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Arditi dello spazio, a noi! (1/2)
Non sappiamo se Delos sia entrato nella storia della fantascienza italiana, ma sicuramente la storia della fantascienza italiana è entrata in Delos. Vittorio Curtoni, già direttore delle mitiche riviste Robot e Aliens - e comunque un bel po' mitico già di suo - ha accettato di portare sulle nostre pagine una collezione di gustosi aneddoti del fandom e dell'editoria italiana. Ah, per sua volontà, il sottotitolo di questa rubrica è "i farneticanti ricordi del vecchio vic". Almeno sapete cosa aspettarvi...Sabato 17 febbraio, in una grande festa fantascientifica che ha visto convergere un'ottantina di persone da tutta Italia (più uno svizzero) su Piacenza, è stata presentata alla consueta libreria Fahrenheit 451 la mia antologia Ciao futuro, di fresca uscita su Urania. C'era in ballo un micidiale sciopero ferroviario, sicché il giorno dopo mi sono ritrovato in compagnia di alcuni superstiti impossibilitati a rientrare a casa; in particolare, la sera di domenica 18 ho avuto ospiti a cena Vittorio Catani e Lanfranco Fabriani, l'uno di Bari, l'altro di Roma, due ottimi amici che ormai da me sono di casa. C'era ovviamente anche mia moglie Lucia, la povera martire che da anni per colpa mia deve subire i peggiori ceffi della sf italiana (ehi, si scherza!), e prima di andare a nanna ci siamo fatti quattro belle chiacchiere. Che per me sono state l'occasione di una rievocazione della mia infanzia fantascientifica e mi hanno permesso di procurare un non lieve divertimento agli altri con le mie rimembranze senili: i tre fringruelli schiattavano dalle risate, e a un certo punto ho persino temuto che mia moglie potesse soffocare...Sono partito, se ben rammento, dalla celebrazione di uno dei giocattoli più splendidi che io abbia mai avuto, la fedele riproduzione di Robby, il robot de Il pianeta proibito. Era alto una trentina di centimetri o giù di lì. Dietro il semiovale trasparente della testa aveva pistoni che andavano su e giù e producevano un bel ronzio. La bocca si illuminava di verde, e ai lati della testa c'erano antenne rotonde che ruotavano. Una copia gemella dell'amatissimo robot del film, con una grossa differenza: aveva sul petto una levetta che andava alzata per accenderlo e abbassata per spegnerlo. Le pile stavano negli scomparti apribili delle gambe. Mi venne regalato da Santa Lucia (da noi era lei a portare i doni ai bimbi buoni, non Babbo Natale) a una data imprecisata dei Cinquanta, senz'altro nella seconda metà del decennio. Era un articolo di lusso sopraffino. Non è che facesse poi molto, visto che si limitava a camminare in linea retta (aveva quattro ruote nascoste, due per piede) e a muovere pistoni eccetera come ho già detto, ma per uno come me, che fremeva di ardori fantascientifici, e che oltre tutto Il pianeta proibito non lo aveva ancora visto (probabilmente avevo letto il romanzo, ma il film lo vidi solo molte estati dopo, in un cinema all'aperto di Rimini mi pare), era l'ottava meraviglia del mondo. Purtroppo, il mio Robby si ammalò quasi subito. Per quanto fosse un gioiellino di raffinata tecnologia, covava i germi di un terribile morbo che dopo pochi giorni lo portò a camminare, anziché diritto, tutto sbirolo, ruotando su se stesso in ampi cerchi che ispiravano una tetra sensazione di demenza precoce. Eravamo in tempi bui, e come ho già raccontato io vivevo a Morfasso, radioso paesello delle montagne piacentine dove però non c'era nemmeno l'edicola, e tanto meno il negozio di giocattoli che forse avrebbe potuto curare Robby. I piedi del mio robottino vennero aperti più volte (senza anestesia!) da mani amorose di tecnici improvvisati che tentarono di raddrizzargli il movimento delle ruote, ma fu tutto inutile; e da allora in poi Robby restò prigioniero di quel suo moto perpetuo che si interrompeva solo spegnendolo, o all'esaurimento delle pile. Che tristessa. L'ho avuto con me ancora per tutta l'adolescenza, a Bobbio, e poi è scomparso nel gorgo di uno dei troppi traslochi della mia esistenza, assieme a molte altre cose che amavo tanto: ad esempio, la mia collezione di Albi del falco con le storie di Nembo Kid, che in Italia non si chiamava ancora Superman ma era già lui. Non ho mai più rivisto né il robot, né quei fumetti, né tanti altri giocattoli eccezionali (come la stazione radar fornita di telegrafo, fantastica anche quella) che ho semplicemente adorato. Se avete un po' di sale in zucca, datemi retta: evitate i traslochi. Si perdono tutte le cose più belle, resta solo il ciarpame che madri e/o mogli ritengono importante. Bleah. Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione in tutto o in parte del testo e delle fotografie senza la previa autorizzazione della direzione di Delos Science Fiction e degli aventi diritto. |