Il maestro segreto dell'horror: Ernesto Gastaldi

Tra i grandi maestri del cinema fantastico, accanto ad Argento, Fulci, Bava, ce n'è uno quasi segreto, poco conosciuto. Che ha messo la sua firma su tanti film, e su tanti altri ha lavorato anche senza poterla mettere, e che ha scritto anche romanzi di sf sotto pseudonimo. Vittorio Catani ce lo presenta su questo numero, con l'intervista che segue, una presentazione dell'autore nella sezione Quando le radici, uno stralcio dal romanzo Iperbole infinita e un racconto completo.


Un'immagine del Gastaldi "ruggente", con la sua "barca"

Quando sulla stampa si discute del cinema horror italiano, si dice a solitamente che gli anni '50 appartengono a Riccardo Freda, i '60 a Mario Bava, i '70 a Dario Argento e gli '80 a Lucio Fulci; ma esiste un'altra persona — raramente menzionata in quegli articoli — la cui fruttuosa carriera abbraccia tutte e quattro le decadi, e tuttora ha successo.

Ernesto Gastaldi è nato il 10 settembre 1934 a Graglia (Vercelli). Egli si diplomò in Direzione e Sceneggiatura nel 1957, presso il Centro Sperimentale di Cinematografia: la prova d'esame, ispiratagli dalla sua predilezione per i "gialli" Mondadori, fu La strada che porta lontano, forte candidato alla qualifica di "primo vero thriller italiano". (Un altro fu Delitto al luna park realizzato lo stesso anno dal regista Renato Polselli, con la differenza che esso fu il primo thriller italiano ad essere anche distribuito nelle sale).

Favorevolmente impressionati da questa produzione, che aveva conseguito dei riconoscimenti, e dagli incassi di Dracula il vampiro, che era appena uscito, due produttori contattarono Gastaldi con un'interessante offerta: era disposto a mettere a frutto la sua attitudine ai thriller, scrivendo qualcosa di analogo?

Gastaldi accettò, e nella zona d'ombra tra il fiasco commerciale de I vampiri di Freda (1957) e il successo mondiale de La maschera del demonio di Bava (1960), l'estro di Gastaldi lanciò la tradizione italiana dell'horror degli anni Sessanta con L'amante del vampiro, distribuito negli Usa come The Vampire and the Ballerina. Per la prima volta, Gastaldi appariva col proprio nome su una sua sceneggiatura.

Da allora, fu dalla fertile immaginazione di Gastaldi che nacque un archetipo "italiano" degli scenari horror. Egli avrebbe scritto molti classici dell'orrore gotico degli anni Sessanta, divenendo uno dei massimi architetti del cinema popolare italiano.

Come ti interessasti la prima volta a una sceneggiatura?

Agli inizi sognavo di diventare uno scrittore. Ero impiegato in banca nella città di Biella, nell'Italia Settentrionale. Fu in quel periodo che incontrai un giovanotto incredibile, Peppo Sacchi. Lui e un suo gruppo di amici filmavano storie in 16 mm. Nel 1953 Peppo girò il primo western italiano, Cowboy Story, e nel 1954 vinse la Coppa Agis a Montecatini dove esisteva, ed esiste tuttora, un festival per autori di film amatoriali.

Io non sapevo nulla di cinema, e fu così che in una sola notte Peppo mi spiegò ogni cosa, mentre sedevamo nel parco principale della mia città... C'erano due metri di neve e 20 °C sotto zero! Mi unii al suo gruppo, e proposi che girassimo un film scandaloso, allo scopo di attrarre l'attenzione della gente importante del cinema italiano. Presi appunti circa l'azione e le parole che gli attori avrebbero dovuto pronunciare: solo più tardi scoprii che questo era un "copione"! Andammo al festival e ottenemmo davvero un grosso successo. Alessandro Blasetti, il famoso regista italiano, mi chiese se desideravo entrare nel Centro Sperimentale di Cinematografia, la maggiore scuola di cinema di Roma: "Sì, Maestro: naturalmente!"

L'intervista era lunga in origine 25 pagine; estratti a cura di Vittorio Catani.
Da: Perché quelle strane gocce di sangue sui copioni di Ernesto Gastaldi?

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Autore: Tim Lucas - Delos Science Fiction 85 - Data: 20 novembre 2003

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