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Il gioco infinito
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![]() Un viaggio nella nuova fantascienza, nei suoi rapporti con la società e le sue tendenze più originali, alla ricerca degli spunti più promettenti per il futuro del genere che più di ogni altro è pronto ad accompagnarci nel nuovo millennio.
E' un appuntamento tradizionale per i lettori di fantascienza, acquistando questo volume sanno di andare incontro a un prodotto mediamente più che soddisfacente. Il gioco infinito è il titolo italiano con cui viene presentata sul nostro mercato la penultima di queste antologie, uscita nel 1998 raccoglie il meglio del 1997. Il volume è uscito per Mondadori come Millemondi Estate 1999. Il curatore dell'antologia è David Hartwell, che ha curato più volte questo tipo di volumi. E' intenzione del curatore focalizzare l'antologia interamente sulla fantascienza fornendo ai lettori che ricercano specificamente fantascienza una meta annuale. La scelta adottata è chiara, questa antologia contiene solo fantascienza, ogni racconto contenuto nel volume appartiene chiaramente al genere specifico e non a qualcos'altro. Pur con tutto l'apprezzamento per la fiction speculativa, il postmoderno e la narrativa di frontiera è una scelta apprezzabile perché fornisce un'idea chiara al lettore di quel che leggerà, in questo volume troverà solo fantascienza ampiamente riconoscibile come tale, per opere più di confine potrà far riferimento ad altri testi.
La fonte principale di racconti sono le riviste. Anche se in costante diminuzione quanto a copie vendute, il grosso dei migliori racconti pubblicati è dovuto all'opera delle riviste.
L'unica forma di rispetto reciproco che sembra continuare ad avere una qualche rilevanza è mediata da una sorta di onore. La differenza che passa tra l'essere una nave rispettata e onorevole e una nave di pirati sta solo nel rispettare il famoso "Trattato di Accoglienza" che dice in modo chiaro e perentorio quanto possa sostanzialmente prendere il più forte al più debole. L'onore come forma ultima di garanzia di umana convivenza, ma, come è successo già infinite volte, l'ultimo uomo d'onore è morto molto prima che avesse inizio questa storia... Il caso della lampada mendelliana, di Paul Levinson, è un racconto di tutt'altro tenore, a firma di un autore che ha scritto molto altro in questo contesto anche se con pochi riscontri editoriali in Italia. La storia è ambientata nel mondo degli Amish. Attorno al protagonista, Phil D'Amato, muoiono alcune persone per quelle che sembrano cause assolutamente naturali. La coincidenza di questi decessi di persone che in quel momento ruotavano tutte intorno allo stesso problema risulta davvero incredibile... così il protagonista non può far altro che fare qualche indagine. Il racconto ha il suo nucleo forte da cui partire con l'ipotesi fantascientifica in una bella constatazione: "La scienza fondamentalmente è un metodo, un modo razionale per indagare il mondo e tutti gli orpelli sono secondari." (p.371). L'indagine scientifica non è legata necessariamente all'altissima tecnologia, non è indispensabile un veloce computer e un attrezzatissimo laboratorio per scoprire le leggi del mondo naturale, e questo è un fatto noto da quando il metodo scientifico è nato, anche se adesso nell'immaginario collettivo la scienza è indissolubilmente legata all'alta tecnologia e tutto ciò che viene fuori in modo più rudimentale appare invariabilmente come superstizione. In questo racconto ci ritroviamo incredibilmente di fronte ai notevoli risultati ottenuti dalla comunità Amish applicando una scienza low tech. Gli Amish, osservando il mondo naturale solo con i propri occhi e cercando di trarre il massimo dei risultati da un'applicazione del metodo scientifico limitata entro i propri dettami morali, giungono a risultati cui tutto il resto della comunità umana non si è mai avvicinata perché distratta da altre possibilità. Sviluppano quindi una tecnologia assolutamente low tech che si dimostra però potentissima. Una minaccia terribile per il mondo intero se finisse nelle mani sbagliate...
Levinson non dimentica mai che le conquiste ottenute da un lato o dall'altro sono figlie dello stesso tipo di pensiero, ed è proprio attraverso una piccola applicazione della più comune scienza hi tech che si trova qualche modo per difendersi. E' una storia emozionate e stimolante, speriamo di poter leggere in altre situazioni l'evoluzione della storia. Nel volume non mancano certo autori molto famosi. L'antologia si apre con un racconto di Gene Wolfe e a seguire poco dopo un racconto di Jack Williamson e uno di William Gibson. Tredici inquadrature di una città di cartone di Gibson è un racconto molto affascinante, ma assolutamente incomprensibile. Questa volta Gibson si è dimenticato di inserire un livello di lettura zero che permettesse a tutti di godersi la sua storia. Il che, per quel che mi riguarda non è un punto a favore. Ci sono preziose eccezioni, però in linea di massima in una forma letteraria come la fantascienza preferisco imbattermi in storie fruibili a più livelli: un primo livello che sia alla portata di tutti (anche del lettore col mal di testa, o non esperto del genere), molto solido e concreto che offra una storia un'ambientazione e dei personaggi, e poi su questo che vengano intrecciati altri strati di fruizione più sottili che possano soddisfare il lettore più sofisticato (o quello in miglior forma fisica). Invece in questo racconto Gibson sembra compiacersi un po' del suo stile, una scelta legittima che porta a un risultato molto affascinante, ma che probabilmente non lascerà soddisfatti molti lettori. Ci sono storie anche molto divertenti come quella di Terry Bisson, della Dyer o di Nancy Kress.
