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Sotto spirito
a cura di Francesco Grasso

Avances a Vance

Confessiamolo: il vantaggio forse più intrigante insito nell'imitare gli scrittori famosi è quello di sentirsi, anche solo per un istante, padrone dei loro segreti. E' un meccanismo mentale forse perverso, addirittura paragonabile al feticismo di chi ama travestirsi con abiti dell'altro sesso. In una famosa scena di 9 settimane e 1/2, la morbidosa Kim Basinger mascherava i suoi tratti da bambolona mediante un paio di baffetti posticci, e dichiarava con voluttà: "credo di aver sempre voluto essere un uomo". Be', questo mese indosseremo ironicamente i panni di uno scrittore che avremmo sempre voluto essere: John Holbrook Vance

Jack Vance è uno di quegli autori che, dopo che lo hai incontrato, non sei più uguale. Non solo non scrivi più nello stesso modo, ma non leggi neppure nello stesso modo. Vance ti resta nella mente, allo stesso modo di un flash che ti impressioni troppo fortemente le pupille. Perché? La risposta è molteplice. Certo le sue trame hanno la loro parte di merito: fantasiose, rapide e intriganti al punto giusto, ti mozzano il fiato, ti prendono letteralmente alla gola. Le sue ambientazioni, poi, lasciano il segno, con la loro aura esotica e arcana, di gusto SF ma sconfinanti nel fantasy più puro, irreali eppure così dettagliate da trovartici subito immerso fino alle orecchie.

Ma il motivo vero è un altro. E si riassume in una sola parola: fascino. Le parole di Jack Vance hanno fascino. Un fascino provocatorio, intendiamoci. Le guardi, e ti sembrano scritte in uno di quei font che hai sempre trovato nella libreria del tuo word processor ma che non hai mai avuto il coraggio (e lo stomaco) di adoperare: qualcosa tipo Lucida Handwriting, oppure Copperplate Gothic Bold. Ecco, Vance è uno di quegli autori il cui testo sembra tutto scritto in bold, e magari anche ripassato con qualche evidenziatore color lilla o viola melanzana, luminescente anche al buio.

Abbiamo sempre voluto essere Vance. Intendiamoci, non abbiamo mai desiderato, né tentato, di scrivere come lui. Ma abbiamo sempre invidiato la sua capacità di essere amato dai lettori proprio per uno stile letterario che in altri sarebbe stato inevitabilmente bollato come kitch. Abbiamo sempre sognato di poterci permettere, come fa Vance, di usare senza perdere fascino un frasario e un'impostazione dei dialoghi che suonerebbero mostruosamente pomposi e retorici persino a Buckingham Palace. Avremmo persino pagato per essere in grado, come il sommo Jack, di costruire romanzi di successo mettendo insieme personaggi assolutamente intollerabili, scenari da Maciste nella Valle dei Farmacisti, leziosità da complicazioni intestinali, e una scelta di vocaboli che, se a suggerirla fosse il thesaurus del nostro word, partiremmo di corsa per Redmond a dar fuoco alla Microsoft, Bill Gates e tutto.

Ma, naturalmente, di Vance ce n'è uno solo. Che gli altri, come si dice a Roma, "rosichino". Non resta che cedere al nostro voyeurismo cartaceo, alla nostra invidiosa libridine da travestiti indossandone (sarcasticamente) i panni in questo perfido apocrifo, dal titolo "Il signore dei drughi", che vi presentiamo.

Buona lettura.

 

Il signore dei drughi

di Jack Vance (?)

 

L'alba lontana indorava l'orizzonte di Retamamin Nove. Il fulgore di Skene, l'astro più lucente dell'ammasso, era ancora celato in una fumosa bruma giallina, che scuriva intorno alle montagne in un'aureola marroncino-bronzea. Le nubi del temporale mattutino si ammassavano, si alzavano, scendevano, mutavano, vorticavano, risplendevano, cangiavano in tutti i toni azzurrini, violettini, porporini e arancini. Sir Kodak Harmons Mazzant V (quinto Mazzant della casata Kodak del clan degli Harmons) batteva impaziente lo stivale di pelle di topolucertola di Aerlith Sei contro il marmo intarsiato del pavimento. La grande sala, ornata di raffinatissimi arazzi e di preziosissime cotte d'armi, era deserta: Sir Mazzant aveva fatto allontanare tutti gli schiavi e le menestrelle, per la discrezione che si confaceva al delicatissimo incontro che lo attendeva.

