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In Black to the Future: Afro-Futurism 1.0 Mark Dery, più che darne una definizione pone un interrogativo: "Perchè così pochi scrittori afroamericani scrivono fantascienza, un genere in cui l'incontro ravvicinato con l'Altro — lo straniero in terra straniera — sembra particolarmente adatto al contesto degli autori afroamericani?". La fantascienza è considerata nel panorama occidentale un genere di letteratura minore o popolare, allo stesso modo tale ghettizzazione riflette la condizione sociale dei neri, esclusi dal progresso tecno-scientifico. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sviluppo di un dibattito complesso attorno alla possibilità di avvicinare la fantascienza attraverso degli
strumenti differenti: filosofici, antropologici e sociologici, sottolineandone il carattere speculativo. Come sostiene Vandana Singh nel suo articolo intitolato “On the importance of imaginative literature”, questo genere letterario possiede un potenziale rivoluzionario non ancora esaurito. Questo potenziale è legato al processo di simulazione attaverso il quale il lettore può accedere a numerosi livelli interpretativi creati dall'uso di un linguaggio metaforico che permette al lettore di guardare il panorama contemporaneo da un punto di vista mancante alla letteratura mainstream. La definizione di Darko Suvin che vede combinati nella SF due elementi, senso di non implicazione e conoscenza, attribuisce a questo genere un valore cognitivo che si manifesta nel coinvolgere il lettore in una riflessione dinamica sulla realtà narrata. L'uso di un linguaggio metaforico gioca dunque da catalizzatore di un costante sentimento di estraneità che si traduce in uno spazio dialogico tra testo e lettore dove il dubbio si rivela essere uno strumento speculativo d'inchiesta sull'esperienza quotidiana. Dery elabora una connessione tra fiction, musica e tecnologia, intese come esperienze capaci di astrarre l'individuo dalla realtà circostante, inaugurando una dimensione virtuale di creazione non solamente artistica ma anche teorica. L'individuo si libera dal peso di un sistema totalitario d'interpretazione dell'esistente che costruisce un mondo statico e acquisisce la possibilità di giocare con la propria identità e ruolo sociale. L'Afrofuturismo si presenta come un movimento sub-culturale che esplora uno spazio nuovo di espressione per la diaspora africana aperta alla tecnologia e che cerca di partecipare ai mezzi di produzione culturale del sistema occidentale. Questi pensatori e artisti interrogano il potenziale della scienza, del ciberspazio e della SF per riflettere su l'esperienza africana passata e presente alla ricerca di nuove strategie contro l'oppressione. A questo proposito è doveroso citare il testo di M. Hall che in Africa Connected analizza appunto il fenomeno della cultura digitale. Il ciberspazio diviene in questo contesto uno spazio virtuale nel quale acquisire un ruolo sociale, circoscrivendo un terreno ricco di possibilità dove il potere d'espressione è accessibile a tutti. Un'altra questione che caratterizza l'Afrofuturismo è quella del tempo. Una delle particolarità della fantascienza è sovente la trasgressione della legge temporale. Come scrive Francis Berthelot a tale proposito i piani temporali si sovrappongono: il passato, il presente e il futuro si mescolano. Il futuro, oggetto della SF in quanto possibile avvenire, metafora di un presente ancora implicito nella coscienza collettiva, ricopre un ruolo fondamentale che l'Afrofuturismo interpreta a livello storico come l'esclusione del popolo nero dalla discussione attorno all'avvenire. Il film
1 Ciao Elisa. Hai davvero scritto un ottimo articolo carico d'interrogativi interessanti (e risposte documentate). Bello il raffronto col jazz e con Matrix. Complimenti! Ire
» postato da Irene Vanni alle 14:00 del 27-05-2008