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Penso che Eymerich resterebbe un po' sconcertato da simile definizione... "Global" allude a un comando privo di vera centralità e permeabile agli scambi. Il mio inquisitore è piuttosto un protezionista: il potere che serve vuole sì essere universale, ma per essere ammessi alla comunità che crea bisogna sottostare alle regole di accesso: chi non si piega viene tagliato via, del tutto o in parte (per esempio, gli viene tagliata la testa).
Ciò potrebbe somigliare ad alcuni aspetti dell'attualità, è vero... Però non spingerei troppo lontano il paragone. Eymerich è anzitutto un uomo del suo tempo, in cui la Chiesa tenta di farsi unificatrice delle membra sparse dell'Europa. Ciò viene attuato attraverso una sottomissione delle coscienze, non attraverso la dittatura del mercato o la forza degli eserciti. Il paragone attuale adeguato è con i più sottili tra i regimi autoritari.
C'è stata, in tutto il mondo e anche in Italia, una generale accettazione della letteratura di genere, da parte del pubblico e di un settore consistente della critica. Non mancano le resistenze, ma il più è fatto, e la stessa editoria ha finito col riconoscerlo. Piuttosto, la letteratura di genere non si è sempre dimostrata all'altezza delle sue nuove responsabilità. C'è poco da dire: la fantascienza che si produce oggi non è mediamente all'altezza di quella di venti o trent'anni fa, il noir tende a isterilirsi in formule (personalmente, le storie di serial killers astutissimi e letali mi hanno stufato), gli altri generi sono morti o moribondi.
La commistione resta secondo me, al momento, l'unica strada da seguire. Con un occhio, però, a un dato di fatto innegabile: oggi la pagina scritta non è l'unica forma del narrare. Dunque commistione sì, ma non solo tra generi: anche tra media.
L'atteggiamento varia molto. Un'importante pubblicazione annuale di critica letteraria, Tirature (a cura di Vittorio Spinazzola, ed. Il Saggiatore), nella sua edizione 2003 mi loda parecchio e mi mette al vertice (con Nicoletta Vallorani e altri) della categoria "intrattenimento piacevole". Da un lato si tratta di un recupero nel contesto dell'interesse della critica; d'altro lato è un relegare la narrativa di genere (non solo la mia!) all'ambito del passatempo innocuo, in cui la virtù dell'intelligenza viene esercitata con moderazione, e la profondità è totalmente assente.
Altri critici, come Goffredo Fofi ecc. (cito Fofi perché, come Spinazzola, proviene dalla critica cinematografica), trascurano invece il problema della classificazione e badano alle idee, senza temere di sporcarsi con fantascienza, noir, poliziesco, ecc.
La prima tendenza, nel nostro paese, prevale ancora di stretta misura. Ma solo nel nostro paese. Nel resto dell'Occidente, nessuno si sognerebbe più di definire Dick, Ballard, Vonnegut ecc. "intrattenitori piacevoli". E' un ultimo residuo di civiltà rurale ("signori e contadini") che qui non ci siamo ancora scrollati di dosso. E però questione di tempo. Li rieducheremo, con pazienza e comprensione.
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