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Ci occuperemo quindi di due opere apparse tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, e per l'esattezza di Come Ladro di Notte, di Mauro Antonio Miglieruolo, (1967, Galassia 159, 1972 Piacenza, ristampato in tiratura limitata 1984 Edizioni Pulp Torino) e di Nel Nome dell'Uomo, di Gianni Montanari (1971, Galassia 155, Piacenza). "Perché questi due", si chiederà qualcuno, "sono forse i migliori"? Non necessariamente. Sono quelli che in qualche modo, frugando tra gli scaffali ci hanno acceso dei ricordi ed eccitato la fantasia. Fedeli alla premessa fatta un anno fa, dobbiamo ricordare l'assoluta asistematicità delle nostre scelte; chi ci avrà seguito sino ad ora avrà notato una certa ecletticità in esse, spaziando dal classico al romanzo puramente divertente anche se di secondo piano. Queste due non sono necessariamente le opere migliori della fantascienza italiana del passato ed il fatto che trattiamo di esse e non di Quando le radici di Lino Aldani o di Dove Stiamo Volando di Vittorio Curtoni o di L'Eternità ed i Mostri di Vittorio Catani, non significa proprio nulla. Se fossimo stati costretti ad incasellare le nostre scelte in una classifica, meno che mai in una top ten, questa rubrica non avrebbe mai visto la luce.
Di Miglieruolo, ma questa è una caratteristica comune a molti dei pochi autori della fantascienza italiana possiamo identificare, scorrendo la bibliografia, due fasi, una che giunge dagli anni '60 al 1977 ed una seconda che riparte dall'89 per arrivare sino ad oggi, caratteristica legata più all'inesistenza del mercato che ad altri motivi. Come Ladro di Notte è il solo romanzo di questo che è indubbiamente uno degli autori più interessanti e se vogliamo atipici della fantascienza italiana. Il suo trattamento del linguaggio è praticamente unico nel campo, Miglieruolo infatti, vero e proprio autore, è l'unico che abbia il coraggio e forse la voglia di lavorare sulla lingua in modo tanto pesante, producendosi, in alcune pagine di Come Ladro di Notte in veri e propri equilibrismi barocchi.
Il romanzo è difficilmente descrivibile: abbiamo quella che potrebbe essere una guerra religiosa su scala galattica, ma appare principalmente come una guerra politica, abbiamo un trattamento della materia che lo avvicina a quello tipico della fantascienza classica con le sue flotte di milioni di astronavi e la sua azione travolgente; la pulsione di morte affiora quasi in ogni pagina e questi elementi che potrebbero sembrare totalmente estranei tra loro sono impastati da un linguaggio che possiamo unicamente definire come personale. Ci troviamo indubbiamente di fronte ad un romanzo arduo che a prima vista potrebbe anche apparire come invecchiato, ma che è ancora in grado di offrire, dopo trentadue anni, delle vere e proprie soddisfazioni al lettore che intenda affrontarne la lettura.

Due case immerse in una nebbia irreale che copre il mondo da un tempo indefinito, due triangoli che difficilmente possono essere definiti come amorosi, e tutto ciò viene immerso in un senso di irrealtà ed angoscia, chi e perché muore? Chi muore è veramente morto? Perché gli oggetti sembrano muoversi da soli ed i personaggi sembrano trovarlo naturale? Il lettore si trova continuamente sbalestrato tra una nebbia che in fin dei conti sembra quella cui siamo abituati e qualcosa di indefinibile che con il suo clima spettrale sembra stimolare o quanto meno agevolare le pulsioni di morte. Il silenzio dell'ambiente circostante fa da contraltare ai silenzi dei personaggi, che si amano, si odiano e si sopportano lasciando molto di inespresso. Il romanzo finisce quindi per diventare scarsamente delimitabile proprio come tale è la nebbia che ne assurge a protagonista, possiamo trovare cento parole per descriverlo, e quasi certamente qualcosa rimarrebbe fuori.
Come al solito, anche se ogni tanto dimentichiamo di citarlo, ringraziamo Ernesto Vegetti per l'uso del suo Catalogo della Fantascienza pubblicata in Italia.www.fantascienza.com/catalogo
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