Sulla soglia della sala apparve all'improvviso Joaz Terap Kodak, il signore dei drughi del castello. Come tutti i membri del clan Terap, indossava una casacca verdina e cremisi, stretta alla vita da una fusciacca ocra a finissimi pallini viola; i calzoni nerissimi erano aderenti, e si infilavano alle caviglie in un paio di lucidissimi stivali di pelle leopardata, dalla punta stretta e dagli speroni dorati; sulle spalle portava leziosamente un mantello di seta altairiana a strisce bianche e nere con le insegne del casato, del clan, della corporazione, del condominio, del pub favorito e del club dello scopone scientifico.

— Venite avanti, Joaz. — esortò Sir Mazzant.

L'altro avanzò con piedi lievi come la lanugine del cardo al soffio della brezza. Era altissimo, magrissimo, e aveva sul viso lineamenti affilatissimi.

Sir Mazzant intrecciò speranzosamente le dita coperte di anelli. — Mio carissimo Joaz, spero che stamani vogliate sollevare il mio spirito, che da giorni è oppresso da presagi foschi come plumbee nubi, con radiose notizie. Ditemi dunque: avete novità?

— Poche o punte, mio signore. — replicò l'altro, ombroso — Temo che i miei sospetti iniziali, con cui ieri scossi le vostre nobili ed erudite orecchie, siano ormai confermati.

— Veleno? — sussurrò Sir Mazzant.

— Veleno, mio signore. — confermò Joaz — I nostri putibondi e vilissimi avversari devono aver corrotto uno dei cuochi. E così hanno messo fuori combattimento quasi tutti i nostri intrepidissimi e valorosissimi campioni.

Sir Mazzant si prese la testa tra le mani. — Carissimo Joaz, quanto mi dite mi getta in una costernazione greve quanto il più oscuro dei pozzi. Non potete immaginare quanto mi opprima vedere il volto tisico che aleggia sulla coppa del nostro futuro. Mancano solo due giorni, capite?

— Lo so bene, mio signore.

Sir Mazzant si soffiò voluttuosamente il naso nel raffinatissimo fazzoletto di trine e merletti, dono della graziosissima e nobilissima Lady Harmons, signora del castello. Poi si alzò dal suo scranno con improvvisa decisione.

— Orsù! — disse — Portatemi senza indugio alcuno a vedere coi miei stessi medesimi occhi.

Uscirono all'aperto. Il campo di addestramento appariva penosamente spoglio. L'imperioso vento del sud sollevava mulinelli di sabbia su in alto nel cielo, e riduceva il fronte del temporale in poche nere, sbrindellate nuvolette.

— Le mie nobili pupille si rallegrano nel vedere che almeno il nostro estremo difensore si è salvato... — commentò Sir Mazzant.

— Le gimno-piovre si nutrono per fotosintesi, mio signore. — spiegò Joaz — E ho fatto controllare puntigliosamente e scrupolosamente tutti i giardinieri del castello... Lui sarà pronto alla sfida, lo giuro sul mio onore.

— Me ne compiaccio fortemente, caro Joaz. E purtuttavia, non si conquista il serto dei vittoriosi con la sola gimno-piovra, per quanto possa essere in forma.

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Autore: Francesco Grasso - Delos Science Fiction 57 - Data: 15 giugno 2000

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Commenti

1 Mi era sfuggita questa parodia del Signore dei draghi, una vera e propria blasfemia. Ho aperto un contratto con la Gilda degli Assassini, non preoccuparti, Grasso, il rituale dei 13 tocchi è indolore. :-)

» postato da Anacho alle 11:24 del 21-10-2007

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