretare le proprie emozioni. Non credo alle scuole di scrittura, tipiche del mondo anglofono, perché tendono a produrre scritture troppo uniformi. La cosa peggiore è l’omologazione della scrittura: tutti che scrivono come Stephen King.

Perché ci sono caduto quando ero piccolo, come Obelix nel calderone. Mio padre aveva una collezione di libri enorme, circa 12000, di cui 8000 di fantascienza. Dunque, quando ho iniziato a scrivere, è stato naturale scrivere in un genere che conoscevo e amavo. La fantascienza è un genere che ti permette di scoprire nuove cose, di assaporare il fascino della scienza, di esprimere delle idee, di riflettere sul presente attraverso l’immaginazione del futuro. Ha dunque una valenza pedagogica e anche una potenzialità politica.
Scritto nel 1988, l’ho inviato a sei editori nel 1989, ricevendo sei rifiuti. Uno di questi editori ha passato il libro a un editore più adatto, e così è cominciato tutto. Il fatto che il libro era di 800 pagine si rivelò un problema. Nessuno voleva rischiare per pubblicare un libro enorme di un esordiente.
Il genere che non ho ancora scritto. Ho iniziato con la fantascienza, che conoscevo meglio. Ma ho frequentato diversi generi. Mi piace sperimentare, e voglio scoprirne di nuovi.
In Francia solo due scrittori di fantascienza campano solo del proprio lavoro. Uno sono io. Altri abbinano magari l’attività di scrittore a quella di traduttore. C’è un mercato abbastanza vivace del genere in Francia, più che in Italia.
Sì. Diversi autori italiani sono tradotti in francesi. Ad esempio Valerio Evangelisti, che è un amico, Ugo Malaguti, ma anche altri…
Paura mai. L’unica paura è che venga pubblicato un mio libro non buono, solo per il fatto che sono conosciuto. Faccio leggere i miei libri a molte persone diverse, non perché non mi fidi dell’editore, ma a volte sono proprio gli editori che lasciano pubblicare dei libri che non meriterebbero.
Non saprei. Non ho la formazione per fare il regista, che è un mestiere che mi ha sempre attratto. Nel 1997 ero stufo di scrivere, ma l’unica alternativa per la quale avevo qualche competenza era la fotografia. Avrei potuto anche fare il politico o il terrorista, o forse il prete… No, il prete no! Vivo di scrittura. Certo ho fatto vari mestieri in passato, ma niente che sentissi mai davvero mio come la scrittura.
Ho un’organizzazione molto semplice. Mi sono dato una regola: lavoro quando sono da solo in casa e, per il resto, voglio essere presente per mia moglie, mia figli, gli amici. Bisogna imparare a lavorare da soli e a staccare quando si è con gli altri: non lavoro i fine settimana, la notte e durante le vacanze.
Letture e giornate son cose molto diverse. Di sera, sono un po’ insonne, quando mia moglie dorme, vedo un paio di film e leggo un libro. Quando non lavoro sto con gli amici.

Un romanzo tradotto in inglese, uno in tedesco, uno in cinese, uno in rumeno, altri in spagnolo e in inglese... 2 sono in corso di traduzione in russo.
Ci leggevamo senza conoscerci. Poi ci siamo conosciuti e piaciuti. Abbiamo scritto un po’ per uno con la regola che ognuno scriveva di ciò che non sapeva e ognuno aveva il diritto di correggere l’altro. La editor ha uniformato lo stile e ora le parti non sono distinguibili.
La centralità della fantascienza deriva dalla mia cultura, come ho detto. La fantascienza può utilizzare con grande efficacia le metafore. Può dunque parlare di tutto: può parlare del conflitto israelo-palestine descrivendo gli attriti fra marziani e venusiani. Ma le metafore non bastano. Ecco perché ho sentito la necessità di utilizzare il polar e la spy story per raccontare la complessità del presente.
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