Uno dei protagonisti della storia la vede però in modo diverso, non gli importa che si possa viaggiare indietro nel tempo solo, ed esattamente, per 25 anni per un'apparizione nel passato sotto forma di esseri incorporei per non più di mezzo minuto. Quel che è importante per lui è che si sia capito il tempo, che si sia dimostrato che è quantizzato e che si sia arrivati a una Teoria Unificata del Tutto. In ogni caso se non si vede spuntare il proprio sé futuro al proprio matrimonio qualche brutto sospetto può venire a tutti... Se state leggendo questa rivista usando un prodotto Microsoft, se avete usato abbastanza spesso una qualsiasi versione di Office, il racconto di Terry Bisson non vi lascerà certamente indifferenti. Storia d'amore in ufficio è un racconto che descrive quel che promette: una storia d'amore in ufficio, per la precisione una storia d'amore dentro Microserf Office 6.9. L'office automation si è evoluta notevolmente e la cosa migliore adesso è far lavorare i propri impiegati dentro il programma. Sono più efficienti, più veloci e si distraggono meno. Per qualche attimo di rilassamento possono sempre aprire una finestra di Microserf Office e godersi il panorama di vialetto di ciottoli, tranquilli caffè e alberi di ippocastano in fiore offerti da "Aprile a Parigi", l'unica routine ricreativa presente entro il programma. L'unica routine ricreativa legale. I programmatori hanno inserito in realtà diversi ambienti segreti in cui possano insinuarsi gli impiegati per assentarsi un attimo dagli impegni aziendali. Ambienti che sono oggetto di caccia spietata da parte delle routine di ottimizzazione che percorrono in lungo e in largo il software alla ricerca di pezzi di codice non funzionali da eliminare. Uno di questi ambienti protetti è proprio quello al centro di questa storia d'amore. Quel che resta da capire e se è possibile rinunciare alla tranquilla e rassicurante monotonia di Microserf Office troppo a lungo. Si tratta di un racconto molto spassoso e divertente, soprattutto per chi ha degli interessi informatici e usa abbastanza spesso un computer. Se vi piace questo racconto forse potreste trovare molto divertente e interessante anche il romanzo Microserf di Douglas Coupland, probabilmente il titolo è così esplicativo che non è necessario aggiungere dettagli...
In Sempre a te fedele, secondo la moda, Nancy Kress ci parla di un mondo che si presta molto bene a situazioni a metà tra l'esilarante e la sconfortante tristezza. Il nuovo prodotto della moda sono gli atteggiamenti umani. Essere romantici, introversi, spigliati, sentirsi impauriti e emozionati come durante il proprio primo amore è solo una questione di chimica, e tutto può essere riprodotto. Le case di moda si dedicano quindi a vestire più lo spirito che il corpo e sottrarsi a questo rito e mostrarsi in pubblico senza sovrastrutture chimiche sarebbe come andare in giro nudi. Da qui prende il via la storia tormentata della coppia protagonista di questa storia. Una coppia socialmente agiata che può permettersi i prodotti all'ultima moda, finché, eresia!, uno dei due non decide di volersi sottrarre a questo gioco, a costo di sottrarsi anche al compagno.
Il racconto che è piaciuto di più al curatore dell'antologia è Ragnetto, bel ragnetto di James Patrick Kelly.
Mi auguro di poter leggere presto in Italia autori come Greg Egan, John Whright o Paul Levinson, la fantascienza del nostro paese avrebbe solo di che guadagnarci dal confronto con la letteratura di questi autori che è lontana anni luce da quella scritta in Italia. Confrontarsi con tematiche e autori così differenti potrebbe essere estremamente stimolante. Il gioco infinito, i 22 racconti migliori del 1997 a cura di David Hartwell, Millemondi Estate 1999, Mondadori, L. 9900, pagg. 430. Si ringrazia Ernesto Vegetti per l'uso del suo Catalogo della Fantascienza Pubblicata in Italia: http://www.cavaglia.com/CatalogoSF/
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